Mese sociale - Più coraggio sui caregiver

L’Italia è uno dei pochi paesi in Europa a non riconoscere la figura del caregiver familiare, a non tutelarlo dal punto di vista previdenziale, sanitario e assicurativo. Sono più di 3 milioni gli italiani, soprattutto donne di età compresa tra i 45 e i 60 anni, che assistono gratuitamente e volontariamente i propri cari disabili e non autosufficienti in ambito domestico, supplendo così alle carenze del sistema pubblico dei servizi di cura.

È da un mese in Commissione Lavoro e Previdenza Sociale del Senato lo schema di testo unificato sul caregiver familiare, che riunisce tre precedenti Disegni di Legge puntualmente analizzati sul sito Handylex.

 

Che cosa prevede in concreto il nuovo disegno di legge? Nella nuova proposta lo Stato riconosce il “Prestatore volontario di cura” nel contesto delle relazioni affettive e famigliari, affermandone il valore sociale ed economico connesso ai vantaggi per la collettività. Le Regioni dovranno poi assicurare varie attività: informazione, formazione, supporti psicologici, azioni di sollievo, consulenze, attivazione di aiuto in gruppi di mutuo aiuto.

In realtà tali attività vengono già realizzate da molte Regioni e Comuni: da questo punto di vista il disegno di legge sancisce l’esistente. Ma soprattutto non prevede nessuna dotazione finanziaria, dato che tali attività vanno sostenute “nei limiti delle risorse disponibili” dalle Regioni. Inoltre nulla viene stabilito, come provavano invece a fare i tre disegni precedenti, in tema di agevolazioni fiscali, agevolazioni previdenziali e lavorative, misure assicurative e di malattia, per non parlare di un riconoscimento, anche economico, del lavoro di cura prestato.

 

Certo, quest’ultimo punto può essere considerato controverso. Da un lato è positivo e giusto che lo Stato riconosca e tuteli anche economicamente chi dedica tempo ed energie per assistere un proprio caro, sostituendosi a una rete dei servizi insufficiente. Dall’altro la ricerca internazionale segnala il rischio di una mercificazione dei rapporti familiari, la chiusura familistica, la perdita di ruoli sociali e professionali (femminili) conseguente a questa chiusura.

Ma siamo lontani dal nuovo disegno ora in discussione in Parlamento, che esprime delle intenzioni, lasciando alle Regioni l’onere di attuarle.

 

 

Rapporto Mondiale Alzheimer 2016

Tema sensibile in un momento in cui di caregiver abbiamo sempre più bisogno: nel mondo le persone con demenza sono oltre 47 milioni, numero destinato a triplicarsi entro il 2050. Siamo di fronte a una emergenza sociale e sanitaria che il sistema di cura e di assistenza formale e informale non è preparato ad affrontare. Il Rapporto Mondiale 2016 redatto da un gruppo di ricercatori del King’s College di Londra e dalla London School of Economics and Political Science (LSE)  fa il punto sull’allarmante situazione di oggi, sottolinea la necessità di ripensare al sistema di prevenzione, diagnosi e cura delle demenze, e di attivare azioni comuni con l’obiettivo di estendere l’assistenza sanitaria a tutte le persone che soffrono di demenza, e in particolar modo di Alzheimer.

Sullo stato di avanzamento, ancora molto limitato, del Piano nazionale Demenze rimandiamo al contributo di Antonio Guaita su questo sito. Continueremo a verificarne l’andamento.

 

 

Verso la fine dei dublinati?

Con il termine “dublinati” si fa riferimento alla Convenzione di Dublino del 1990, con cui è stato deciso che un migrante deve presentare domanda di protezione internazionale nel primo paese europeo in cui arriva: se viene sorpreso in un altro paese, viene immediatamente respinto e rimandato indietro. Spesso, in Italia.

Nei giorni scorsi la Commissione libertà civili, giustizia e affari interni del Parlamento europeo ha dato il primo via libera alla modifica del regolamento di Dublino in materia di asilo, con 43 voti favorevoli e 16 contrari.

 

Diverse le novità che si prospettano. Innanzitutto, l’abolizione del principio del paese di primo ingresso, per cui i richiedenti asilo non saranno più obbligati a fare domanda di protezione internazionale nel primo paese di approdo. Al suo posto verrà introdotto un meccanismo automatico e permanente di ricollocamento secondo un sistema di quote in tutti i paesi dell’Unione Europea, a pena di conseguenze sui fondi strutturali.

Inoltre, per la prima volta si terrà conto dei legami familiari – a tal proposito è stata prevista una procedura accelerata di ricongiungimento – e dei legami significativi con lo Stato in cui si vuole fare richiesta di protezione, come l’avervi già vissuto o studiato in passato. Nel testo sono state poi introdotte alcune salvaguardie per i minori stranieri non accompagnati, come la nomina di un tutore entro le 24 ore dall’arrivo del minore stesso.

Un provvedimento altamente auspicabile, anche se l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi) ha espresso alcune perplessità, tra cui lo spostamento “coatto” dei minori non accompagnati, la possibilità per le autorità di applicare misure di detenzione e il sistema di filtri posto dal paese ospitante nella selezione delle domande.

 

È certamente presto per considerare superato il “sistema Dublino”. L’ultima parola spetta al Consiglio europeo, dove non esiterà a far sentire il suo peso il veto di alcuni paesi, in particolare quelli dell’est Europa, esplicitamente contrari all’accoglienza dei rifugiati.

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