Mese sociale - Cambiare, ma per davvero

Niente sarà più come prima? Qualche dubbio affiora. Per il welfare dei servizi il rischio c’è e si sta delineando in tutta la sua concretezza: una aggiunta di risorse, qua e là, senza un vero cambio di rotta, cioè senza cogliere la cosiddetta finestra di opportunità. Un welfare un po’ meno povero insomma, ma con tutti i limiti pre-Covid.

 

Il caso delle Rsa è palmare. La strageI decessi in Rsa per Covid o con sintomi correlati si contano in diverse migliaia ma mancano in Italia dati ufficiali aggiornati. L’ultima conta, parziale, dell’Istituto Superiore di Sanità risale all’inizio di maggio. invita a un ripensamento serio della loro organizzazione. La Rsa del futuro ha l’occasione di superare il modello ospedaliero, da grande istituzione totale, a favore viceversa di luoghi aperti, soprattutto luoghi di dimensioni più ridotte. Le comunità residenziali, le abitazioni protette, le forme di “abitare leggero” sotto i 25-30 posti riguardano oggi una parte marginale delle residenze e su di esse non si è mai investito davvero.

L’ampliamento di queste soluzioni genera benefici? Sì, perché rappresentano una soluzione win-win: positiva per anziani solo parzialmente non autosufficienti, meno reclusi in grandi strutture poco flessibili, e positiva per i conti pubblici, perché meno costose e complesse da gestire rispetto alle Rsa tradizionali. Forme abitative più piccole attirano poco i grandi gruppi privati for profit, ritenute meno redditizie. Sono invece uno spazio rilevante per l’economia civile e il terzo settore, che possono giocarsi qui immaginazione e innovazione organizzativa, rivalutando le dimensioni della solidarietà e quelle del mutualismo.

Il rischio è allora che si stanzino fondi pubblici per aggiustare i bilanci delle strutture in crisi, per i posti lasciati scoperti e per una domanda che si è ridotta, o al più per fare qualche adeguamento agli ambienti, senza cambiamenti strutturali e organizzativi.

 

L’assistenza domiciliare è un altro esempio dove si rischia di aggiungere risorse senza cambiare nulla. La legge 77/2020 (ex dl Rilancio) raddoppia di fatto per il 2020 le risorse previste per i servizi di Assistenza domiciliare integrata delle Asl (ADI), con 734 milioni di euro che verranno ora ripartiti tra le regioni. In Italia l’ADI offre prestazioni di natura medico-infermieristico e di durata limitata: si conta una media di 25 ore all’anno per utente. Il punto è che i bisogni delle persone con disabilità, o non autosufficienti, sono invece continuativi nel tempo e riguardano anche, e sempre più, sostegni e tutele di tipo “sociale”.

Non è (solo) di più Adi ciò di cui abbiamo bisogno. Perché i bisogni delle persone fragili non sono solo sanitari, infermieristici, riabilitativi, ma riguardano sostegni e tutele sociali, legate agli atti della vita quotidiana, sia all’interno che al di là delle mura domestiche. Ciò di cui c’è bisogno è allora un ventaglio più ampio di supporti che guardino a soggetti diversi (non solo la persona fragile, “utente”, ma il suo contesto), e a diversi gradi di fragilità, anche moderata, mentre i servizi attuali intervengono solo nelle fasi più acute (ADI) o nelle fragilità conclamate ed economicamente più deboli (SAD).

Anche qui, dunque, si apre una finestra di opportunità per ripensare una tutela territoriale domiciliare che superi la frammentazione tra Comuni e Asl e un’offerta oggi molto prestazionale.

 

Non solo scuola

Saranno 209 i miliardi in arrivo dall’Europa con il programma Next Generation EU. Non è chiaro quanto e come verrà investito nel “welfare”. È legittimo aspettarsi che sanità e scuola avranno una chiara priorità, che tuttavia rischia di fagocitare tutto il resto. Per esempio il tema della creazione di nuovi nuclei familiari.

I giovani: tanto evocati nei discorsi quanto trascurati nelle politiche. Nel frattempo, la spirale negativa della denatalità rischia quest’anno di esplodere. A dicembre avremo i dati su come è andata nel 2020: molti indizi fanno pensare a un ulteriore, drammatico crollo delle nascite. Per contrastarlo occorrono investimenti che superino la logica dei bonus e di provvedimenti inadeguati.

Il Family Act approvato a giugno deve essere messo a terra e reso operativo nel più breve tempo possibile. Ma non basta. Oggi dobbiamo accompagnare la transizione alla vita adulta della “generazione Covid-19”. E qui occorre lavorare su più fronti, ne richiamo due.

 

Primo, occorre tornare a investire sull’alternanza scuola-lavoro, introdotta nel 2017 e poi fortemente ridotta, un meccanismo che, oltre a ridurre gli abbandoni scolastici, avvicina il sistema dell’istruzione al mondo produttivo, antico problema del nostro paese.

Secondo, tornare a investire nel programma Garanzia giovani con un format che va corretto e adattato: in Italia Garanzia giovani – con un sovraccarico di tirocini inconcludenti – ha prodotto risultati modesti. Si può migliorare, idee e proposte non mancherebbero: per esempio concependo i tirocini come un punto di partenza, non di arrivo, e utilizzando le risorse dentro meccanismi più responsabilizzanti nei confronti dei giovani coinvolti, da un lato, e le aziende dall’altro.

 

Sanatoria 2020: ecco com’è andata

Stando ai numeri no, non è stato un flop. Alla scadenza del 15 agosto sono state 207.542 le domande di regolarizzazione della popolazione migrante: nella sanatoria precedente, quella del 2012, erano state 134.576. Certo, per un provvedimento nato soprattutto per i lavoratori stagionali, i braccianti del settore agricolo, il risultato è andato fuori bersaglio, dato che la grande maggioranza delle domande pervenute, l’85%, ha riguardato il lavoro domestico, mentre solo trentamila domande hanno riguardato l’agricoltura.

Ciò porterà a ridurre – ma solo temporaneamente – la quota di mercato sommerso tra colf e badanti, ma certo non a farla scomparire.

Anomala risulta la distribuzione delle domande, nel lavoro domestico, per paese di provenienza, una distribuzione che riflette poco quella degli stranieri in questo settore. La tavola che segue mostra la provenienza per paese secondo l’Osservatorio Inps sul lavoro domestico.

 

Tavola 1 – Confronto tra i lavoratori domestici (colf e badanti) e lavoratori domestici richiedenti la regolarizzazione, per paese di originePer i richiedenti la regolarizzazione, i dati del Ministero dell’Interno riguardano solo le prime dieci nazionalità. Da qui la rilevante quota di “altra” provenienza.

 

Lavoratori domestici iscritti all’Inps nel 2019

Val. assoluti e %

Richiedenti regolarizzazione

Val. assoluti e %

Europa Est 347.032 40,9 45.924 25,9
Italia 252.023 29,7
Filippine 67.000 7,9
America Sud 58.795 6,9 13.711 7,7
Asia Orientale 44.910 5,3 50.529 28,8
Africa Nord 29.664 3,5 22.213 12,5
Africa Centro-Sud 18.609 2,2
America Centrale 14.912 1,8
Altro 16.041 1,8 44.471 25,1
TOTALE 848.987 100,0 176.848 100,0
         

Fonte: Inps, Osservatorio sui lavoratori domestici; Ministero dell’Interno, Report sulla regolarizzazione 2020.

 

Secondo il Report del Ministero dell’Interno, la nazionalità delle 176.848 domande di regolarizzazione del lavoro domestico riguarda paesi un po’ diversi da quelli tradizionali, in prevalenza Ucraina, Bangladesh, Pakistan, Georgia, Marocco. Emerge cioè un certo disallineamento rispetto alla distribuzione nel lavoro domestico, con un netto sovradimensionamento dell’Asia Orientale e dell’Africa del Nord: vedi tabella. Da qui qualche sospetto circa un uso improprio del provvedimento. Peraltro, lo stesso era successo nella sanatoria del 2012 (Rapporto NNA 2012-2013, pag. 98) dove i primi tre paesi di provenienza dei lavoratori furono Bangladesh, Marocco e India: molto poco ricorrenti in questo settore (soprattutto i primi due).

Quante delle istanze presentate si riferiscono davvero al lavoro domestico forse non lo sapremo mai. E come accaduto in passato, l’effetto delle vere assistenti familiari che hanno beneficiato di questo provvedimento verrà presto riassorbito. In un settore, quello del lavoro privato di cura, che conta una larga maggioranza di irregolarità e dove la forza attrattiva del lavoro sommerso rimane potente.

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