Mese sociale - Il welfare dal basso arriverà in alto?

In collaborazione con Redattore Sociale

Un fermento che attraversa l’Italia

Il welfare di comunità si è dato appuntamento a Milano, il 28 marzo, al convegno promosso da Fondazione Cariplo “Welfare di comunità: diario di un viaggio”. Una giornata densa di contenuti: 37 progetti finanziati nell’arco di cinque anni dal programma “Welfare in azione”, oltre 37 milioni in contributi erogati. E ora un primo bilancio, sostenuto da due ricerche ricche di spunti: una sui luoghi del welfare, realizzata da Massimo Conte e Stefano Laffi di Codici Ricerca e Intervento, e quella presentata da Ivana Pais e curata da TRAILab sulle piattaforme del welfare sociale.

Quello del welfare di comunità disegna un campo di interventi e di innovazione che attraversa l’intero paese.

A Firenze dal 29 al 31 marzo si è svolto il primo Festival nazionale di economia civile, una tre giorni che ha voluto promuovere una generazione di imprenditori sensibili all’impatto sociale delle loro azioni, declinabili in imprese cooperative, etiche, solidali, socialmente responsabili, benefit.

A Bari si tiene l’11 e 12 aprile, nell’ambito del programma PugliaSocialeIN, un seminario nazionaleQui il programma del seminario. sul nuovo Fondo nazionale per l’innovazione sociale, la finanza di impatto, l’economia sociale, e dove verrà presentata la ricerca sul welfare collaborativo in Puglia condotta da chi scrive.

 

 

Costruire relazioni: tra chi?

Le risorse da cui si parte, e le regole di ingaggio, sono diverse: pubbliche, quelle delle fondazioni bancarie, quelle delle imprese socialmente responsabili. Ma il punto di convergenza è condiviso: far crescere un tessuto di iniziative dal basso, che non si antepone alla rete più consolidata dei servizi, proponendo un modello di inclusione diciamo più abilitante, centrato sul lavoro di comunità.

È proprio questa relazione tra vecchio e nuovo un punto che va oggi tematizzato: pena il rischio di generare binari che non si parlano, interventi che non fanno sistema. E per attivare connessioni bisogna anzitutto lavorare sui linguaggi, sui criteri di valore.

La ricerca di Fondazione Cariplo sui luoghi del welfare prende come unità di misura la densità delle relazioni, l’intensità dello scambio: “Nella nostra cornice comunitaria, cento presenze a una festa in cui ognuno sorseggia il suo drink mentre guarda un concerto valgono meno di quindici genitori in riunione, che si scambiano contatti e favori per risolvere il problema di conciliazione durante le vacanze estive” (pag. 46). E qui siamo su criteri molto lontani da come i servizi sociali tradizionali valutano sé stessi. È anche una questione di “scala”: azioni di comunità dove lo scambio diventa denso devono porsi su una scala intermedia tra il gruppo molto (troppo) piccolo e quello troppo grande, tra la dimensione esclusiva e quella assembleare. “È sulla scala piccola (10-20 persone) che ci si riesce a conoscere, a sentirsi capaci ed efficaci. Sul piccolo anche i vulnerabili ce la fanno” spiega Stefano Laffi.

Ma di chi parliamo? Un tema aperto, che merita approfondimenti, riguarda proprio le persone coinvolte: un coinvolgimento tra simili o tra diversi? Tra persone omogenee tra loro – per ruoli, estrazione, interessi – o tra diversi: dove c’è chi aiuta e chi viene aiutato, si pratica uno scambio, le relazioni diventano abilitanti.

Perché è proprio qui che si gioca il discrimine: tra attività che rimangono dentro i confini della pura socializzazione, del tempo (libero o occupato che sia) gestito in modo collaborativo, e attività che hanno una dimensione di aiuto, capacitante. In questo senso è importante lasciare spazio, oltre al “gruppo”, a geometrie diverse di relazione e persino alla dimensione individuale, perché è anche questa il luogo del cambiamento, in cui si elaborano i propri desideri e le proprie possibilità.

Non tutto avviene in un gruppo e non tutto ha bisogno del gruppo: riconoscere i pregi e limiti della dimensione collettiva aiuta a evitare il rischio di darle una funzione “salvifica” a prescindere.

 

 

Il paradosso delle piattaforme online

Il welfare di comunità può crescere anche attraverso le piattaforme digitali?

Qui si gioca un paradosso: perché la piattaforma digitale è – spesso – l’antitesi dello scambio comunitario. È vero: esistono le comunità virtuali, rilevanti per esempio nello scambio tra pari. Ma sono svincolate da un luogo fisico, dall’appartenenza a un territorio, se non in casi rari.

Le piattaforme online, in particolare quelle della sharing economy, si fondano su un rapporto one-to-one con l’utente, non favoriscono coinvolgimento, ancora meno “ingaggio”, al massimo relazioni con poche persone di cui si è usata la casa, la macchina e così via.

Ivana Pais e Flaviano Zandonai introducono il termine “quasi-piattaforma”, non per indicare il mancato raggiungimento di un modello ideale, ma per marcare le differenze del sociale con i grandi siti del mercato.

E le differenze sono tante. Alcune: nel sociale la piattaforma online costituisce solo una parte di progetti che si realizzano in buona parte altrove, sul piano non-virtuale. Le piattaforme sociali sono frutto di un’ampia compagine di soggetti, non di una sola impresa (e questo, aggiungiamo noi, è fonte di non poche difficoltà). Vedono, quelle sociali, investimenti iniziali più limitati. Soprattutto, nelle piattaforme sociali sono poche le transazioni che si realizzano (matching domanda-offerta), che hanno invece bisogno di un appoggio organizzativo e di una intermediazione faccia a faccia, off-lineIn questo senso anche la ricerca sul welfare collaborativo in Lombardia..

E quindi, se funzionano poco per fare transazioni, incontro e scambio, a cosa servono le piattaforme sociali? Servono ad altro: dare visibilità, diffondere informazioni, promuovere connessioni, ricercarne di nuove, fare fundraising. Tutto ciò vale il loro costoso sforzo? È una domanda aperta.

 

 

Dal basso e dall’alto

C’è consenso nell’aspettarsi dal welfare “dal basso” – quello dei progetti, delle comunità locali, delle sperimentazioni territoriali – i cambiamenti che quello “dall’alto” – quello definito da leggi e delibere – fatica a produrre. Non c’è antitesi, ma è vero che parlano di valori diversi: di opportunità e risorse il primo, di garanzie e diritti il secondo. Tra questi piani sono poche le connessioni, gli “ascensori” per mettere a valore l’esperienza maturata e renderla leggibile, fonte di inspirazione e, perché no, renderla replicabile.

La continuità dei progetti di sviluppo territoriale, finito il finanziamento principale, è un tema che rimane molto aperto: coinvolge le amministrazioni locali, le competenze che si è riusciti a costruire, il radicamento generato, la capacità di auto-sostenersi.

Quello dei progetti e quello dei servizi sono mondi che si stanno avvicinando grazie a programmi pubblici e privati, che aiutano il dialogo, la coprogettazione, pur tra mille difficoltà. Dove ciò non avviene, i risultati li conosciamo: progettazioni che lasciano poco una volta finiti i finanziamenti. O viceversa servizi diventati obsoleti e che faticano a rinnovarsi: valga per tutti il caso dei servizi domiciliari dei Comuni.

Abbiamo bisogno di canali nuovi, che rendano permeabili il basso e l’alto, che ci consentano di disegnare il welfare di domani.

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