Mese sociale - Più realtà dietro le parole

Nella girandola dei buoni propositi – che dovranno tradursi presto in proposte concrete con tempi, costi e risultati attesi – manca una cosa: la realtà.

È difficile non essere d’accordo con i contenuti del piano Colao o del Programma Nazionale di Riforma (PNR), per esempio. E tuttavia è desolante l’assenza di riferimenti a ciò che già esiste, che funziona, su cui si può costruire senza ripartire sempre da zero. E se partissimo dall’esperienza? Per evitare di stratificare il nuovo sul precedente: un vizio antico che aumenta la confusione e discrimina tra cittadini informati che sanno destreggiarsi e cittadini fragili, che si arrangiano come possono.

A livello nazionale, talvolta anche regionale, ci si muove con grande autoreferenzialità, seguendo uno schema top-down che ha il sapore di neo-statalismo. Partire, apprendere dall’esperienza (propria, altrui) semplicemente non è contemplato nel pilastro della ripresa che riguarda l’inclusione sociale. Qualche esempio.

 

Primo: il decreto Rilancio diventato legge (77/2020) prevedeArticolo 1, comma 4 bis. La legge consta di 266 articoli e prevede 89 decreti attuativi. Da qui l’improbabilità che tale sperimentazione possa partire prima del 2021., tra le molte cose, la sperimentazione con 25 milioni di euro di strutture di prossimità per la promozione della salute e la presa in carico territoriale delle persone più fragili, anche attraverso “budget di salute” e un’integrazione tra sanità, sociale e terzo settore. Un’altra sperimentazione? Parliamo di servizi su cui sono già state fatte tonnellate di sperimentazioni, e che sono nell’organico di molte Regioni: le Case della salute in Emilia Romagna e Toscana, i Punti unici di accesso in Veneto, Lazio, Puglia e così via. Tutte queste esperienze hanno già molto da dire sul loro funzionamento, i pregi, i limiti, a cosa fare attenzione, quali errori evitare. Partiamo da qui o facciamo finta di niente ricominciando da capo?

 

Secondo: il Family Act. Introduce l’assegno universale la cui entità e la cui platea restano incerte. Secondo la proposta originaria del ministro Bonetti parliamo di contributi da 80 a 160 euro per figlio minore, a seconda del reddito familiare, cifre tutte da verificare. Ma soprattutto: come questo schema riconfigura l’esistente, che cosa viene lasciato e che cosa viene riassorbito dei vari assegni e bonus oggi vigenti? Perché dalla risposta a questa domanda cambierà in modo determinante non solo il costo della misura, ma anche che cosa viene modificato rispetto all’esistente, il suo valore aggiunto: in definitiva l’impatto che avrà sulle scelte procreative delle giovani coppie.

 

Terzo: l’Unione Europea spinge – giustamente – affinché la ripresa veda un investimento vero e convinto sulle nuove generazioni: Next Generation EU. Si propone di rafforzare il programma Garanzia giovani e questo avrebbe benefici importanti in un Paese che ha il record negativo di Neet. Ma non basta rafforzare lo stesso format, va corretto e adattato: in Italia Garanzia giovani – con un sovraccarico di tirocini inconcludenti – ha prodotto risultati modesti. Si può migliorare, idee e proposte non mancherebbero: per esempio concependo i tirocini come un punto di partenza, non di arrivo, e spostando i sostegni dalla domanda di lavoro all’offerta, come nel caso delle Doti lavoro, esperienza che ha prodotto esiti interessanti. Sostenere l’offerta anziché la domanda responsabilizza e può rappresentare un atto di fiducia importante per i giovani coinvolti, per il loro livello di ingaggio.

 

Se le residenze si rivalgono sulle famiglie

Nelle case di riposo lombarde il conto per anziani e parenti è sempre più salato, come ha ampiamente riportato “Redattore Sociale”. Ormai anche nelle Rsa più a buon mercato, si arriva a pagare oltre 18 mila euro all’anno. Cinque anni fa era intorno ai 15 mila euro. E ora con l’emergenza Covid-19 le Rsa stanno ritoccando verso l’alto le rette giornaliere a carico degli ospiti, da 2 a 8 euro di rincaro. Sembrano pochi, ma in un anno vuol dire dai 720 ai 2.880 euro in più da pagare. È quanto denunciano le segreterie regionali dei sindacati dei pensionati di Cgil, Cisl e Uil. “A questi importi, già notevoli, in molti casi bisogna poi sommare vari costi aggiuntivi extra retta (lavanderia, parrucchiere e podologo, trasporti sanitari per visite mediche, ecc.). Insomma, le spese a carico delle famiglie per il ricovero di un anziano in una RSA sono in continuo aumento, anche in periodo Covid, mentre pensioni e indennità di accompagnamento sono al palo”.

Gli aumenti delle rette riguardano solo la quota a carico delle famiglie e dovrebbe riguardare solo il “servizio alberghiero”. La quota sanitaria è invece a carico della Regione. Per legge la quota della Regione dovrebbe coprire il 50% della retta giornaliera. Ma, denunciano i sindacati, nei fatti non è così, perché da anni i contributi della Regione sono bloccati. E così “il costo delle Rsa per le famiglie è più alto, intorno al 60%, mentre Regione Lombardia è ferma al 40 % per cento” scrivono i sindacati in una nota.

E fra 80 anni potremmo essere la metà

L’Istat ha certificato l’ennesimo record negativo del numero di nascite dall’unità d’Italia, – 4,5% nel 2019 rispetto all’anno precedente: siamo a 420.000 nascite, meno 19.000 in un anno, e le prospettive per il 2020 e 2021 non sono per nulla rosee, anzi.

La popolazione italiana ha iniziato a diminuire, e rischia di farlo sempre più in fretta. Di questo passo, secondo uno studio dell’Università di Washington, la popolazione italiana si dimezzerà entro la fine di questo secolo. A meno che si corregga la spirale negativa della fertilità e si aprano flussi migratori imponenti. Prospettive entrambe improbabili, nel breve periodo.

 

Nel frattempo la Commissione Europea ha aggiornato la ricostruzione del quadro complessivo. La pandemia ha cambiato l’Europa e il mondo in un batter d’occhio. Avrà un impatto duraturo sul nostro modo di vivere e lavorare insieme ed è giunta in un momento in cui l’Europa stava già attraversando un periodo di profondi cambiamenti. La relazione demografica della Commissione presenta i principali motori dei cambiamenti demografici e l’impatto che stanno avendo in Europa. Tratta azioni e soluzioni concrete, tenendo conto degli insegnamenti tratti dalla pandemia, per aiutare le persone, le regioni e le comunità che ne sono maggiormente colpite e per consentire loro di adattarsi alle realtà in continua evoluzione. Vengono individuati cinque principali impatti demografici:

  1. La popolazione in età lavorativa sta diminuendo in Europa. Dobbiamo trovare il modo di sostenere la crescita economica aumentando l’occupazione e la produttività.
  2. Per affrontare il problema dell’invecchiamento della società europea, i nostri sistemi sanitari e di assistenza dovranno adeguarsi ulteriormente. Occorrerà inoltre riflettere su come finanziare una spesa pubblica più elevata legata all’invecchiamento.
  3. Le sfide demografiche variano spesso in modo significativo all’interno di uno stesso paese. Il fatto che alcune regioni rischino di subire rapidi cambiamenti demograficicomporterà nuove opportunità e sfide, dagli investimenti all’infrastruttura, all’accesso ai servizi. Sarà essenziale trovare nuove soluzioni per aiutare le persone ad affrontare i cambiamenti.
  4. I cambiamenti demografici possono anche avere un impatto sulla posizione dell’Europa nel mondo. La quota della popolazione e del PIL dell’Europa diminuirà proporzionalmente rispetto al resto del mondo. Per questo motivo è più che mai importante che l’Europa sia unita e più forte e che segua un approccio più strategico.
  5. Spesso i cambiamenti demografici e la duplice transizione verde e digitalesi influenzano, si sostengono o si accelerano a vicenda. Sarà quindi fondamentale adottare previsioni strategiche per anticipare e preparare le politiche necessarie ad affrontare tali questioni.

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