Mese sociale - Se il lavoro domestico entra nel RdC

In collaborazione con Redattore Sociale

 

Colf, badanti, baby sitter: c’è un bacino occupazionale in questo paese molto sottovalutato dalla politica, che esprime una domanda di lavoro che non si è mai ridotta, neanche negli anni della crisi. Casomai si è inabissata, nel mercato irregolare. Parliamo di 870.000 lavoratori dichiarati (dati Inps), a cui dobbiamo sommare almeno 1,3 milioni di non dichiarati, secondo le stime più recenti del progetto “Time to care”, ossia secondo una proporzione per cui il mercato regolare rappresenta solo il 40 per cento del totale. Complessivamente parliamo dunque di oltre 2,1 milioni di occupati.

 

Cosa c’entra questo settore col Reddito di cittadinanza? Lo può riguardare perché sono previsti bonus contributivi per chi assume beneficiari della misura, a favore dei “datori di lavoro”. E le famiglie lo sono. Se quindi si realizzasse un aggancio con il lavoro domestico, la misura potrebbe diventare, oltre che uno sbocco occupazionale potenzialmente rilevante, una leva di emersione dal mercato irregolare.

Una direzione, quella degli incentivi, indicata anche dal recente libro Bianco europeo sul lavoro domestico, promossa in Italia da Assindatcolf, Associazione nazionale dei datori di lavoro domestico.

Certo, quando si parla di domanda di lavoro nel Reddito di cittadinanza il riferimento è al mercato delle imprese. Per riuscire a collegarlo con un altro tipo di datori di lavoro occorrono chiarimenti: per capire la reale praticabilità di questa strada da parte delle famiglie stesse e di chi le rappresenta, e per capire come Centri per l’impiego e “navigator”Sulle cui funzioni e mansioni regna a tutt’oggi una fitta nebbia, come ha titolato in prima pagina Il Sole 24 Ore del 14 giugno potranno effettivamente intercettare questo settore occupazionale, piuttosto allergico ai formalismi.

 

Reddito di cittadinanza: serve il terzo settore perché funzioni

“Auspichiamo che con il passaggio dal Reddito di inclusione (Rei) al Reddito di cittadinanza (Rdc) si attivi un sistema di coordinamento a livello nazionale, regionale e locale, con il coinvolgimento fattivo del terzo settore” per migliorare le politiche di contrasto della povertà. Lo chiede Paola Gilardoni, portavoce dell’Alleanza contro la povertà, a margine del convegno “Dare voce agli invisibili. Le povertà in Lombardia dal Rei al Rdc” tenutosi il 7 giugno all’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano. Rilevando che “con il Rei è stata istituita una cabina di regia che non è stata ancora convocata”, Gilardoni evidenzia la necessità di “una maggiore integrazione sul territorio tra i servizi sociali e di risposta ai bisogni assistenziali, con i processi e i servizi di reinserimento lavorativo”.

In concreto, “deve essere rafforzato il coordinamento tra il sistema istituzionale nazionale e regionale, la rappresentanza dei Comuni, con il coinvolgimento dell’Inps e del terzo settore”. Per Gilardoni si è avviato con il Reddito di cittadinanza un percorso importante, le risorse ci sono: la legge di bilancio per il reddito di cittadinanza ha previsto oltre sette miliardi di euro, ma “la misura deve essere attuata pienamente”. Citando l’ultimo rapporto Polis di Regione Lombardia, Gilardoni sottolinea che “oggi in Lombardia sono 180.000 le famiglie che si trovano in povertà assoluta ed è aumentato il rischio di esclusione sociale negli ultimi anni, nonostante ci siano state delle misure come il Rei e oggi il Rdc”. Quest’ultimo, osserva la portavoce dell’Alleanza contro la povertà, tende a escludere alcune aree della popolazione, “come le famiglie con figli, le persone senza fissa non possono accedervi, e i migranti vi accedono con grande difficoltà viste le restrizioni previste”.

 

Caregiver familiari

Domiciliarità e innovazione strutturale del sistema di welfare per sostenere i caregiver sono i due temi centrali della IX edizione del “Caregiver day” che di è tenuto a Carpi alla fine di maggio. Di domiciliarità si è parlato l’11 maggio nel convegno “Dare cura in una nuova dimensione di domiciliarità” in cui sono stati presentati i risultati di una ricerca sulle esperienze dei territori che hanno innovato i servizi, domiciliari laddove c’è una persona che ha bisogno di cure e c’è un familiare che la assiste.

Si stima che siano oltre 7 milioni in Italia i caregiver familiari, 536 mila solo in Emilia-Romagna dove dal 2014 c’è una legge che li riconosce e valorizza. A livello nazionale, invece, ancora no. C’è però un Fondo per il sostegno di cura e di assistenza del caregiver familiare, istituito dalla legge di bilancio 2017 (60 milioni di euro per il triennio 2018-2020, poi aumentato con la legge di bilancio 2018 di 5 milioni di euro per ogni anno del triennio 2019-2021, arrivando quindi a 75 milioni di euro). “Perché quei fondi vengano distribuiti però serve una legge – afferma Loredana Ligabue della cooperativa Anziani e non solo – L’iter prosegue in Commissione lavoro del Senato e l’obiettivo è arrivare a un testo unico: speriamo che venga presentato e approvato velocemente, anche per non perdere quelle risorse”.

 

Telecamere in scuole e case di riposo: servono?

L’installazione di telecamere a circuito chiuso in tutte le scuole dell’infanzia (pubbliche e paritarie) e nelle case di cura per anziani e per persone con disabilità: una decisione – entrata nel decreto “Sblocca cantieri” esaminato pochi giorni fa in Commissione al Senato – che fa molto discutere. GRSweek, l’approfondimento settimanale del Giornale Radio Sociale, fa notare come “la misura sarà finanziata con fondi – 160 milioni di euro dal 2019 al 2024 – che i ministeri dell’Istruzione e della Salute avrebbero potuto più propriamente investire nella formazione, nella selezione del personale e per l’ammodernamento delle strutture sanitarie”.

Il disegno di legge prevede che l’installazione delle videocamere non sia obbligatoria, ma sia possibile previo accordo con le organizzazioni sindacali nel rispetto di alcuni criteri tecnici e di privacy. Si pone dunque il tema della reale utilità di questi strumenti, che rischiano di essere utilizzati in particolare nei casi di segnalazione e denuncia. Come accade già oggi.

Più in generale – con Vincenzo Falabella, presidente Fish, e Adriano Biondi, vicedirettore di Fanpage.it – viene sottolineato il fatto che la dignità dell’abitare delle persone con disabilità non può essere delegata solo all’installazione di una telecamera, e che un provvedimento come questo – che comunque attende ancora vari passaggi parlamentari – “non tolgono paura ma la producono”, disegnando come pericolosi luoghi come le scuole e le case di cura che invece tali non sono.

 

Housing sociale: Firenze avanti con 80 nuovi appartamenti

Saranno pronti nei tempi prestabiliti, ossia i primi mesi del prossimo anno, gli 80 alloggi destinati all’affitto a canone calmierato del “Casone” di via dell’Osteria alle Piagge. L’intervento è reso possibile da un’azione congiunta di Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze con il Comune del capoluogo. L’intervento finanziario del Fondo Investimenti per l’Abitare (gestito da CDP Investimenti SGR, Gruppo Cassa depositi e prestiti) anchor investor del Fondo Housing Toscano gestito da InvestiRE SGR, con la gestione sociale affidata ad Abitare Toscana.

L’intervento di via dell’Osteria è interessante per gli strumenti finanziari con cui è stato reso possibile. Ossia da risorse attivate da Cassa depositi e prestiti – impegnata a mobilitare, tra risorse investite direttamente e raccolte, attraverso la propria piattaforma nazionale F.I.A. “Fondo Investimenti per l’Abitare” 104 milioni di euro sui 142 milioni totali del locale “Fondo Housing Toscano”. Il progetto vede un ruolo di primo piano per la Fondazione CR Firenze che si è impegnata, con 11,7 milioni di euro, a sottoscrivere quote del Fondo housing toscano gestito da InvestiRE. Questa azione ha costituito la condizione per l’intervento della Cassa depositi e prestiti.

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