Politiche europee

Accade in Europa - Marzo 2, 2017

Nella seconda quindicina di marzo il dibattito accademico e politico è rimasto concentrato sul tema della fattibilità, opportunità ed eticità di una misura di reddito di base incondizionato.Tra gli articoli comparsi negli ultimi giorni si segnalano i seguenti: “Citizen’s Work Or Citizen’s Income”; “No Need For Basic Income: Five Policies To Deal With The Threat Of Technological Unemployment”; “Getting Basic Income Right”; “Unconditional Basic Income Is A Dead End Andrus Ansip, vice-presidente della Commissione Europea con delega alle politiche digitali, è intervenuto più volte sul tema dell’impatto delle innovazioni tecnologiche nel ridurre l’occupazione e sulla opportunità o meno di ‘tassare i robot’ per finanziare una misura a sostegno di coloro che perderanno il lavoro. Il tema ricorre anche nelle campagne elettorali incipienti in alcuni paesi europei e in alcune proposte di istituzione di misure di reddito di base da finanziare appunto in questa forma. Secondo Ansip, invece, piuttosto che ritardare l’avanzata dei robot salvaguardando un modo di lavorare e una forza lavoro ormai obsolete occorre affrontare il tema della riqualificazione della forza lavoro europea fornendo a tutti le digital skills ormai essenziali nel mercato del lavoro. I sindacati europei hanno espresso preoccupazione ritenendo che la UE non stia facendo grandi passi avanti né stia garantendo sufficienti finanziamenti per promuovere questa transizione. Marianne Thyssen, la Commissaria alle Politiche Sociali e del Lavoro ha preannunciato per la tarda primavera un’azione volta ad affrontare le nuove sfide che porteranno nel prossimo futuro ampi cambiamenti nel mondo del lavoro e nei sistemi di protezione sociale.

 

Sta guadagnando attenzione a livello europeo anche il delicato tema della portabilità dei diritti sociali: i cittadini beneficiari di misure di welfare, dal reddito minimo ai sussidi di varia natura, quando si trasferiscono all’estero per un certo periodo è opportuno che mantengano le proprie prerogative o è più corretto che passino sotto la giurisdizione del paese ospitante? Un cittadino svedese trasferito temporaneamente in Romania è opportuno che passi sotto il sistema di protezione sociale rumeno, o è legittimo che mantenga i sussidi garantiti dal sistema di welfare svedese? Alcuni tra i maggiori paesi europei, tra cui Germania, Austria, Danimarca e Irlanda, stanno per esempio facendo pressione a livello europeo per poter tagliare i sussidi garantiti ai bambini che vivono all’estero.

L’attuale legge UE garantisce che i cittadini dell’UE possano ricevere prestazioni sociali, compresi i pagamenti per l’infanzia, da parte dello Stato membro in cui vivono e lavorano. Per scongiurare la Brexit la UE ha proposto alla Gran Bretagna concessioni nella direzione di una riduzione del carico assistenziale nei confronti dei propri cittadini all’estero: a seguito di questa offerta al governo inglese, alcuni paesi ritengono che tale opportunità debba essere estesa a tutti gli altri stati membri e stanno sollecitando la UE a promuovere un cambiamento nella legislazione europea che consenta una riduzione dei sussidi erogati in favore di bambini che vivano in paesi membri in cui i benefici e il costo della vita siano più bassi del proprio. Secondo i dati del Ministero delle Finanze tedesco la maggior parte dei bambini tedeschi all’estero che ricevono benefici dalla Germania vivono in Polonia, Bulgaria, Croazia e Romania, e più di 31.000 bambini che vivono in Ungheria, 29.000 in Slovacchia e 18.000 in Polonia ricevono benefici dall’Austria. A titolo comparativo i sussidi mensili a favore dei bambini in Germania ammontano a €192 (e crescono in proporzione al numero di figli presenti) in Austria a €112 e in Irlanda €140 e in Irlanda €2200 mentre in Polonia l’importo erogato scende a €22. La Comissaria Thyssen si è comunque dichiarata contraria ad una iniziativa simile sostenendo che non esistono bambini di serie A e bambini di serie B (è possibile leggere articoli di approfondimento sul tema qui e qui) ma i paesi promotori sostengono che questo sia un tema da affrontare anche in considerazione del fatto che, ad esempio, gli stipendi dei funzionari europei sono parametrati sul costo della vita dei paesi in cui lavorano.  I quattro paesi hanno annunciato iniziative legislative in tal senso fin da questa primavera.

 

Altro tema discusso in questo periodo è quello dell’invecchiamento attivo: dopo nove mesi di negoziati tra le parti sociali, i datori di lavoro dell’UE e le organizzazioni sindacali hanno approvato un accordo quadro in materia di invecchiamento attivo e approccio intergenerazionale al lavoro. L’accordo è quello di garantire un ambiente e una organizzazione del lavoro capaci di consentire ai lavoratori di tutte le età di rimanere al lavoro fino all’età pensionabile anche per facilitare il trasferimento di conoscenze ed esperienze tra le generazioni. Il testo dell’accordo, disponibile solo in inglese, si può scaricare qui.

 

Infine il 24 marzo si è celebrato l’anniversario della firma dei trattati di Roma. Tra i molti temi al centro delle riflessioni in un contesto di grande fragilità del progetto europeo, molta attenzione è stata dedicata alla necessità di creare una “Unione sociale europea” che faccia da contraltare a quella economica e monetaria. Ne ha scritto in Italia per esempio ampiamente Maurizio Ferrera su Redattore Sociale. La Caritas Italiana ha dedicato un dossier che aggrega riflessioni e posizioni provenienti dalle Caritas europee “Speranza per le sorti dell’Unione europea e profonda fiducia nei valori dell’unità, ma l’unione economica non è più sufficiente: è arrivato il momento di fare un passo verso un’Unione più sociale e solidale”.

 

L’occasione delle celebrazioni della firma dei trattati è stata colta da varie organizzazioni per tematizzare alcuni dei temi sociali ancora poco presenti nell’agenda europea. Il Forum europeo per la disabilità con altre 230 organizzazioni della società civile hanno lanciato un appello congiunto  ai leader europei sulla tutela dei diritti civili, politici, sociali, culturali ed economici per tutti, la partecipazione democratica e l’inclusione delle persone con disabilità e le loro famiglie.