Mese sociale - Lo strano caso dei bonus che non piacciono alle famiglie

C’è il bonus mamma domani, il bonus bebè, il bonus nido, c’è quello per le famiglie numerose. Poi saliamo con l’età e arriviamo a quelli che riguardano gli anziani. Ci sono gli assegni di cura per chi presta aiuto a domicilio, Veneto ed Emilia Romagna furono le prime ad introdurlo oltre vent’anni fa. Apprezzati se sganciati da vincoli di utilizzo. Quando invece questi ci sono, il vento cambia. È il caso del cosiddetto “bonus badanti”, un contributo economico alle famiglie che assumono regolarmente un’assistente familiare, introdotto da alcune regioni e ultimamente anche da Regione Lombardia (DGR 914/2018, che è stata qui segnalata). Con uno stanziamento importante: tre milioni di euro per i primi due anni, cifra che sostiene anche l’avvio di sportelli per l’incontro tra domanda e offerta e speciali registri delle assistenti familiari in ogni Ambito territoriale.

Dopo otto mesi di operatività, l’esito è tuttavia molto inferiore alle attese: meno di 200 sono state le domande presentate per il bonus, con diverse province lombarde che ne hanno registrate meno di dieci. Questo in una regione che conta mezzo milione di anziani non autosufficienti e circa 160.000 assistenti familiari, tra mercato regolare e nero.

 

Quali i motivi? Diversi: un valore Isee entro cui stare (25.000 euro, ma le famiglie più povere la badante semplicemente non se la possono permettere), un contributo economico limitato (il 50% delle sole spese previdenziali dell’assistente familiare), il vincolo di dover impiegare badanti iscritte ai registri, che però solo metà degli Ambiti distrettuali ha attivato. C’è poi il ragionevole sospetto che il numero di badanti effettivamente iscritte in questi registri siano davvero poche, se è andata come a Brescia dove, dopo un anno e mezzo di attività, lo sportello badanti istituito dal Comune, con la collaborazione dei sindacati, non ha visto nessuna iscrizione. A questo proposito, si veda qui.

Tutto questo cosa ci dice? Ci dice che ci vuole ben altro per agganciare e qualificare il mercato della cura; che le famiglie (e le assistenti familiari) non sono facilmente disposte ad abbandonare i vantaggi dell’irregolarità; che questo mercato, tutto individuale e privato, ha una tenuta ancora solida.

 

Il popolo “fantasma” dei 620.000 irregolari

Quest’anno i migranti giunti via mare sono stati ai livelli minimi: 9.648 quelli registrati a fine ottobre (-56% rispetto allo stesso periodo 2018). Consistente il numero di coloro che sono arrivati in Friuli-Venezia Giulia dalla tormentata “rotta” balcanica via terra: 5.526 fra il 1° gennaio e il 15 settembre.

Sono i dati del nuovo Rapporto della Fondazione Migrantes sul diritto d’asilo, scaricabile qui. Le domande di asilo accolte sono una minoranza sul totale. Lo confermano i dati di quest’anno: su circa 72.500 domande d’asilo esaminate, quelle accolte sono solo il 20%, di cui l’11% per lo status di rifugiato, il 7% con quello di protezione sussidiaria e appena l’1,5% per protezione umanitaria.

Quanti sono i migranti irregolari presenti in Italia? Qui le stime divergono. Fondazione Migrantes stima il numero in 620.000, mentre l’ultimo Rapporto ISMU, presentato il 3 dicembre, ne stima 562.000. Tutti comunque in rilevante aumento nell’ultimo anno. Certo, non si tratta solo di rifugiati arrivati via mare o via terra, si tratta anche di persone entrate con un visto poi scaduto, o che non sono riuscite a rinnovare il permesso che avevano. Molte le badanti in nero, i lavoratori nell’edilizia, in agricoltura. Giuridicamente una popolazione-fantasma, nei fatti forza lavoro di cui abbiamo disperatamente bisogno ma che il blocco dei decreti flussi vigente da sei anni impedisce di accogliere “normalmente” nel nostro mercato del lavoro.

È il paradosso dell’accoglienza: decine di migliaia di richiedenti asilo parcheggiati nei centri, mentre altrettanti potrebbero essere da subito impiegati come forza lavoro. Specie nei contesti dove il lavoro non manca, per esempio nella provincia di Bolzano, dove i richiedenti asilo che hanno visto respinta la domanda, i ”diniegati” che ricorrono in appello (lo fanno tutti, con un iter che dura anni), non hanno difficoltà a trovare un lavoro, anche irregolare.

 

Nuovi livelli essenziali riguardanti i servizi per i minori

In occasione del trentennale della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza ha pubblicato la proposta di quattro livelli essenziali delle prestazioni per i diritti di bambini e ragazzi, così definiti:

  1. Assicurare a ogni bambino che frequenta la scuola dell’infanzia il diritto di accedere a un servizio di mensa scolastica di qualità, con costi di funzionamento coperti almeno per il 50% dalla fiscalità generale e con costi di compartecipazione in base al criterio dell’universalismo selettivo.
  2. Garantire un numero posti autorizzati in nido o micro-nido per almeno il 33% della popolazione target 0-36 mesi con costi di funzionamento coperti, almeno per il 50%, dalla fiscalità generale e con costi di compartecipazione in base al criterio dell’universalismo selettivo.
  3. Realizzare, ogni 10/15 km nelle aree urbane e ogni 20/25 km nelle aree rurali, spazi-gioco pubblici per i bambini della fascia 0-14, con caratteristiche di inclusività e co-progettati con bambini e familiari della comunità territoriale.
  4. Creare una banca dati sulla disabilità a livello nazionale, con dati disaggregati, relativamente alla fascia di età 0-17 anni.

 

Il rapporto “I livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali delle persone di minore età”, curato da un’equipe di ricerca dell’Irs, è disponibile a questo link.

La solitudine dei numeri ultimi

Alla fine del mese di novembre il progetto nazionale “In Age” ha presentato ad Ancona, nella sede di Inrca, il primo report che sintetizza i principali risultati che emergono dall’analisi dei dati della rilevazione Istat 2015 sulle Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari in Italia. Ha il merito di segnalare una nuova emergenza sociale che si è diffusa silenziosamente nel nostro paese: la presenza massiccia di persone anziane (over 74) che vivono sole. Si tratta di 2.5 milioni di persone. Pari al 4% circa della popolazione complessiva, ma ben al 40% delle persone oltre 74 anni di età. Qui il rapporto di ricerca.

 

Stando alle proiezioni demografiche vigenti, essi diventeranno 3,6 milioni nell’arco di 25 anni (2045) e rappresenteranno a quel punto il 6% della popolazione complessiva. “La ricerca è stata condotta – dichiara Costanzo Ranci, coordinatore del progetto e docente al Politecnico di Milano – da un’equipe multidisciplinare di sociologi, gerontologi ed urbanisti, attivi in tre diverse regioni (Lombardia, Marche e Calabria). “Vivere in casa propria la vecchiaia – prosegue Ranci – rappresenta un sogno per gran parte degli italiani. Sono infatti poche le persone che cambiano l’abitazione quando raggiungono un’età molto avanzata: sono poche non solo le ri-coabitazioni (tornare a vivere con un figlio o una figlia), ma anche i trasferimenti in residenze per anziani. La casa di riposo è vista infatti come un ripiego, quando le condizioni di salute non consentono di trovare altre soluzioni. Si tratta inoltre di una soluzione assai costosa, se non proibitiva per gran parte del ceto medio anziano del nostro paese”.

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