Famiglia, infanzia e adolescenza

Ddl sull’affido dei figli: rischi e trappole del mito della bi-genitorialità perfetta

La proposta di legge “in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bi-genitorialità”, che vede come primo firmatario il senatore Pillon, ha un obiettivo “ufficiale” condivisibile: garantire il massimo di corresponsabilità tra i genitori anche dopo la rottura della coppia in nome del benessere dei figli minori. Un obiettivo già presente nella legge 54/2006, che ha introdotto l’affido condiviso come modalità di affidamento prevalente e stabilito che ciascun genitore provvede al mantenimento dei figli in maniera proporzionale al proprio reddito eventualmente anche tramite la corresponsione di un assegno di mantenimento al fine di garantire ai figli il soddisfacimento dei bisogni e il mantenimento del tenore di vita pregresso; tenendo conto, per valutare il contributo di ciascun genitore e l’importo dell’eventuale assegno, sia del tempo passato dai figli presso l’uno e l’altra, sia del valore economico del lavoro domestico e di cura effettuato da ciascun genitore.

 

La legge 54/2006, esito di molte lotte, specie di associazioni di padri separati, oltre che di positivi cambiamenti nel modo di esercitare la paternità, aveva aperto aspettative forse irrealistiche, specie nel breve periodo, e in parte astratte circa le modalità effettive della condivisione. Stante che si è valutato che sia più stabilizzante, per un minore, avere un’unica residenza e mantenere una continuità nella vita quotidiana, di fatto questa residenza è nel 90 per cento dei casi presso la madre, che per questo rimane più spesso nella casa (ex)coniugale. I padri devono trovarsi un’altra abitazione, possibilmente con uno spazio per i figli perché questi possano trovare anche presso di loro una normale quotidianità. Stante la prevalente asimmetria nel potere economico di padri e madri, inoltre, non desta stupore che siano nella stragrande maggioranza dei casi i primi ad essere tenuti ad un assegno di mantenimento per i figli. Il fatto è che, mentre ritenevano normale mantenere i figli in costanza di convivenza di coppia, quando la coppia finisce scoprono che non gli piace più il ruolo di male breadwinner.

 

Non vi è dubbio che, anche se l’impoverimento assoluto o relativo a seguito di separazione/divorzio riguarda statisticamente in larga prevalenza le donne, riguarda anche una minoranza di uomini, specie nei ceti più modesti, perché perdono economie di scala e lavoro domestico gratis mentre devono fare fronte a spese aumentate, se non altro sul piano dell’abitazione. Inoltre, così come ci sono padri che spariscono, o si presentano irregolarmente, o non pagano, o solo irregolarmente gli assegni di mantenimento non per mancanza di risorse, ma per vendetta, ci sono anche madri che non favoriscono la continuità dei rapporti con il padre, o non si danno da fare per aumentare la propria capacità economica, anche se ne avrebbero la possibilità. Ma sia gli uni sia le altre sono una minoranza. La normalità è che la co-genitorialità, difficile anche in costanza di rapporto di coppia, lo diviene ancora di più quando la coppia non c’è più e occorre elaborare nuovi modi sia di cooperare, sia di stare in relazione con i figli.

 

Il progetto di legge Pillon pensa di risolvere questi problemi gordianamente, trasformando la co-genitorialità in bi-genitorialità perfetta, di cui ciascun genitore è l’esatta metà, in una visione della genitorialità come una attività che si può descrivere in un mansionario e tabelle di spese dettagliate e divisibili nettamente a metà, senza sovrapposizioni, smagliature. Ne discende che gli stessi figli sono percepiti come “spacchettabili” a metà: esistono, con i loro bisogni e relazioni, in due metà distinte, che si “attivano” partitamente quando sono con l’uno o l’altro genitore. Tutto, a partire dal tempo trascorso dai figli con l’uno e l’altro genitore, alle spese fino alla residenza anagrafica è diviso perfettamente a metà (nel caso della residenza anagrafica e della abitazione, in realtà raddoppiato), a prescindere dall’età e bisogni dei figli nella loro specifica individualità ed anche a prescindere da ciò che avveniva in costanza di rapporto di coppia. In teoria, anche bambini piccolissimi dovrebbero pendolare sistematicamente da un genitore all’altro, cambiando ambiente fisico e punti di riferimento proprio nel periodo in cui hanno maggior bisogno di stabilità. E quelli più grandi dovrebbero sistematicamente alternare tempi di distanza dalla scuola, possibilità di incontrare gli amici e partecipare ad attività extrascolastiche in funzione della distanza delle abitazioni dei loro genitori e del tempo identico che sarebbero tenuti (più che averne il diritto soggettivo) a trascorrere con ciascuno. Padri che finché la coppia teneva avevano lasciato alla madre la principale responsabilità della cura, educazione, sostegno ai figli, improvvisamente si troverebbero a dovervi fare fronte da soli, senza averne sviluppato capacità e sensibilità (può valere anche all’inverso, per le madri, anche se i casi sono più rari).

 

Questa idea di “bi-genitorialità perfetta” non tiene conto del fatto – documentato da diverse ricerche – che ancora oggi persistono forti asimmetrie tra padri e madri nella divisione del lavoro e nella presenza con i figli, nonostante nelle giovani generazioni si assista ad un maggiore coinvolgimento dei padri. Ignora inoltre che anche nelle coppie genitoriali più paritarie la condivisione non si realizza esclusivamente e principalmente nella minuziosa divisione a metà di tempi e mansioni, ma nella disponibilità condivisa e reciproca a organizzare il proprio tempo e priorità tenendo conto sia dei bisogni dei figli, sia dei bisogni e capacità dell’altro genitore. C’è, ed è importante, una interscambiabilità per alcune cose ed invece integrazione e complementarietà su altre, in equilibri che variano nel tempo. È un processo dinamico, che si costruisce in rapporti di fiducia e rispetto, oltre che aggiustamenti progressivi. Non è l’esito di un mansionario e calendario dettagliato, anche se liste e calendari possono aiutare l’organizzazione quotidiana.

Questa visione astratta della bi-genitorialità perfetta e dei figli come prodotti “spacchettabili” ha il suo fulcro nella norma che definisce come residuale e limitato a casi eccezionali l’assegno di mantenimento dei figli. Ciascun genitore pagherebbe le spese del/dei figli non in base al proprio reddito, ma solo relativamente ai consumi durante il tempo in cui stanno con lui/lei. Quelle “generali” – scuola, attività di tempo libero, abbigliamento – sono divise paritariamente. È previsto un assegno di mantenimento per i figli solo in caso di grave difficoltà economica dell’altro genitore. In questo modo il figlio/i, in barba al principio del diritto al mantenimento del tenore di vita, rischia di dover sperimentare due livelli di vita anche molto diversi a seconda del genitore con cui sta, stante che nella maggior parte dei casi, a causa della divisione del lavoro in famiglia e delle discriminazioni sul mercato del lavoro, le madri hanno meno possibilità economiche dei padri. È per questo motivo e non per una qualche discriminazione contro i padri che gli assegni di mantenimento sono pagati in oltre il 90 per cento dei casi dai padri. Il pendolarismo tra contesti di tenore di vita molto diseguali avviene frequentemente anche ora. Ma se venisse eliminato l’assegno di mantenimento il fenomeno diverrebbe insieme più diffuso e più sistematico, con dubbi effetti educativi e sulla elaborazione della separazione dei genitori da parte dei figli.

 

Oltre alla eliminazione dell’assegno di mantenimento per i figli, il disegno di legge, in nome della bi-genitorialità perfetta, prevede anche che l’assegnazione della casa coniugale non trovi più il proprio criterio guida nel diritto dei figli alla continuità abitativa. Se di proprietà, la casa andrà venduta, oppure chi vi rimane dovrà pagare un affitto all’altro, a prescindere dal fatto che questa abitazione sia anche quella dei figli, che ne sono “consumatori interi” anche quando sono fisicamente altrove. È un costo che vale, ovviamente, per entrambi i genitori, nella misura in cui entrambi devono predisporre uno spazio per i figli, ma che può essere molto oneroso per chi ha un reddito modesto e, in certi casi, nullo perché si è dedicata alla famiglia, e che può aggravare la disparità del tenore di vita non solo dei due ex partner, ma anche dei figli quando stanno con quello più povero.

 

Al fine di facilitare gli accordi, il disegno di legge introduce la mediazione obbligatoria, almeno per un primo incontro, “ovviamente” a spese dei separandi/divorziandi (da ripartirsi paritariamente). Anche in questo caso emergono diverse criticità: la possibile incostituzionalità di una norma che imponga una qualche trattamento obbligatorio; l’inopportunità, richiamata da molti psicologi, di imporre qualche cosa che può funzionare solo se intrapresa volontariamente; la pericolosità di obbligare alla mediazione chi sia stato oggetto di violenza da parte del proprio partner o che, come figlio, vi abbia assistito; la indefinitezza del profilo professionale del mediatore famigliare, come si evince anche dalla lunga ed eterogenea lista di chi potrebbe ottenerne il titolo. Oltre alla mediazione famigliare obbligatoria, nel caso dei prevedibili contenziosi che possono scaturire nella implementazione della “bi-genitorialità perfetta” ideata dal disegno di legge, è previsto anche il ricorso, sempre obbligatorio, ad un non specificato “coordinatore genitoriale”. In ultima analisi, i genitori separati/divorziati vengono messi sotto tutela giudiziale perché rispettino la bi-genitorialità perfetta così come è concepita dalla legge (e solo nel loro caso, non anche in quello di genitori che continuano ad essere una coppia).

La tutela giudiziale si spinge fino a dichiarare punibile a priori, prima di verificarne le cause e il contesto, il genitore il cui figlio si rifiuta di stare con l’altro. Come se questo rifiuto fosse sempre e solo l’esito di una manipolazione da parte del genitore “accettato” e non anche, e probabilmente soprattutto, un modo in cui il figlio fa i conti con la separazione, o la conseguenza di un cattivo rapporto con il genitore rifiutato, o della difficoltà di entrambi a “riconoscersi” e stare assieme senza la presenza e mediazione dell’altra/o. Anche senza separazione ci sono casi più o meno drammatici e transitori in cui un figlio rifiuta, o si distanzia, da un genitore. Forzare la presenza e punire l’altro genitore, specie se questo non ne ha responsabilità, non aiuta.

Commenti

Rispetto molto quel che è’ l’interpretazione di una professionista come Chiara Saraceno rispetto all’esacerbazione dei disequilibri all’interno delle dinamiche familiari in presenza della sopra menzionata proposta di legge.
Se mi è consentito un semplice commento, vorrei aggiungere che in tutto questa proposta di legge sono a mio avviso presenti troppe figure professionali che si presume a priori siano di supporto.
Penso anche che in Italia si è persa l’importanza del Referendum che dovrebbe dare potere alla cittadino di decidere del proprio Status ed evitare di mettere sempre nelle mani del Legislatore il totale destino di tante vite.

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e se quella ricca fosse la madre?e il giudice la tratta come se fosse lei la povera e penalizza il padre come la mettiamo? mi pare che questo articolo, pur utilissimo, tende l’ago della bilancia troppo verso queste “povere madri” e che i giudici sono sempre più meno equi.

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Condivido idea dell’accesso volontario. Bisognerebbe comunque recuperare il concetto di responsabilità dei genitori. Quando il genitore o il figlio ha un problema si ricorre al medico di famiglia, allo stesso modo se ci troviamo di fronte ad una sofferenza delle relazioni si può ricorrere all’aiuto degli specialisti del consultorio familiare. Nel consultorio lo psicologo può fornire consulenza, che aiuti i genitori ad abbassare i toni del conflitto. L’assistente sociale può svolgere quella funzione di aiuto nella riorganizzazione familiare: perche’ inventare nuove figure professionali quando esistono già (mi riferisco al “coordinatore genitoriale”.)
Il mediatore familiare, se è formato seriamente, svolge una funzione che consente di abbreviare i tempi della ricerca di soluzioni, restituite ai genitori (in un clima di autonomia che favorisce il dialogo tra i genitori perché non deve rendere conto direttamente a giudici e servizi).
Restituiamo ai genitori consapevolezza e dignità offrendo risorse loro dovute dal sistema sociosanitario nazionale. (ticket come per altre risposte sanitarie.)

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Condivido pienamente l’articolo di Chiara Saraceno: in questa normativa è evidente che l’obiettivo principale è il “diritto” dei genitori, il figlio è l’ultima delle preoccupazioni, sballottato e sacrificato alle esigenze degli adulti, privato di una dimensione di vita che tuteli la sua necessità di avere una stabilità: vediamo tutti i giorni nelle scuole i problemi e le sofferenze dei figli dei separati, c’era proprio bisogno di peggiorare le cose? Che tristezza…
Flavia

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Sono avvocata familista; lavoro a Udine da venticinque anni, occupandomi anche, per professione e nell’associazionismo, di parità di genere e contrasto alla violenza maschile contro le donne.
Nel nostro Paese, anche nel nord est, dove la disoccupazione femminile non è elevata come al sud, i ruoli familiari sono ancora, troppo spesso, legati agli stereotipi tradizionali che vedono le donne molto più impegnate quali “caregivers” verso bambini e anziani e gli uomini percettori di redditi decisamente superiori.
Questa è la realtà (lo dice anche l’Istat), purtroppo, e non si può pensare di calare dall’alto una legge che non ne tenga conto.
Condivido dunque l’opinione di Chiara Saraceno e, come lei, ho più volte commentato che la “bigenitorialità perfetta” andrebbe, semmai, applicata prima, quando un bimbo nasce e la famiglia è unita, richiedendo a entrambi i genitori un impegno paritetico verso i figli (congedi parentali alla nascita e per malattia della prole; tutele adeguate per le lavoratrici autonome; ma ovviamente non solo).
Chi si ricorda improvvisamente di essere un genitore solo al momento di separarsi, lo fa quasi sempre strumentalmente.
Andreina Baruffini

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Chiara Saraceno nel suo pregevole scritto non tiene tuttavia in conto di tre questioni per nulla secondarie ai fini del giudizio su Pillon. In tal senso il suo commento, seppur autorevole, mi sembra ancora particolarmente tiepido.
1) Quando la coppia è sfaldata, l’odio ed il rancore che si sono sviluppati e che non scompaiono in virtù di scelte razionali e di buone intenzioni volenterose, campeggiano e alimentano inconsciamente (anche nella minoranza di personalità molto evolute ed in grado di perdonare) una conflittualità permanente tra i due ex amanti nonché genitori. La regolazione dei rapporti con i figli è in primo piano e non può non risentirne: assisteremo di regola – se si continua con questa storia della bigenitorialità perfetta – ad una contrattazione settimanale degli infiniti punti controversi che di certo costituisce puro veleno per i figli e che sarebbe male minore risparmiare loro. Dico che sarebbe possibile evitare lo stillicidio di piccoli contrasti continui attraverso un impianto organizzativo semplice (e la genitorialità perfetta invece chiama complessità) e coerentemente rigido.
2) Il controllo reciproco e la contrattazione continua penalizzano fortemente non solo il genitore economicamente più debole, ma soprattutto quello che spontaneamente, per il ruolo che già svolge in famiglia, si assume il maggior carico di responsabilità rispetto ai figli. L’asimmetria nel carico di responsabilità è regola che si ritrova in natura: la bigenitorialità perfetta è una forzatura della natura tutta giocata sul piano razionale ma che è impossibile da attuare perché le persone sono fatte in misura maggioritaria di sentimenti di fronte ai quali la razionalità aristotelica cede sistematicamente il passo. In un contesto quindi di genitorialità perfetta stabilita per legge ma non fattibile nella pratica, assisteremmo ad una prevaricazione del coniuge più forte economicamente sul più debole e soprattutto alla realizzazione di ostacoli di ogni genere nella vita del genitore con maggiori responsabilità rispetto ai figli il quale si troverebbe in grandi difficoltà nell’esercizio della sua autonomia personale e nella possibilità di rifarsi una vita con altro partner poiché l’impianto organizzativo paritetico costituirebbe un vincolo tale da perpetuare il controllo reciproco (nell’odio).
3) In un contesto sociale in cui l’autorità autorevole intesa come funzione sociale necessaria a favorire l’autonomia e la soggettivazione dei singoli è fortemente appannata, sottolineare la pariteticità tra i coniugi separati significa condannarli ad un rapporto fraterno (in veneto si usa l’espressione “fradei cortei” cioè fratelli coltelli), e privare i figli di un polo che svolga una effettiva “funzione paterna”. La pariteticità, in presenza di un conflitto di fondo, uccide la possibilità che vi sia qualcuno che comanda più di qualcun altro…..cioè che vi sia una funzione regolatrice anche attraverso dei “no” ed in grado di sostenere quei “no”. In una situazione di pariteticità le probabilità che i due ex coniugi si neutralizzino tra loro nella possibilità che venga esercitata una funzione paterna sono elevatissime. Mentre l’asimmetria tra i due coniugi, uno con più potere e l’altro meno, garantisce maggiormente l’esercizio di funzioni normative di cui i soggetti in età evolutiva hanno grandemente bisogno. La pariteticità dunque andrebbe inquadrata anche come un principio infausto che priva i figli della possibilità di doversi confrontare con una funzione paterna autorevole e riconosciuta dalla Società. Sarebbe invece auspicabile andare nella direzione opposta e cioè di una legislazione che riconosca come un valore la supremazia e il governo di un genitore, quello ritenuto più abile e capace di svolgere il ruolo, accettando e istituzionalizzando l’asimmetria tra chi governa e chi coadiuva. Questo non per avvantaggiare un adulto alle spalle di un altro ma per l’interesse preminente dei figli minorenni.
4) Avanzo l’ipotesi che lo spirito con cui il Pillon ha scritto il suo articolato sia proprio quello di far pagare cara ai coniugi che si vogliono separare la loro scelta di separarsi e questo attraverso una legge punitiva che costituisca un deterrente……la logica che sospetto è pienamente adultocentrica: altro che il bene dei bambini!!!!!
Benedetti Ferdinando psicoterapeuta di consultorio familiare pubblico e psicoanalista SPI. Osimo Ancona

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