Famiglia, infanzia e adolescenza

Asili nido e mercato del lavoro femminile

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È di giugno di quest’anno il più recente rapporto sui servizi per l’infanzia in Italia. Il documento, frutto della collaborazione tra l’Istat, l’Università Ca’ Foscari di Venezia e il Dipartimento per le politiche della famiglia, provvede un chiaro quadro sullo stato dei servizi per l’infanzia, il loro utilizzo e le criticità, riportando al centro dell’attenzione una questione troppo spesso ignorata. Difatti, nonostante a febbraio esponenti della maggioranza, tra cui Nicola Zingaretti, avessero portato nel dibattito nazionale la proposta di rendere la scuola dell’infanzia parte del ciclo educativo obbligatorio e di investire in una maggiore disponibilità di posti nei nidi, l’esplosione dell’emergenza Covid-19 pare aver ridimensionato la priorità della questione, che non è entrata a far parte del decreto Cura Italia e neppure della più recente bozza del Family Act. Eppure, l’Italia soffre di un grave deficit nella capacità di garantire l’accesso all’educazione pre-primaria, specialmente per quel che riguarda i bambini tra gli 0 e i 2 anni. Infatti, secondo fonti Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) e Istat, se solamente il 5% dei bambini tra i tre e i cinque anni non è iscritto alla scuola dell’infanzia, i posti nei nidi sono sufficienti a coprire meno di 3 bambini su 10 tra quelli al di sotto dei tre anni. La media europea è ben superiore – con più di un posto garantito per ogni 3 bambini – numero che sale nei Paesi del Nord Europa, per esempio un bambino su due in Olanda. Tuttavia, oltre che scarsa, la distribuzione di questi servizi è anche disomogenea sul territorio della penisola.

Le regioni più virtuose sono quelle centrali – Emilia Romagna, Umbria e Toscana – assieme a Valle d’Aosta e provincia autonoma di Trento. Le altre regioni si trovano sotto il 30% e alcune del Meridione sotto il 20% – Basilicata e Puglia – o addirittura sotto il 10% – Calabria, Campania e Sicilia. Le disuguaglianze regionali si fanno ancora più pronunciate se si considera la percentuale di comuni in cui è presente almeno una struttura erogante servizi socio-educativi per la prima infanzia: Nord-est 89%, Nord-ovest 59%, Centro 54%, Sud 47% e Isole 34%.

 

Figura 1 e 2 – Occupazione femminile e posti per bambini tra gli 0 e i 2 anni di età per regione, 2018

 

Asili nido: più occupazione per le madri e migliori esiti educativi per i figli

L’Italia occupa l’ultima posizione europea in termini di partecipazione femminile al mercato del lavoro – il 56,2% tra i 15 e i 64 anni, contro una media europea del 67,5%. Come per i dati precedenti, la partecipazione al lavoro delle donne varia da regione a regione del nostro paese. In modo particolare, la frattura ricalca quella già individuata per l’erogazione di servizi per la prima infanzia. Regioni come Emilia Romagna, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige sfiorano il 70%, mentre Puglia, Campania, Calabria e Sicilia sono a poco più del 30%. Non c’è dubbio che le ragioni della differenza siano molteplici e di varia natura, ma è verosimile che l’assenza di servizi per la prima infanzia sia un fattore in grado di perpetuare la tendenza – come si evince dal raffronto tra le figure 1 e 2, e, attraverso una comparazione di diversi Stati Europei, nella figura 3. A sostegno di questa ipotesi, l’indagine delle Forze Lavoro Istat 2018, come sottolineato da Francesca Carta, riporta che il 15% delle madri non occupate non cerca lavoro perché i servizi sono inesistenti, inadeguati o troppo costosi.

 

Figura 3 – Relazione tra la partecipazione al mercato del lavoro delle donne e la presenza di servizi per la prima infanzia

 

 

Pertanto, investire in modo strutturato in asili nido potrebbe evitare alle donne il trade-off tra carriera e figli, permettendo loro di accedere al mercato del lavoro senza rimandare o abbandonare il desiderio di costruire una famiglia. Infatti, senza strutture adeguate e con un vetusto e squilibrato modello di ripartizione dei compiti familiari ancora diffuso, molte donne si trovano a sacrificare anni importanti della propria formazione professionale, uscendo dal mercato del lavoro per un tempo che a volte si rivela troppo lungo per un facile reinserimento. Inoltre, la tendenza può essere più pronunciata per nuclei familiari economicamente fragili, i quali non possono permettersi un baby-sitter, oppure per le coppie giovani i cui genitori sono ancora in età lavorativa e non possono accudire i nipoti.

 

Peraltro, i benefici non riguarderebbero solo le madri e la loro capacità lavorativa, ma anche i bambini stessi, per i quali gli aspetti positivi dell’educazione pre-primaria sono ben chiari. Una recente ricerca di Daniela Del Boca, Silvia Pasqua e Simona Suardi sottolinea che la partecipazione al lavoro della madre non sembra avere effetti statisticamente significativi sui risultati scolastici dei figli, mentre l’accesso a servizi formali per la prima infanzia ha un impatto positivo. Pertanto, favorire la partecipazione femminile al mercato del lavoro mediante asili nido non compromette, anzi sembra migliorare, i risultati di lungo termine dei bambini. T. Havnes e M.Mogstad in Norvegia e Dustman et al. In Germania giungono a conclusioni simili studiando diverse riforme volte a favorire la partecipazione all’istruzione 0-5 anni – universal childcare. Infine, diverse pubblicazioni dell’OCSE nel campo educativo supportano la tesi che un’educazione pre-primaria di qualità abbia importanti effetti positivi sulle performance future dei giovani studenti, specialmente nel caso di bambini maggiormente vulnerabili.

Per concludere, l’assenza di asili nido è determinata da una carenza sul lato dell’offerta, non certo della domanda. Se così non fosse, sarebbe difficile spiegare l’alto tasso di iscrizione alla scuola dell’infanzia, la quale, così come gli asili nido, non è obbligatoria. Inoltre, un recente report dell’Istat suffraga questa visione mostrando che la quota dei cosiddetti anticipatari alla scuola dell’infanzia è maggiore proprio nelle aree carenti nei servizi 0-2 anni.

 

È l’ora delle proposte

Un primo intervento per sviluppare e moltiplicare i servizi per la prima infanzia potrebbe essere quello di trasformare i bonus asili nido da trasferimenti alle famiglie a trasferimenti ai comuni, i quali poi potrebbero decidere come utilizzare i fondi, se per abbassare le rette oppure per ampliare il numero di posti disponibili. In questo modo, come argomentato da Massimo Baldini e Andrea Barigazzi, i comuni che già offrono un adeguato servizio potrebbero abbassare la retta, mentre i comuni che non sono coperti da strutture idonee potrebbero garantirle. Una soluzione alternativa, come argomentiamo in Ci pensiamo noi, potrebbe consistere nel trasferimento dallo Stato alle Regioni dell’obiettivo europeo secondo cui almeno il 33% dei bambini di età 0-2 anni deve usufruire di servizi per la prima infanzia, ricorrendo anche all’opportunità presentata dal Recovery Fund.

Un ulteriore strumento atto a raggiungere le zone del Paese più scoperte potrebbe essere quello di individuare i comuni nei quali non è presente un asilo nido pubblico, o in cui la copertura è insufficiente, sia pubblica sia privata (inferiore al 33%), dove lo Stato potrebbe finanziare lo sviluppo dei servizi. Secondo le stime dell’Ufficio di Valutazione dell’Impatto (UVI), il costo della realizzazione ammonterebbe a più di 2.5 miliardi di euro per raggiungere una copertura del 33% La gestione, successivamente, potrebbe essere gestita sia in modo diretto dal comune (magari con una premialità garantita dallo Stato) sia esternalizzando a terzi. Questa soluzione è motivata dal fatto che le risorse dello Stato sono tutt’altro che infinite e, pertanto, si potrebbe fare affidamento sulle strutture private, laddove idonee. Infatti, negli asili nido comunali a gestione diretta la spesa sostenuta dal comune è di circa 8500 euro annui per utente. La spesa dei comuni si riduce drasticamente se le strutture sono affidate in appalto a gestori privati: in media poco meno di 5.000 euro per ciascun iscritto. Tuttavia, è opportuno garantire che quest’ultima strada non provochi rette sensibilmente più alte e condizioni lavorative più precarie da parte degli operatori.

Per concludere, le disuguaglianze, sociali e territoriali, nell’accesso ai servizi educativi per l’infanzia sono una problematica che ciclicamente si ripropone nel dibattito pubblico, solo per poi tornare ad essere trascurata. Il risultato è il secondo più basso tasso di partecipazione femminile tra i paesi dell’Unione Europea e una percentuale di posti disponibili nei servizi educativi per i bambini al di sotto dei 3 anni ancora inferiore all’obiettivo stabilito in sede europea, e ben lontana da quello che osserviamo nei nostri vicini. Serve un rinnovato impegno, volto a riequilibrare le opportunità di tutti i bambini, perché abbiano accesso a dei servizi educativi di qualità, e per le madri, perché possano partecipare più attivamente nel mercato del lavoro. I vantaggi di medio e lungo termine sarebbero molti, non solo dal punto di vista della produttività ma anche da quelli dell’uguaglianza di genere e della formazione dei più piccoli, vero petrolio dell’Italia di domani.

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