Professioni sociali

Il tirocinio di servizio sociale nell’emergenza sanitaria

Una distanza possibile?

Un articolo di GalimbertiU.Galimberti, Perché l’insegnamento a distanza è un’opportunità da cogliere, La Repubblica, 13 giugno 2020 u. c. 15.09.2020 sul rapporto insegnanti-studenti durante il lockdown ha ispirato parte di questa riflessione, contribuendo a ricomporre le considerazioni sull’esperienza di tirocinio realizzata presso il Corso di Laurea in Servizio sociale dell’Università degli Studi di Torino (CLaSS), durante l’emergenza sanitaria che ha impedito l’accesso ai servizi.

 

Nella nostra realtà, come in altre, le e gli assistenti sociali non hanno “abbandonato”, in questa emergenza, le future generazioni di professionisti. Non si è interrotta la connessione con quel germe di futuro che matura continuamente nel ventre di ogni comunità professionale, costituito da coloro che si formano per essere ed esercitare, domani, quella professione.

I futuri assistenti sociali non sono stati abbandonati perché l’iniziativa della sede formativa ha trovato una pronta risposta da parte di enti e della stessa comunità professionale che hanno collaborato alla realizzazione del tirocinio professionalizzante a distanza, per la prima volta nella storia della formazione di questa figura.

Il tirocinio è un’attività formativa in presenza per antonomasia; un’offerta didattica che pone un vero e proprio ponte tra la sede universitaria, la realtà dei servizi e l’esercizio professionale; che permette ai discenti di circolare nella realtà operativa, “toccarla con mano”, immergendosi in essa per un tempo prolungato.

Il coronavirus ci ha imposto il distanziamento e l’esigenza di ripensarci radicalmente nei vari ambiti, privato, sociale, organizzativo, professionale e formativo, innescando un processo di mutamenti, ancora in pieno fieri, che ha deformato quella realtà che sembrava solida e scontata. Questo evento, negando la possibilità di una relazione educativa in presenza, sembrava opporsi alla prospettiva di una formazione dalla pratica. Non siamo, tuttavia, restati a guardare, attendendo il corso favorevole degli eventi: ci si è attivati per evitare l’arresto del percorso formativo, ricorrendo agli strumenti della didattica a distanza il cui utilizzo, rispetto al tirocinio, ha richiesto un ragionamento articolato.

 

La costruzione di questo tirocinio ha visto l’integrazione di differenti attività in cui sono stati coinvolti responsabili di servizi, assistenti sociali, tutor e docenti universitari. Oltre ai laboratori, alle testimonianze, ai casi studio, ai contributi esperienziali sono state offerte opportunità di sperimentazione a distanza, come a distanza operavano ed operano ancora molti assistenti sociali, così i tirocinanti hanno seguito queste pratiche professionali e ne hanno svolte, ove possibile, in autonomia.

In questo processo hanno svolto un ruolo decisivo alcuni fattori: il mandato dell’Ateno, l’esperienza pregressa di utilizzo di piattaforme didattiche nel tirocinio, il patrimonio di conoscenze e competenze sviluppate negli anni dai collaboratori del CLaSs e generate nei tirocini sperimentaliPercorsi sperimentali di tirocinio in realtà, prossime al lavoro del servizio sociale, dove non è ancora presente la figura dell’assistente sociale. Cfr. Dellavalle M., Rocca V, “Sperimentare nuovi percorsi di servizio sociale attraverso il tirocinio”, in Prospettive sociali e sanitarie, 4, 2017, pp. 21-5; Cola P. “Tirocinio sperimentale e supervisione delegata” in Tognetti Bordogna M. (a cura di), Il tirocinio come pratica situata, FrancoAngeli, Milano, 2016, pp. 176-184. che da tempo ci allenano a confrontarci con nuove e sfidanti frontiere di tirocinio e di esercizio del ruolo professionale.

Decisivi sono stati il preliminare confronto con i membri del Comitato d’Indirizzo, composto dagli stakeholder del CLaSS tra cui il Consiglio regionale dell’Ordine, e soprattutto l’indispensabile contributo dei servizi e degli assistenti sociali che da tempo collaborano alla realizzazione del tirocinio, come supervisori. Quest’ultimo punto rappresenta un tassello fondamentale costituito da un capitale di alleanze e di prassi operative condivise e costruite nel tempo, che ha favorito una fattiva collaborazione: responsabili di servizi e assistenti sociali sono stati disponibili a pensare e a realizzare progetti di tirocinio a distanza che hanno consentito di accogliere virtualmente i tirocinanti e che li hanno affiancati nel lavoro da remoto, permettendo loro di seguire riunioni, effettuare contatti telefonici o via e-mail, video colloqui di monitoraggio e sostegno, gestire passaggi del processo di aiuto, curare la documentazione, sperimentando così questa fase peculiare di vita del sistema di welfare e della professione.

 

Opportunità e limiti

Il tirocinio è uno spazio privilegiato di confronto e di congiunzione tra sistemi diversi, accademico, istituzionale e organizzativo, professionale, e la finalità professionalizzante del percorso formativo esige un legame autentico con le condizioni di cui il servizio sociale concretamente si occupa. È importante, perciò, che gli studenti si misurino, con la necessaria protezione e il dovuto accompagnamento, con i fenomeni sociali e l’autenticità del contesto professionale, non edulcorato o asettico. Quello che stiamo vivendo non è una parentesi che a breve verrà chiusa, per questo non possiamo attendere un “domani migliore” per studiare quanto sta accadendo. Possiamo, invece, scegliere una posizione di osservazione ed essere testimoni: è sensato offrire questo presente nevralgico ai discenti e studiarlo con loro, perché a breve ne saranno parte integrante o quanto meno ne vivranno da neoprofessionisti le conseguenze e conosceranno gli esiti dei veloci mutamenti nel settore dei servizi alla persona.

Il momento è molto fervido: ricco di drammi e difficoltà, ma anche di sperimentazioni sino a poco fa impensabili. Basti pensare all’utilizzo professionale dei social media e della tecnologia, entrata massicciamente nella quotidianità lavorativa e personale. Il tirocinio a distanza offre uno sguardo inestimabile sulla riconfigurazione degli assetti organizzativi, servizi, reti, procedure, regole, pensieri, strumenti e azioni professionali. È una finestra spalancata su come si fronteggia una situazione di emergenza e di incertezza, su come si resta attivi e presenti in una condizione di distanziamento generalizzato, su come trattare l’impatto emotivo di questo insieme di circostanze disorientanti.

Questi futuri e future assistenti sociali entreranno con cognizione nel dibattito che si è aperto rispetto all’uso della tecnologia nel lavoro di aiuto, perché se ne disegni un’appropriata metodologia professionale e non diventi una scelta condizionata prevalentemente dal risparmio delle risorse o dalla seduzione della modernizzazione o della semplificazione delle operazioni professionali.

 

A fronte di ciò, va però sottolineato che sono stati richiesti agli studenti e alle studentesse un impegno elevato e una rinuncia all’attesa di un’esperienza tradizionale più rassicurante, riformulando il setting di apprendimento. Questo inedito tirocinio, infatti, ha costi aggiuntivi e limiti:

  • richiede a ciascun attore (studenti e studentesse, assistenti sociali, servizi e università) un notevole ripensamento del proprio ruolo, un investimento specifico in termini di un surplus di cura nell’accompagnamento, nel tutoraggio, nelle offerte didattiche;
  • presenta ridotte opportunità sul fronte dell’osservazione e della sperimentazione dirette nella gestione del processo di aiuto, nell’esercizio delle funzioni e dell’utilizzo degli strumenti professionali;
  • costringe il/la tirocinante a vivere la propria esperienza in una condizione di perenne distanza dalle dinamiche interprofessionali, dell’organizzazione e dei gruppi di lavoro e non consente di avvicinarsi concretamente al clima di lavoro. La realtà operativa è, così, conosciuta e percepita attraverso la narrazione indiretta, per quanto autorevole.

 

Le attività d’aula, finalizzate a garantire il necessario lavoro riflessivo che trasforma l’esperienza in apprendimento, hanno dovuto rispondere all’ulteriore compito di sostenere sia il passaggio faticoso da un’aspettativa tradizionale di tirocinio a un percorso online, sia l’attivazione del processo riflessivo all’interno di una realtà sconvolta dagli eventi e di difficile lettura. Il processo formativo si è sviluppato in una condizione di perenne workinprogress per la difficoltà di fare una programmazione a medio-lungo termine, per la necessità di costruire le offerte in itinere secondo le esigenze e le opportunità presenti.

Il tirocinio, quale progetto a cui concorrono diversi attori, si qualifica come area di confronto e d’incontro tra professionisti, in questa condizione di distanziamento diventa una preziosa agorà di raffronto tra esperienze dissimili di tirocinio e di lavoro professionale. Gli incontri online con l’intera coorte di soggetti coinvolti permettono uno scambio vitale dove ciascuno, come formatore o discente, è testimone e apprendista.

 

Ed è anche un’occasione per fare cronaca del presente. In questo momento hanno, infatti, acquisito importanza le storie, raccontarsi e condividere. A una fase di chiusura forzata, la narrazione può fare da antidoto; il silenzio e l’isolamento rischiano di impoverire ulteriormente. La condivisione delle vicende, delle strategie, delle idee è un meccanismo in grado di sviluppare le conoscenze e di stimolare la competenza di coping, nel tirocinio e nell’esercizio professionale. Narrare comporta una catena di passaggi a partire dallo sforzo della riflessione: piegarsi sull’esperienza, trarne un senso e tradurla in un linguaggio che permette di porgerla a un interlocutore, passando da un’esperienza interna propria a una realtà esterna tramandabile e visibileSmorti, A., Raccontare per capire. Perchè narrare aiuta a pensare, Il Mulino, Bologna, 2018, p. 58..

 

La possibilità di confrontarsi con questa poliedrica e intricata realtà e di conoscere contesti di esercizio professionale differenti costituisce una risorsa importante in termini di apprendimento; il tirocinante va però seguito e sostenuto, soprattutto se presenta aree di fragilità. In effetti questa offerta rappresenta una risorsa più per tirocinanti con una discreta carriera accademica e risorse di base. Lo studente ha operato in autonomia e in un’ampia condizione di “telematica” e domestica solitudine con ridotte possibilità di diretto e spontaneo confronto con i pari e figure esperte. La mancanza di rapporto diretto, inoltre, riduce l’opportunità per i formatori di intercettare e supportare tempestivamente situazioni critiche.

 

Capitalizzare l’esperienza

Gli enti, i servizi e i professionisti che collaborano con l’Università di Torino, insieme agli studenti e alle studentesse, hanno scelto di esserci, di mettere in gioco risorse importanti, di cui forse non saremmo diventati così consapevoli, perché sarebbero restate in parte in-visibili, nascoste tra le pareti dell’operatività quotidiana.

Insieme si è scelta la strada impegnativa dell’incontro con le nuove generazioni per lasciare nelle loro mani anche questo rovente testimone. È una prova di “forza”, non solo rispetto alla forza che richiede la supervisione didattica in un frangente simile, ma anche rispetto alla capacità di sapersi rimodulare in tali condizioni, facendo fronte a incarichi complessi.

Il coronavirus ci ha spinti verso nuovi scenari; le nuove prospettive, però, necessitano, da parte dell’università e della comunità professionale, di un governo, di una cornice di senso e di metodo per sistematizzare, selezionare le dotazioni e le opportunità, per non esporsi alla contingenza, perdendo il patrimonio pregresso e quello che affiora dal presente.

L’esercizio della funzione supervisiva è un atto generativo, e generoso, ancor più ora. Per essere generativi occorre raccogliere l’essenza dell’esperienza e dedicarla a un suo autonomo sviluppo, destinandola a un altro. L’altro ha il compito di farsi concavo per accogliere quanto gli viene offerto, custodirlo e farlo maturare. I futuri professionisti che ricevono l’eredità complessa di oggi, se ben accompagnati, potranno farla fruttare, evitando di disperderla o che si replichi in modo disfunzionale.

SauSau M., L’eredità persistente: l’emergenza della cura sociale tra passato e presente in Welforum.it, 28 aprile 2020. ci dice che oggi siamo in grado di fare con le nostre mani un bene primario come il pane perché qualcuno ci ha donato con il proprio esempio questa abilità. La generatività, come la generosità, è un’azione che si contrappone all’abbondono, al lasciare senza, in balia di sé stesso. Nel nostro caso, sarebbe lasciare senza il patrimonio dell’esperienza professionale in corso.

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