Mese sociale - Ma il “sociale” non è solo lotta alla povertà

In collaborazione con Redattore Sociale

 

Al Reddito di cittadinanza, misura chiave di contrasto della povertà nel nostro paese, Welforum ha dedicato molta attenzione e continuerà a farlo. Per il 14 maggio abbiamo promosso un seminario nazionale che ha analizzato a fondo le luci e le ombre di questo intervento, le molte sfide aperte.

Ma l’attenzione pubblica verso questa misura rischia di distrarre rispetto ad altri ambiti di politiche che attendono, in alcuni casi da troppo tempo, interventi di sostanza.

Alla tanta concentrazione sul Reddito di cittadinanza corrispondono lentezze e latitanze su molto altro. O, come nel caso dei migranti, il calo d’attenzione su pericolose derive.

 

Giovani: un assordante silenzio

Riprendiamo le parole di Alessandro Rosina su lavoce.info: “Il nostro paese non sembra animato da una grande volontà di impegnarsi per migliorare la condizione delle nuove generazioni, requisito fondamentale per mettere le basi di un solido percorso di crescita”.

E ancora: “Dobbiamo pensare all’Italia non come a un paese nel quale manca il lavoro per i giovani, ma nel quale mancano giovani qualificati al lavoro, la risorsa chiave per produrre crescita innovativa e competitiva. Le nuove generazioni sono quantitativamente scarse, mentre quelle demograficamente più consistenti stanno andando in pensione. Solo un paese in declino può trasformare la carenza di giovani in alta disoccupazione. Ma un paese che non investe nel capitale umano delle nuove generazioni e nell’inserimento solido nei settori più strategici e produttivi, non può crescere e condanna i giovani, pur pochi, a esser sempre più marginali”.

 

L’inerzia su disabilità e non autosufficienza

Sulla disabilità manca una direzione di marcia: il Comitato tecnico-scientifico dell’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità è stato solo da poco riconvocato, mentre manca all’appello la seconda Relazione prevista dalla legge 112/2016 per il “Dopo di Noi”.

Sulla non autosufficienza in età anziana è da 20 anni che attendiamo una riforma strutturale, che quantomeno riduca le enormi differenze regionali in termini di servizi e assistenza disponibile. Il tavolo di lavoro sulla non autosufficienza, attivo nella scorsa legislatura presso il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, non è stato più riconvocato.

Secondo Cristiano Gori “negli ultimi anni, a livello nazionale la non autosufficienza ha sofferto la priorità assegnata al sostegno dei disoccupati e, soprattutto, alla lotta contro la povertà. (…) L’esistenza di forme, di fatto, di competizione per la distribuzione delle risorse tra diversi settori del welfare è legata alla coesistenza tra i vincoli dovuti all’elevato debito pubblico, lo storico sotto-finanziamento di molte aree dello stato sociale – oltre alla non autosufficienza, pensiamo a disoccupazione, povertà e sostegno al costo dei figli – e, più recentemente, la scarsa attenzione destinata al Fondo Sanitario”.

E’ indicativo che sia l’Europa ad avere più iniziativa su questa partita: a Bruxelles si è appena tenuto (13 e 14 maggio) un importante workshop sul tema del “Finanziamento del long-term Care”. L’obiettivo è stato quello di discutere gli approcci adottati dagli Stati membri per finanziare l’assistenza a lungo termine (fiscalità generale, assicurazione sociale/previdenziale e assicurazione privata), e le implicazioni dei diversi modelli per gli utenti dei servizi, le loro famiglie e la società in generale.

 

Lavoro domestico, lavoro di cura

Letteralmente scomparse dal dibattito pubblico sono le 900.000 badanti che lavorano nel nostro paese e assistono i nostri anziani, di cui almeno il 60% senza un regolare contratto di lavoro.

In Senato giacciono sette proposte di legge sui caregiver. Manca un testo unificato, che vedrebbe il consenso trasversale dato che sono molti i punti di convergenza tra le diverse proposte.

E ancora, è indicativo che provenga dall’Europa il Libro bianco sul lavoro domestico, (scaricabile qui) cui ha contribuito anche chi scrive e contenente 10 proposte per la valorizzazione del lavoro di cura. Il Libro bianco è stato promosso da Effe, la Federazione europea dei datori di lavoro domestico, e presentato a Roma presso il CNEL lo scorso 8 maggio, grazie ad Assindatcolf, Associazione nazionale dei datori di lavoro domestico.

Con i suoi 8 milioni di lavoratori regolarmente impiegati ed un potenziale bacino occupazionale di 5 milioni di nuovi posti di lavoro, il settore domestico ‘bussa’ alla porta dell’Europa per chiedere un giusto riconoscimento, giuridico e finanziario, alla vigilia delle elezioni del 26 maggio. I numeri del settore, che ha sempre più i canoni di motore economico, pilastro sociale e strumento privilegiato di inclusione delle popolazioni migranti, sono contenuti nel Libro Bianco, dove emerge che in Europa solo nel 30% dei casi è la famiglia ad assumere direttamente colf, badanti e baby sitter. In Italia, invece, ad assumere sono quasi sempre direttamente le famiglie e, soprattutto, senza un sistema di agevolazioni adeguato ma solo minime forme di detrazioni e deduzione dei costi.

 

Migranti: addio all’accoglienza diffusa

In un paese che “continua a navigare a vista nella definizione delle proprie politiche dell’immigrazioneBasti pensare che il decreto flussi 2019, uscito a fine aprile, consente ingressi col contagocce: 30.850, di cui 18.000 per lavori stagionali: manca la cognizione delle dimensioni di manodopera di cui abbiamo bisogno, in vari comparti produttivi e del lavoro domestico e di cura., i nuovi bandi delle Prefetture per la gestione dei centri di accoglienza vanno deserti, aumentano gli abbandoni volontari dai centri di prima accoglienza, si affermano i centri di grandi dimensioni, sopra i 200 posti: questo quello che va configurandosi nel sistema di accoglienza dopo gli ultimi decreti governativi.

Il nodo centrale è il taglio dei 35 euro a migrante per le spese di accoglienza, che scendono a 19/25. Le risorse erogate per l’accoglienza ai migranti saranno equiparate a quelle degli ospedali e i servizi offerti saranno esclusivamente quelli basilari: vitto, alloggio, vestiti, pulizie. I corsi di italiano e tutte le attività volte all’inserimento lavorativo e all’integrazione saranno assicurati solo ai rifugiati riconosciuti tali (una piccola minoranza), e non anche ai richiedenti protezione. Seguendo lo schema di uno dei primi bandi pubblicati dalla prefettura di Milano gli operatori sociali saranno 1 ogni 50 persone, mentre la media Sprar era di a 1 a 10. Le ore di sostegno socio-psicologico sono ridotte a 10 a settimana ogni 50 persone: significa 1,7 minuti al giorno.

Dario Colombo della cooperativa Il Melograno di Segrate, provincia di Milano: “è in atto una deriva securitaria, che farà crescere a dismisura il numero di persone messe ai margini, costrette a diventare irregolari e quindi, inevitabilmente e conseguentemente, a rischio di essere sfruttate o, peggio, arruolate da circuiti malavitosi. Noi, questa logica non possiamo condividerla, né tanto meno farla nostra: per questo – come tanti altri – abbiamo deciso di non partecipare ai bandi”.

Viene così marcata la distanza da politiche che separano, invece di tendere all’integrazione e alla coesione sociale.

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