Istituzioni e governance

Nessuno finora ha vinto. E allora inciucio, compromesso, o nuove elezioni?

Osservazioni sulle politiche sociali proposte

Nelle recenti elezioni nessuno finora ha vinto, se vincere è arrivare a governare il paese, come rivendicato nella campagna elettorale dagli stessi protagonisti. C’è chi ha aumentato i propri voti e chi ne ha perduti, ma il voto popolare non ha dato a nessuna delle forze politiche concorrenti una maggioranza parlamentare, né alla Camera né al Senato. Neppure l’introduzione dei collegi uninominali, a correzione della ripartizione proporzionale dei seggi, ha conseguito questo risultato. Originalmente pensato da Pd e centro destra per arginare il Movimento 5 Stelle, il geniale Rosatellum ha invece penalizzato soprattutto il partito democratico. Ma qualsiasi sistema elettorale non a doppio turno, e rispettoso delle pronunce della Corte Costituzionale, non avrebbe dato a questa consultazione un vincitore certo.

 

Stampa e talk show televisivi esaminano ora tutte le possibili vie, istituzionali e politiche, per superare questa impasse e arrivare a costituire un governo che prima o poi dovrebbe subentrare all’attuale, che continua a gestire l’ordinaria amministrazione. I confini di questa sono piuttosto indefiniti, ma comunque non consentono grande iniziativa ad un governo senza un sostegno parlamentare stabile.

L’elezione dei presidenti di Camera e Senato è stato un primo passaggio superato da Di Maio e Salvini, premiati dalle urne, che hanno costruito un accordo in merito. Solo le prossime settimane sveleranno se esso è stato anche la prova per un successivo accordo di governo, operazione certamente più complessa. Sulla gravità di uno stallo che si prolungasse le opinioni non sono convergenti. Taluni osservano che durante recenti esperienze di crisi prolungate l’economia dei paesi europei interessati è andata avanti per suo conto senza problemi, altri obiettano che in quei paesi la struttura amministrativa è molto più forte, e che comunque in queste situazioni sono venute meno proprio le politiche sociali, con danno per le fasce meno abbienti.

 

L’assenza di governo costituisce comunque una situazione transitoria da cui si dovrà prima o poi uscire, o con formazione di una maggioranza parlamentare in grado di esprimere un governo, o ricorrendo a nuove elezioni. Esito questo penalizzante sul piano internazionale e problematico, dato che la fluidità del voto popolare non consente a nessuno di prevedere un vantaggio certo dal ritorno alle urne, anche se i sondaggi continuano a premiare M5S e Lega. La fase interlocutoria, più o meno lunga, in cui nessuno avrà potuto dare attuazione a quanto aveva promesso, che reazioni potrebbe avere nel comportamento di elettori via via delusi nelle loro aspettative?

Si potrebbe anche ricorrere ad una qualche sorta di governo istituzionale, o del Presidente, a seconda di come si preferisce chiamarlo, o di minoranza con ricerca volta a volta del sostegno parlamentare, ma sarebbero anche queste soluzioni transitorie, in vista di una nuova consultazione, magari dopo aver approvato una nuova legge elettorale.

 

Dai programmi elettorali a un programma di governo

E’ naturale che nell’immediato dopo elezioni, quello che stiamo vivendo, ognuno degli autoproclamati “vincitori” riaffermi totale fedeltà a quanto promesso, con l’eventuale disponibilità a accettare il sostegno di chi sia disponibile a concorrere a tal fine, accodandosi quindi al carro del presunto vincitore. Per un partito uscito perdente, e ancor più per chi è uscito rafforzato dalla consultazione, tale scelta risulterebbe una mera operazione di conservazione di una fetta di potere, e di ruoli e prebende per i suoi rappresentanti, abdicando alla missione ad esso affidata dagli elettori che li hanno votati e che potrebbero così non rivotarlo. La parola inciucio, che non mi piace, a una tale operazione si applicherebbe in modo proprio.

Ma guardando fuori dalla finestra di casa, oltre la catena alpina, potremmo attribuire tale qualifica all’accordo per una alleanza di governo raggiunto da popolari, cristiano sociali e socialdemocratici tedeschi dopo lunga trattativa e serie verifiche interne ai loro partiti? Questa operazione politica può piacere o non piacere ma è comunque stata condotta con trasparenza, rispetto reciproco, protratta e dura trattativa per disegnare un programma e comporre un governo di compromesso.

Compromesso non è inciucio, è piuttosto dimensione normale della politica. E’ confrontarsi a fondo fra forze politiche (e anche tendenze all’interno di una stessa forza) che in primo luogo si scelgono (l’invito a tutti è un “questo e quello per me pari sono”, il contrario del scegliere!). E che pertanto si confrontano per cercare di individuare insieme un programma di cose da fare e una ripartizione di ruoli condivisi. Che consentano a ciascuno di non rinunciare alla propria identità e in prospettiva al proprio progetto politico, per insieme rispondere all’interesse generale del paese, attuando anche una parte significativa degli impegni assunti con gli elettori. Non mi riferisco qui alle proposte mirabolanti sbandierate nella recente campagna per attrarre comunque voti, ma a quelle che seriamente e effettivamente si ritiene importante e possibile realizzare.

 

Alleanze politiche e accordi di governo

La posta ipotizzabile non è una alleanza politica, alle elezioni si era avversari, ma un più limitato accordo di governo. Si è diversi, ma ci si rispetta e si investe per verificare la possibilità di una collaborazione su questo oggetto specifico. Premessa alla discussione sui contenuti sono quindi la reciproca scelta e il riconoscimento reciproco come interlocutori, e l’accordo sulle modalità e il percorso della trattativa, con tappe e verifiche condotte in trasparenza e leggibilità dall’opinione pubblica.

Uscirà davvero vincitore da questa tappa politico elettorale chi sarà riuscito nell’impresa di coalizzare forze parlamentari sufficienti a formare un governo, impegnato a realizzare un programma discusso e condiviso.

La possibilità e la convenienza per ciascuna forza politica di avviare una trattativa e esplorare la possibilità di un patto di governo dignitoso per ciascuno degli interlocutori e costruttivo per il paese è frutto di una valutazione dell’interlocutore preferibile e della possibilità di costruire con lui convergenze positive nel programma di governo sulle questioni più serie che il paese deve affrontare. Ad esempio le politiche verso l’Unione europea, le sue regole, le proposte per un suo sviluppo; le politiche su lavoro e pensioni; le politiche fiscali; le politiche sull’immigrazione e, infine, le politiche sociali.

Convergenze certamente più difficili se nei programmi vi sono proposte fortemente contrastanti. Come molti commentatori evidenziano, nel caso di una intesa fra Di Maio e Salvini non sarebbe ad esempio facile, per ragione di costo, ma non solo, conciliare la flat tax, o comunque provvedimenti di sgravi fiscali, che hanno portato alla Lega ampi consensi soprattutto dalle popolazioni del nord, e il reddito di cittadinanza, con cui i M5S hanno raccolto grande consenso nel Mezzogiorno. E si potrebbero fare facilmente altri esempi di contrasti programmatici non facili da comporre.

L’esempio tocca non a caso una scelta fra diverse attese e contrastanti interessi di ampie fasce di popolazione e di elettorato. Non dimentichiamo che la questione sociale ha segnato profondamente la recente consultazione, come le analisi hanno ben evidenziato.

Reddito di inclusione, di cittadinanza, di dignità

Come Osservatorio sulle politiche sociali facciamo ad esempio una rapida analisi comparativa sul tema sociale del contrasto alla povertà, appena citato proprio perché ha assunto particolare rilevanza nel confronto elettorale, cercando di evidenziare distanze e contrapposizioni, o compatibilità e possibili convergenze.

In merito abbiamo una misura già in atto, il reddito di inserimento, Rei, che il Pd ha avviato e si impegna a incrementare, e due in progetto: il reddito di cittadinanza su cui il M5S ha formalizzato già nel 2014 una proposta, il reddito di dignità enunciato sinteticamente da Berlusconi e richiamato nel programma della coalizione di CD, anche se su di esso manca una proposta articolata.

Il Rei, reddito di inserimento è una misura univeralistica di contrasto alla povertà. La condizione di povertà viene definita e accertata sul livello dell’ISEE (inferiore a 6.000 euro); sul valore del patrimonio immobiliare (inferiore a 20.000 euro) e mobiliare (inferiore a 10.000 euro); e infine sul livello del reddito ISEE (inferiore a 3.00 euro). L’erogazione economica, data in forma di carta di pagamento elettronica, è tale da consentire al nucleo famigliare di poter contare sul 75% della soglia reddituale di accesso di 3.000 euro, integrando fino a tale livello il reddito famigliare.  Per una famiglia a reddito zero varia da 187,5 euro per una persona sola a 485,41 euro per una famiglia di 5 componenti. Il Rei impegna i Comuni a costruire con gli interessati specifici progetti di inserimento sociale e lavorativo, con responsabilizzazione dei beneficiari e loro possibile penalizzazione in caso di inosservanza.

Il reddito di cittadinanza è un progetto di reddito minimo volta all’integrazione dei redditi familiari netti inferiori all’indicatore ufficiale di povertà monetaria dell’UE, fissato per il 2014 in 9.360 euro netti l’anno (6/10 del reddito familiare mediano equivalente UE). Si prevede quindi di erogare ad ogni famiglia una integrazione che colmi la distanza tra il suo reddito netto e il reddito minimo garantito ora indicato. Beneficiari dell’intervento sono tutti i maggiorenni delle famiglie che, se capaci, devono partecipare a progetti di formazione e di inserimento lavorativo, pena la perdita dell’integrazione. I centri per l’impiego devono gestire la misura, prevedendo l’intervento del servizio sociale solo se vi sono specifici bisogni assistenziali da tutelare e sostenere.

L’impostazione dell’intervento dunque non è molto diversa dal REI, ma diverso è il sistema di calcolo per individuare i beneficiari e molto più elevato il livello di integrazione, con una conseguente esigenza di finanziamento molto più consistente. Per l’Istat la misura nel 2012 avrebbe interessato il 10,6% delle famiglie residenti, 2.759.000 famiglie sotto la soglia della povertà relativa, con un costo di 15,5 miliardi. Baldini e Daveri stimano il numero di famiglie beneficiarie in 4.900.000, il 19% del totale, con un costo conseguente di 29 miliardi. Evidentemente i conteggi non sono omogenei, ma quest’ultimo appare più attendibile. Anche il presidente dell’Inps, Boeri, ha indicato una cifra simile, 30 miliardi, nell’udienza della Commissione parlamentare.

Il reddito di dignità è molto meno definito. Parrebbe un’integrazione di reddito a 1.000 euro al mese per chi guadagna meno. Non è chiaro se il soggetto considerato sia il singolo individuo o la famiglia. L’integrazione prevista porterebbe il reddito mensile al livello di dignità stabilito da Istat, cioè la soglia di povertà assoluta, e come questa dipenderebbe anche dal numero dei figli a carico e dalla zona del paese dove la persona vive. Secondo gli autori citati, sarebbero beneficiate 2 milioni di famiglie, con un trasferimento medio mensile di 1.220 euro, molto superiore quindi a quello stimato per il reddito di cittadinanza, pari a 480 euro, per un numero di famiglie però molto più numeroso: 4.900 milioni, il 19% del totale. Le due diverse combinazioni, numero delle famiglie beneficiarie e trasferimento casualmente medio, determinerebbero un costo per lo Stato di 29 miliardi di euro, casualmente analogo a quello stimato dagli stessi autori per il reddito di cittadinanza.

 

Al di là delle loro denominazioni sono tre proposte di reddito minimo

Non possiamo entrare nei dettagliPer una analisi comparativa più completa vedi Ranci Ortigosa E., Contro la povertà, Brioschi editore, 2018, pp. 97-116. Per le stime dei costi vedi: Baldini M. e Daveri F., Le proposte dei partiti contro la povertà, welforum.it, 16.2.2018: reddito di inserimento, reddito di cittadinanza e reddito di dignità appartengono tutti alla famiglia dei redditi minimi perché sono universalistiche ma selettive sul reddito. Malgrado le polemiche elettorali, più o meno corrette, il livello di attenzione e di elaborazione dedicate al tema e ai progetti da PD e M5S, e il tradizionale rifiuto di tali politiche della destra, porterebbero a vedere una maggiore componibilità fra queste due politiche. Ambedue accanto all’integrazione monetaria, comportano una attivazione con il sostegno di servizi territoriali sociali e del lavoro. Presentano quindi esigenze e connessi problemi di selettività reddituale all’accesso, sia pur diversamente configurabile, di valutazione per il sostegno e l’inserimento sociale e/o lavorativo dei beneficiari, sia pur con diverse accentuazioni, e di conseguenti monitoraggi. Di conseguenza, necessitano di strumenti di stima e controllo dei redditi, di valutazione dei bisogni sociali e occupazionali, di accompagnamento e controllo, come quelli avviati per il Rei.

Differenze ovviamente ce ne sono, e anche marcate, come ad esempio la individuazione dei beneficiari e la loro selezione sul reddito netto o sul reddito e patrimonio Isee, la diversa soglia di povertà a cui rapportare l’integrazione del reddito, le condizionalità, il diverso peso e le diverse modalità date per la promozione sociale e l’inserimento lavorativo. Tali differenze non compromettono però le affinità nelle impostazioni, nel senso che si potrebbe passare dall’una all’altra prospettiva senza dover azzerare tutto quanto è stato fatto e senza dovere ricominciare da zero.

Quanto all’estensione e consistenza dell’intervento, e al fabbisogno finanziario per sostenerlo, queste toccano il REI, che deve più che triplicare le risorse attualmente impegnate di 2,4 miliardi per conseguire le finalità dichiarate, e in misura molto maggiore toccano il reddito di cittadinanza che prevedendo una soglia di integrazione dei redditi più elevata, pari alla soglia di povertà assoluta, costituisce un progetto molto più costoso, attorno ai 29 miliardi, come già abbiamo detto. Non sarà per nulla facile, e tanto meno breve, recuperare risorse di tale entità. Si dovrà prevedere un processo graduale e progressivo, a partire dalle misure di Rei attualmente in atto.

Sulla specifica ma rilevante, socialmente e politicamente, politica del contrasto alla povertà non pare impossibile, superate le reciproche delegittimazioni elettorali, trovare possibili mediazioni fra il Rei e il Reddito di cittadinanza. Data la genericità della proposta di reddito di dignità, non è possibile proporre una analoga valutazione relativamente al rapporto fra questa misura e le altre due.

 

Il fattore “rabbia e protesta”

Naturalmente le misure di contrasto alla povertà configurano solo una modesta componente di un confronto di strategie e di programmi politici generali e molto più ampi, come già abbiamo sottolineato. E gli stessi contenuti programmatici nel loro insieme possono anche non risultare il fattore decisivo rispetto alla soluzione di governo, soprattutto in questa fase di contestazione contro quanti hanno gestito il governo del paese dagli anni ’90 in poi, e soprattutto negli anni della crisi. Ad esse vengono imputati le responsabilità per l’impoverimento, la precarizzazione, l’ansietà diffusa sul proprio futuro. Tutto questo alimenta la protesta e la voglia di ricambio delle forze e delle dirigenze tradizionali,

I decenni precedenti avevano creato e consolidato l’idea che il futuro non avrebbe potuto che essere migliore, che ogni generazione avrebbe vissuto con maggior benessere di quella precedente. Così non è stato, e allora si è cercato il colpevole con cui prendersela, e lo si è trovato, o lo si è fatto trovare facilmente in chi ha gestito il potere politico in questi anni. Mescolando tante buone ragioni critiche a accuse pretestuose, anche perché disattente alla portata internazionale della crisi e ai vincili che l’enorme debito pubblico accumulato in mezzo secolo pone a chiunque governi. La situazione attuale evidenzia comunque che la dirigenza politica proprio non ha saputo comprendere e gestire in modo adeguato la crisi, in termini tanto di messaggi che di politiche e di azioni concrete, e ne paga quindi il fio. Scrive Mario Calabresi in un lucido editoriale: “Alla base c’è un impasto di rabbia e di protesta …che si è sedimentato nella coscienza della maggioranza dei cittadini. Ora il vento soffia fortissimo e ha premiato i partiti anti sistema…Al di là delle differenze…Calabresi M., La luna di miele e di rabbia, la Repubblica,26.3.2018, pp. 1 e 23

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