Mese sociale - Pacchetto famiglia: in cerca dell’isola che non c’è

In collaborazione con Redattore Sociale

 

 

Si avvicina la legge di bilancio 2020 e per il welfare la coperta è sempre più corta. Sono generiche nella nota di aggiornamento del Def (Documento di economia e finanzia, che precede la legge vera e propria) le indicazioni su famiglie e welfare. Rimangono lettera morta, per esempio, l’abolizione del super-ticket nella sanità lanciata dal ministro della Salute Speranza, e nuovi investimenti nella scuola auspicati dal ministro Fioramonti.

Di interventi per la famiglia si era ricominciato a parlare negli ultimi due mesi, per i giovani e per contrastare la denatalità. Interventi che oggi configurano un quadro frammentato e caotico, che produce “paradossali effetti combinati di selettività e ridondanza”Sabatinelli S., “Riorganizzare i sostegni per i figli”, pubblicato su welforum.it il 15.04.2017..

 

Assegno unico per i figli: il rischio di dare poco a pochi

Oggi i sostegni alle famiglie di maggiore peso per le casse dello Stato sono due: gli assegni al nucleo famigliare, destinati alle sole famiglie di lavoratori dipendenti, che assorbono 6,4 miliardi, e le detrazioni per figli a carico, con una spesa stimata (Irs-Capp) di 8,7 miliardi. C’è poi un insieme di ulteriori misure più circoscritte: il bonus bebè (160 euro mensili con Isee inferiore a 7.000 euro, la metà per chi arriva fino a 25.000), il bonus nido, gli assegni a madri sole con tre o più figli  ed altri ancora: si veda qui per una rassegna organica.

Il nuovo governo sembra mostrare attenzione all’esigenza di aiutare di più le famiglie, sia per contrastare la denatalità sia per rendere gli aiuti più organici, semplici ed equi, come da tempo auspicatoRanci Ortigosa E., “Denatalità e sostegno economico alle famiglie con figli”, pubblicato su welforum.it il 08.07.2019.. La proposta più accreditata è quella del PD, che si rifà a una precedente proposta del senatore Stefano Lepri illustrata qui nel dettaglio. La proposta prevede l’erogazione di un assegno unico e universale per ogni figlio a carico, indipendentemente dalla condizione lavorativa dei genitori. Ogni figlio sarebbe beneficiario della stessa cifra, senza applicazione di scale di equivalenza, pur con un importo diverso a seconda dell’età: un massimo di 240 euro al mese fino al compimento di 18 anni, che scende a 80 euro se il figlio è di età compresa tra i 18 e i 26 anni. Un’unica condizione di selettività: l’erogazione del beneficio avviene in modo pieno fino a una soglia Isee del nucleo famigliare pari a 30 mila euro, ed è progressivamente ridotta all’aumentare di quest’ultimo fino all’azzeramento per soglie Isee pari a 50 mila euro.

Nell’ambito del progetto “Costruiamo il welfare dei diritti” avevamo (Irs e Capp) avanzato una proposta che va sulla stessa linea, con un assegno medio di 2.270 euro annui, variabile in base alle condizioni reddituali e naturalmente proporzionato in base al numero di figli presenti (tutti i minori, ricomprendendo i figli a carico fino ai 25 anni)Prospettive sociali e sanitarie (2016), “Costruiamo il welfare dei diritti“, n. 2..

Le due proposte differiscono in termini di spesa complessivamente prevista: dai 4 ai 6 miliardi annui in aggiunta alle misure già in essere nella proposta PD, circa 14 miliardi che riassorbono parte delle misure già in essere nella proposta Irs-Capp. Una proposta in questo settore diventa praticabile solo mettendo mano e riconfigurando le misure già in essere: questo riduce di molto, quando non addirittura azzera, nuove risorse da impegnare. Ma questo comporta il compito, tecnicamente e politicamente non facile, di ridisegnare complessivamente il sistema degli aiuti. Non è chiaro quanto questo compito sia nelle intenzioni di questo governo. Il rischio vero è quello di un riordino fatto a metà, o peggio di aggiungere una nuova, piccola misura alla selva di misure già esistente, depotenziandone molto l’efficacia. Rischio presente quando si è ventilato, nei giorni scorsi, di far partire l’assegno unico “dai soli disoccupati”.

 

Asili nido a costo zero: per chi?

Lo slogan, lanciato nelle scorse settimane dal premier, “asili nido a costo zero”, è accattivante ma da chiarire. Anzitutto perché gli asili nido sono gestiti dai Comuni, con regolamenti di accesso e con rette a carico delle famiglie molto difformi, e quindi se il governo lancia una proposta in tal senso è evidente l’esigenza di un Piano di sviluppo, oltre che di trasferimenti, nei confronti del Comuni. In secondo luogo, gli asili nido sono già a costo zero per le famiglie economicamente più fragili, parliamo di Isee inferiori ai 6-7 mila euro. Quindi è da chiarire dove si intende porre l’asticella dell’accesso gratuito.

La disponibilità di servizi per la prima infanzia (0-3 anni) nel nostro Paese è del 23,6%, quasi dieci punti percentuali sotto la soglia richiesta dall’UE. Nonostante la forte contrazione delle nascite, un milione di bambini in Italia non hanno accesso all’asilo nido, sebbene siano noti gli effetti positivi degli interventi volti a promuovere lo sviluppo integrale dei bambini nei primi anni di vita, in particolare la frequenza del nido o della scuola dell’infanzia, nella riduzione delle disuguaglianze economiche e sociali.

Il vero obiettivo, più che condivisibile, è quello di arrivare all’asilo nido come un diritto per ogni bambino: a tal proposito si veda qui. Per questo occorre un piano nazionale di investimenti, che potenzi l’offerta reale di un servizio che sappiamo costoso, perché molto “labour intensive”, ma anche di un servizio di cui il nostro paese è dotato in modo estremamente difforme da regione a regione, e da un singolo contesto territoriale all’altro.

 

Caregiver: non solo bambini, anche anziani

Presente nel documento programmatico iniziale di governo, ma poi mai più citata, è la presenza dei caregiver nel nostro paese, i familiari che si prendono cura di un parente (genitore, in genere) anziano.

Si stima che siano oltre 5 milioni in Italia i caregiver familiari. C’è un Fondo per il sostegno del caregiver familiare, istituito dalla legge di bilancio 2017 (60 milioni di euro per il triennio 2018-2020, poi aumentato con la legge di bilancio 2018 di 5 milioni di euro per ogni anno del triennio 2019-2021). Per essere utilizzati questi fondi hanno bisogno di una legge. La Commissione Lavoro del Senato ha prodotto ad agosto un nuovo testo di disegno di legge sui caregiver, a prima firma Nocerino (Movimento 5 stelle). Si prevede che possa essere calendarizzato, e auspicabilmente approvato, nel 2020.

La speranza è che i fondi già allocati non vengano utilizzati come l’ennesima pioggia di soldi a favore delle famiglie, con criteri in questo caso necessariamente ultra selettivi vista l’esiguità dei fondi e con benefici ridotti: poco a pochi. Si spera invece che tali fondi servano per sviluppare i servizi che mancano, in primis quelli di counseling e informazione alle famiglie, carenza sottolineata anche dall’ultimo Rapporto sul long term care di Cergas Bocconi.

Commenti

Sottolineo la necessità di accompagnare l’introduzione dell’assegno unico per i figli con un riordino delle misure già esistenti. Altrimenti ne facciamo volentieri a meno.
Il vero problema del nostro welfare è questo: la disorganicità del tutto. Il nostro stato sociale è un’accozzaglia di misure puntuali e scollegate tra loro, ognuna con i suoi infiniti requisiti di accesso e le sue specifiche modalità di attivazione.
Un governo che vuole innovare e migliorare lo status quo deve innanzitutto fare chiarezza, semplificare, razionalizzare.
Non solo per rendere più efficiente la spesa pubblica. Ma per favorire l’accesso alle fasce più debole della popolazione.

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