Mese sociale - Altri codici

Le diagnosi le abbiamo fatte, quello che non ha funzionato lo abbiamo capito. Ora è tempo di proposte serie, concrete, sostenibili. Riguardo al welfare sociale, le sue funzioni, i soggetti, le professioni. Perché se è vero che, in termini sanitari, iniziamo a vedere la luce in fondo al tunnel, questo è il momento per rendere i tanti “manifesti” scritti e sottoscritti in questi mesi azioni possibili. Guardando lungo: agli anni che verranno.

 

Le bozze finora circolate del “Piano nazionale di ripresa e resilienza” sono sibilline sul welfare, sull’assistenza sociosanitaria e sociale. Si parla di assistenza di prossimità, ma su come potenziarla e farla evolvere siamo ancora molto indietro se la cosa più precisa che si legge è l’intenzione di promuovere un’assistenza “vicina ai bisogni dei cittadini, per consentire un’effettiva equità di accesso della popolazione alle cure sanitarie e sociosanitarie, attraverso la definizione di standard qualitativi e quantitativi uniformi, il potenziamento della rete dei servizi distrettuali” (pag. 86).

Siamo nell’involucro di una generica lista di intenti, su cui peraltro rischia di calare rapidamente il silenzio secondo un copione che si ripete da mesi. Un insieme di buoni propositi quasi a giustificare come si spenderanno i soldi anziché partire prima da una direzione di senso, un orizzonte di sintesi, di priorità, e poi da lì disegnare il welfare di domani.

 

Servono altri codici, che vadano oltre il già conosciuto, oltre il “more of the same”. Codici altri come quelli connaturati a uno strumento come il Budget di salute, che scardina la logica novecentesca “a certi bisogni certi servizi” a favore di un approccio che guarda alla persona tutta intera, la sua unicità, le sue aspirazioni, i suoi desideri. O come quelli proposti in un documento per la riforma delle cure domiciliari sottoscritto da molti attori della società civile lombarda e presentato in questo Webinar.

Serve un approccio organico che non si fermi ai correttivi, ma che apra a nuovi perimetri di intervento, di inclusione, di aiuto. Vanno in questa direzione due Rapporti usciti di recente. Vediamoli.

Per l’infanzia e le scelte procreative (in crisi)

L’Alleanza per l’Infanzia in collaborazione con la rete #educAzioni ha pubblicato il Rapporto “Investire nell’infanzia: prendersi cura del futuro a partire dal presente”. Il documento formula una dettagliata proposta di ampliamento, rafforzamento e integrazione della copertura dell’offerta di servizi educativi e scolastici per i bambini tra 0 e 6 anni e degli interventi a sostegno della genitorialità, cui dedicare una quota significativa del fondo Next Generation EU.

La stesura del documento è stata coordinata dalla Alleanza per l’infanzia attraverso la discussione e l’ascolto dei punti di vista molteplici, articolati e ponderati, che ciascuno degli aderenti ha portato, di cui le premesse e le proposte costituiscono la sintesi.

Partendo da un’analisi della situazione italiana e dal perché sia essenziale per il nostro Paese investire in servizi educativi per la prima infanzia, si propone di arrivare nell’arco di un triennio a una copertura pubblica di almeno il 33% dei bambini sotto i tre anni in ciascuna regione, e di arrivare alla gratuità del servizio; una copertura della scuola dell’infanzia del 95% in tutte le regioni per i bambini in età 3-5 anni, a tempo pieno e gratuito; il mantenimento, e in alcuni contesti innalzamento, delle professionalità richieste a chi lavora in questo campo e di condizioni di lavoro adeguate; la piena attuazione dei Poli per l’infanzia, intesi come ambiti di coordinamento di tutti i servizi educativi per la fascia 0-6 anni.

Non autosufficienza: una politica in cerca d’autore

Il nuovo Rapporto del “Network Non Autosufficienza” (Nna), promosso dalla Fondazione Cenci Gallingani e pubblicato da Maggioli, offre uno sguardo ampio sul sistema pubblico di assistenza e sulle sue prospettive, partendo dall’assunto che la tragedia vissuta con la pandemia ci ha condotti ad un punto di non ritorno: “una crisi della portata di quella che stiamo attraversando raramente passa senza lasciare tracce profonde. Può costituire l’opportunità per un ripensamento positivo del nostro sistema di welfare, uno scatto in avanti che faccia delle difficoltà sperimentate l’occasione per affrontare quei nodi che – in condizioni normali – è difficile sciogliere. Oppure può portare a un’accelerazione e a un peggioramento delle criticità già presenti, esiti di un irrigidimento che consegna ogni azione a una logica conservativa. Nel welfare, come in tutti i sistemi sociali, davanti alle crisi gli sbocchi possibili sono solo due: innovazione o ripiegamento, una terza strada non esiste. Siamo, dunque, a un punto di non ritorno.”

Il rapporto parte dalle “lezioni” impartite dalla pandemia e prova a mettere a fuoco che cosa possiamo imparare da questa inedita e drammatica esperienza. Propone poi una disamina dei principali ambiti di intervento, le relative criticità e prospettive di sviluppo: i servizi domiciliari, quelli residenziali, l’indennità di accompagnamento, gli interventi rivolti alle assistenti familiari (badanti) e le azioni a sostegno dei caregiver informali, con uno sguardo finale alle esigenze conoscitive da soddisfare.

Emerge in modo evidente la necessità di un intervento nazionale sulla non autosufficienza, capace di portare organicità, equità ed efficacia ad un settore troppo a lungo lasciato all’inerzia di misure (e di servizi) superate.

Cresce l’occupazione nel settore domestico (ma è vera occupazione?)

Nonostante la crisi da Covid-19 crescono i livelli occupazionali nel settore domestico: nel 2020 colf, assistenti di anziani e disabili e baby sitter regolarmente assunte dalle famiglie potrebbero arrivare a quota 1 milione di addetti, con un incremento di oltre 200 mila unità rispetto al 2019, anno in cui l’Inps ha censito circa 850 mila domestici in regola, di cui oltre il 70% di origine immigrata. È quanto emerge da uno studio di Assindatcolf, Associazione Nazionale dei Datori di Lavoro Domestico e rilanciato di da Redattore Sociale. Ad incidere sui livelli di regolarizzazione la sanatoria della scorsa estate, che ha portato a far emergere 176.848 domande di cittadini non comunitari solo in ambito domestico, ovvero l’85% del totale delle domande presentate.

 

Rimane aperto il tema, già sollevato su questo sito, di quante siano state le domande “improprie”. Verosimilmente molte, forse addirittura la maggior parte, a giudicare dai paesi di provenienza di chi ha presentato l’istanza di regolarizzazione, non in linea con i tradizionali paesi di origine dei lavoratori domestici stranieri. Basti dire che il 66% delle domande riguardano paesi da dove provengono solo l’11% dei lavoratori: si veda qui. La stessa cosa era avvenuta nella sanatoria del 2012, i cui effetti si persero peraltro nel volgere di un paio d’anni.

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