Mese sociale - Ma i servizi domiciliari non sono alternativi alle residenze

Servizi domiciliari: potenziare l’esistente o innovare?

Nel mese di agosto sono stati approvati nuovi criteri di accreditamento per le cure domiciliari nell’ambito del Servizio sanitario nazionale (parliamo di ADI)“Con questa intesa si compie un passo fondamentale per costruire la sanità di domani – ha dichiarato il ministro della salute Roberto Speranza – . Con i fondi del PNRR investiamo 4 miliardi di euro, per portare l’assistenza pubblica e i trattamenti più appropriati in casa. Il nuovo sistema di autorizzazione e accreditamento approvato fissa requisiti elevati ed omogenei per tutti i soggetti che erogano tali servizi e garantirà cure con standard avanzati e della medesima qualità su tutto il territorio nazionale. Saremo in grado di curare meglio le persone, evitando il ricorso all’ospedale quando non è necessario e utilizzando al meglio le risorse”.. Il documento, ratificato in Conferenza Stato-Regioni, e scaricabile qui, impone requisiti che le Regioni dovranno garantire adeguando strutture e processi (valutazione multidimensionale, intensità delle cure, dotazioni tecnologiche ecc.) entro un anno. Prevede, oltre a un “addestramento” dei caregiver, una intensità delle cure molto lontana da quanto viene offerto oggi: 5 giorni alla settimana nei casi meno gravi, tutti i giorni nei casi più gravi (oggi vengono erogate in media 25 ore di assistenza per paziente nell’arco di due-tre mesi).

Un documento ambizioso, che tuttavia identifica le cure domiciliari con l’ADI, servizi oggi sostanzialmente infermieristici e che invece dovrebbero coprire uno spettro di attività che va ben al di là del mansionario dell’infermiere o dell’operatore sociosanitario (Oss). Integrandosi con il “sociale” dei servizi domiciliari dei Comuni (mai citati nel documento).

Non basta potenziare l’ADI per limitare ricoveri ospedalieri o in Rsa, come auspicato dal ministro Speranza. Occorre pensare a qualcosa di molto diverso. Serve riconfigurare il sistema delle cure a casa in modo più versatile, con attività di tipo sociale, tutelare, legate agli atti della vita quotidiana delle persone fragili e vulnerabili, rivolte anche ai caregiver familiari, alle badanti, servizi che si occupino anche degli spostamenti fuori dell’abitazione e così via. Tutte cose che purtroppo l’intesa Stato Regioni non tratta e che abbiamo argomentato qui.

È riaffiorata, nei mesi passati, la contrapposizione tra servizi domiciliari e residenze: come se potenziando i primi si possano evitare i ricoveri nelle seconde. Ma purtroppo non si tratta di un gioco a somma zero e l’argomento è frutto di un’idea ingenua che non considera la realtà di chi accede alle residenze, i cambiamenti di questa popolazione con l’impennata delle demenzeSui diversi profili di ospiti delle residenze si veda il contributo di Fabrizio Giunco., le possibilità di aiuto familiare in caloSi veda, su questi diversi aspetti, il numero 3, 2021, di “Prospettive Sociali e Sanitarie”., nonché i cambiamenti nel mercato privato dell’assistenza (badanti).

Lo stesso PNRR parla a più riprese di de-istituzionalizzazione, un termine che avevamo dimenticato da alcuni decenni, perché è la realtà delle cose che ci ha mostrato, e continua a farlo, che di “istituzioni” residenziali abbiamo e avremo sempre più bisogno, per le caratteristiche e le dimensioni di fragilità e vulnerabilità in crescita. Così come di cure domiciliari, ma diverse da quelle attuali: più aperte, intense, versatili.

Il nostro paese è molto in ritardo nel dotarsi di soluzioni abitative diverse rispetto alle Rsa. In cui l’anziano non si trova più “a casa propria” ma non ancora in un luogo prevalentemente assistenziale. Cure domiciliari e residenze sono risorse complementari, non opposte o alternative. Abbiamo bisogno che si crei – senza soluzione di continuità – una filiera di aiuti tra il domicilio e nuovi tipi di residenze, più piccole e legate al territorio in cui sono collocate. Molte Rsa lo hanno già capito e si stanno muovendo in questa direzione.

 

In mezzo al guado

La “Rete della protezione e dell’inclusione sociale” – presieduta dal ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Andrea Orlando – ha approvato il nuovo Piano Nazionale degli Interventi e dei Servizi Sociali, che colma un vuoto durato numerosi anni e contiene al suo interno il Piano sociale nazionale 2021-2023 e il Piano per gli interventi e i servizi sociali di contrasto alla povertà 2021-2023.

Nello specifico, il Piano sociale nazionale individua le priorità collegate al Fondo Nazionale Politiche Sociali e alla sua programmazione, distinguendo tra azioni di sistema più ampie e interventi rivolti alle persone di minore età. In maniera analoga, anche il Piano per gli interventi e i servizi sociali di contrasto alla povertà, individua i principali interventi di lotta alla povertà da portare avanti sul territorio e nelle relative schede tecniche ne esplicita obiettivi e caratteristiche.

Il Piano illustra in modo ampio e dettagliato lo stato dei servizi sociali in Italia, senza nascondere limiti e criticità. Lo definisce un sistema “in mezzo al guado” in quanto configura un welfare “concentrato fortemente sulle prestazioni monetarie pensionistiche, da un lato, e sui servizi sanitari dall’altro, mentre la componente dei servizi sociali è sostanzialmente residuale” con una spesa finora limitata, disomogenea e frammentata. E in calo negli ultimi due anni, come mostra la tavola che qui riportiamo, ripresa da pag. 15 del Piano.

 

Fonte: Piano nazionale degli interventi e dei servizi sociali 2021-2023

 

Ai fini dello sviluppo dei servizi sociali il Piano indica positivamente come criteri guida quelli della prossimità al bisogno, della promozione, dell’universalismo, e conferma nei livelli essenziali delle prestazioni sociali (Leps) lo strumento cardine per una crescita omogenea dei servizi su tutto il territorio nazionale. Il Piano contiene proposte specifiche di Leps, in particolare nel contrasto della povertà, alcune rese possibili grazie ai fondi del PNRR.

Positivo il commento del presidente del Cnoas, Gianmario Gazzi: “In primo luogo serve l’intervento degli enti locali. I fondi sociali sono considerati come strutturali nel bilancio dello Stato senza necessità del loro finanziamento di anno in anno – dice il presidente Gazzi – questo permetterà a Regioni, Comuni e Terzo settore di prevedere spese e assunzioni. Come per la legge di Bilancio 2021, che ha normato il Leps di un assistente sociale ogni 5.000 abitanti, ora tutti i Livelli essenziali inseriti nel Piano devono diventare legge”.

 

Reddito e Pensione di cittadinanza, a luglio 1,37 milioni di nuclei beneficiari

Come ha riportato “Redattore Sociale”, nel mese di luglio i nuclei percettori di Reddito di Cittadinanza (RdC) sono stati 1,24 milioni, mentre i percettori di Pensione di Cittadinanza (PdC) sono stati 133mila, per un totale di 1,37 milioni di nuclei e oltre 3 milioni di persone coinvolte. Lo comunica l’Inps. La distribuzione per aree geografiche vede 595mila beneficiari al Nord e 431mila al Centro, mentre nell’area Sud e Isole supera i 2 milioni di percettori. Prevalgono i nuclei composti da tre e quattro persone, rispettivamente 138mila e 141mila. I nuclei con minori sono circa 449mila, con un numero di persone coinvolte pari a quasi 1,67 milioni, mentre i nuclei con disabili sono 232mila, con 542mila persone coinvolte. L’importo medio erogato a livello nazionale nel mese di luglio 2021 è di 548 euro (579 euro per il RdC e 267 per la PdC). L’importo medio varia sensibilmente con il numero dei componenti il nucleo familiare, passando da un minimo di 447 euro per i monocomponenti a un massimo di 702 euro per le famiglie con quattro componenti.

La platea dei percettori di Reddito di cittadinanza e di Pensione di Cittadinanza è composta da 2,6 milioni di cittadini italiani, 327mila cittadini extra comunitari con permesso di soggiorno Ue e 122mila cittadini europei. Nei primi sette mesi del 2021, le revoche raggiungono il numero di quasi 74mila nuclei e le decadenze sono 213mila. Il decreto-legge 41/2021 art.12 comma 1 ha previsto il riconoscimento, a domanda, di ulteriori tre mensilità di Reddito di Emergenza, per i mesi di marzo, aprile e maggio 2021. Sono 573mila nuclei a cui è stata pagata almeno una mensilità nel 2021, delle tre previste, con un importo medio mensile pari a 543 euro e un numero di persone coinvolte pari a 1,3 milioni. Circa 800mila sono cittadini italiani (314mila nuclei con un importo medio mensile di 581 euro), 425mila cittadini extracomunitari (224 mila nuclei con un importo medio mensile di 492 euro) e circa 78mila cittadini comunitari.

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