Migrazioni

I minori stranieri non accompagnati. Un effetto delle politiche migratorie?

Come ogni anno, puntualmente in autunno il Dossier immigrazione curato dall’IDOS fornisce una serie di dati aggiornati su molti aspetti del fenomeno migratorio. Dati utilissimi per chi desidera discuterne con cognizione di causa, verificando la consistenza di molti luoghi comuni sull’argomento.

 

Uno dei temi più sensibili affrontati dal rapporto è quello dei minori stranieri non accompagnati (MSNA). Il Dossier rileva che nel 2016 in Italia sono arrivati 25.846 MSNA, quasi raddoppiati rispetto ai 13.026 del 2014. Il fenomeno quindi indubbiamente cresce, ma come per l’asilo in generale non si può parlare di un’emergenza eccezionale e ingovernabile, se si considera ciò che accade nel Sud del mondo, e specialmente nei paesi colpiti da guerre e tensioni interne: i minori rappresentano infatti circa la metà dei rifugiati nel mondo (più di 30 milioni su 65,6milioni di migranti forzati), una quota più che proporzionale alla loro incidenza sulla popolazione complessiva (31%). Secondo l’UNHCR, tra i richiedenti asilo i minori non accompagnati o separati dai genitori sono 75.000 nel mondo, principalmente afghani e siriani, ma l’agenzia dell’ONU ammette che il dato è sottostimato.

Colpisce inoltre il divario crescente tra minori che approdano dal mare e chiedono asilo al seguito di qualche familiare e minori che arrivano soli. In Italia nel 2014 le due componenti si equivalevano, poiché i minori accompagnati erano 13.096, quindi all’incirca pari ai MSNA. In due anni i due gruppi hanno conosciuto andamenti opposti, cosicché nel 2016 i MSNA hanno raggiunto un volume dieci volte superiore a quello dei minori che hanno seguito i familiari nell’attraversamento del Mediterraneo (2.377).

 

Come per altri fenomeni migratori, anche nel caso dei MSNA fioriscono credenze e luoghi comuni, perlopiù drammatizzanti. La prima è che si tratti di “bambini”, un termine che ricorre nei discorsi sull’argomento, forse anche alimentato dalle organizzazioni che operano nel settore per accrescere il coinvolgimento emotivo e la disponibilità all’aiuto. In realtà, si tratta quasi sempre di maschi adolescenti, intorno ai 16-17 anni. Solo il 7,6% ha meno di 15 anni. Vengono inoltre da contesti come quello africano o dell’Asia centrale, in cui l’adolescenza sotto il profilo culturale è molto meno riconosciuta e tutelata che nel mondo occidentale, come ha notato G. Valtolina (Fondazione Ismu): in genere in quei sistemi culturali si passa rapidamente dall’infanzia all’età adulta. I giovani che arrivano sulle nostre coste dal punto di vista delle famiglie e dei paesi di origine sono per certi aspetti ancora soggetti alla famiglia e all’autorità degli anziani, ma per altri aspetti sono già investiti di responsabilità adulte, come quella di contribuire al benessere della famiglia.

Una seconda credenza diffusa è che si tratti di poveri orfani o di minori abbandonati. Questo in realtà si verifica raramente, per una ragione simile a quella che frena gli spostamenti sulle lunghe distanze delle popolazioni più povere: occorrono risorse significative per partire, attraversare le frontiere, pagare passatori e controllori, riuscire a percorrere la lunga rotta, terrestre e marittima, che conduce fino alle nostre coste. Di solito i MSNA provengono in realtà da famiglie dotate di qualche possibilità, che investono su di loro anche comprando i servigi di mediatori e trasportatori, pur di proiettare i figli verso un destino che sperano migliore in Europa. A volte, come per altri migranti e richiedenti asilo, le reti parentali e di vicinato sono coinvolte nelle collette. Tutti si aspettano poi che chi riesce ad approdare nel ricco Occidente si ricordi di chi l’ha aiutato.

E’ vero invece che l’affidamento di minori a persone spesso sconosciute, che non hanno certo la preoccupazione di proteggerli, è fonte di rischi di vario tipo. I viaggi della speranza per le condizioni in cui avvengono sono intrinsecamente sempre più lunghi e pericolosi. Le famiglie decidono di esporre i figli a questi rischi, ma non è vero che li abbiano abbandonati: anzi, a modo loro agiscono a fin di bene, si fanno carico del loro futuro, anche se all’interno di strategie che puntano a migliorare il benessere dell’unità familiare nel suo complesso. In Africa, nell’Asia Centrale e in altre parti del mondo avere un figlio in Occidente accresce il prestigio sociale della famiglia.

Una terza credenza molto popolare e inquietante è che molti di loro, dopo essere stati accolti dai servizi sociali e ospitati in comunità per minori, “scompaiano nel nulla”, finendo vittime di biechi sfruttatori, reti criminali, trafficanti di organi e altro ancora.  E’ vero che si tratta di soggetti vulnerabili, in genere inesperti e disorientati rispetto a un mondo che non conoscono. Per di più, sono gravati da una forte pressione a guadagnare denaro per spedirlo alle famiglie. Non si possono quindi escludere tristi vicende, come la caduta in giri di prostituzione. Mai provato invece l’espianto di organi a fini di traffico, che richiede competenze e strutture sanitarie complesse. La maggior parte dei MSNA che scompaiono da centri di accoglienza e comunità in Italia (nel 2016 il 27,4%, in calo peraltro rispetto agli scorsi anni) semplicemente proseguono il viaggio verso altri paesi europei per raggiungere i parenti che già vi risiedono, oppure per chiedere la protezione dei governi e dei loro servizi sociali, in entrambi i casi sperando di poter trovare contesti più favorevoli e maggiori opportunità economiche di quelle che l’Italia oggi è in grado di offrire loro.

 

In conclusione, occorre rilevare che la crescita del fenomeno dei MSNA è soprattutto un effetto paradossale delle nostre politiche migratorie. I governi dei paesi sviluppati respingono i padri in cerca di lavoro, classificati sotto l’etichetta oggi screditata di “migranti economici”. Ma se si attengono ai propri principi liberali, sanciti da costituzioni e convenzioni internazionali, non possono ricacciare i figli minorenni che arrivano soli e richiedono protezione. Un numero crescente di famiglie del Sud del mondo hanno recepito il messaggio. Sono indirettamente indotte a investire sui figli, e più precisamente sui maschi adolescenti, per cercare tramite loro uno sbocco nei mercati del lavoro del Nord globale che ne migliori le condizioni di vita in patria.

I figli vengono a essere però precocemente caricati di responsabilità adulte, tipicamente quella di guadagnare soldi da mandare a casa. Questo pressante obiettivo entra in conflitto con i progetti educativi delle istituzioni dei paesi riceventi, che trattano i MSNA da minorenni e puntano sull’istruzione, l’apprendimento linguistico, la formazione professionale, procrastinando l’avviamento al lavoro.

 

Pur intrecciandosi con le situazioni economiche e sociali fin qui descritte, un’altra componente di minori stranieri non accompagnati si associa più strettamente con i drammi delle guerre, delle persecuzioni, delle fughe in cerca di asilo. Se storicamente i MSNA arrivavano nel nostro paese soprattutto dall’Egitto (2.753 MSNA accolti in Italia a fine 2016), e qualche anno prima dall’Albania (1.432), ultimamente sono saliti alla ribalta paesi in guerra o politicamente molto instabili. L’Eritrea si colloca infatti al terzo posto per numero di MSNA presenti in Italia a fine 2016 (1.177), seguita da Gambia (1.161), Nigeria (697), Somalia (686).

Nel 2015, inoltre, un terzo dei MSNA registrati in Italia ha presentato domanda di asilo, un dato in marcata crescita rispetto a quelli degli anni precedenti. A livello europeo, più della metà dei MSNA proviene dall’Afghanistan, con un più che probabile intreccio tra fuga da conflitti, violenze, insicurezza e ricerca di opportunità. Sappiamo poco del loro retroterra familiare, ma possiamo immaginare che le famiglie vendano campi e proprietà o s’indebitino, o facciano entrambe le cose, per avviare almeno un figlio (soprattutto il maschio primogenito) verso una speranza di salvezza.

La crescita del fenomeno dei MSNA in definitiva è un’altra conseguenza dell’assenza di canali legali per le migrazioni per lavoro, per asilo e per la protezione dei minori da rischi di vario genere.

 

Sul piano delle risposte, va invece ricordata la nuova legge approvata nella scorsa primavera dal Parlamento italiano (l. 47 del 7 aprile 2017). In controtendenza rispetto a una complessiva prevalenza di politiche restrittive sul fronte dell’accoglienza umanitaria, la legge precisa e rafforza i diritti dei MSNA. Stabilisce il divieto di respingimento alla frontiera nei loro confronti,  riduce a 30 giorni il tempo di permanenza nei centri di prima accoglienza, uniforma a livello nazionale le procedure per l’accertamento dell’età, prevedendo anche l’intervento di mediatori culturali, promuove lo sviluppo dell’affido familiare come risposta prioritaria, rispetto all’accoglienza in comunità o strutture collettive. La norma più innovativa è  l’introduzione della figura del tutore volontario: un cittadino che spontaneamente si offre per seguire un minore non accompagnato,  dopo essere stato opportunamente selezionato e formato, a cura dei garanti regionali per l’infanzia e l’adolescenza. La società civile italiana, che ha dato in vario modo dimostrazione di una diffusa e fattiva sollecitudine per gli immigrati e i richiedenti asilo, ha così a disposizione un nuovo strumento d’intervento in una delle aree più delicate della questione migratoria.

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