Famiglia, infanzia e adolescenza

Educare e includere con il teatro. Vent’anni di progetti nell’Ovest Ticino

Intervista con Marco Bricco e Grazia Fallarini

Incontriamo per un racconto a due voci Marco Bricco, attore, regista, musicista, formatore, della Compagnia Teatrale Stilema/Unoteatro di Torino, e Grazia Fallarini, pedagogista del Consorzio Intercomunale dei Servizi Socioassistenziali dell’Ovest Ticino.

 

Marco e Grazia lavorano insieme da vent’anni in progetti educativi realizzati attraverso i linguaggi artistici – il teatro, la musica, la danza e la scrittura poetica – nei Comuni dell’Ovest Ticino in Provincia di Novara. Progetti realizzati in ogni grado di scuola, dall’asilo nido alla scuola superiore, nelle biblioteche e in altri contesti educativi, nei quali la pratica artistico-espressiva è intesa come strategia relazionale ed inclusiva, aperta ad ogni tipo di differenza. Una pratica concepita, prima di tutto, come strumento per ascoltarsi e per riscoprirsi, per confrontare il proprio immaginario e la propria visione del mondo nello spazio neutrale della finzione teatrale e, più in generale, dell’esperienza creativa, singola o collettiva.

 

Qual è stato il primo di questi progetti?

Marco: Dunque, io già portavo avanti un progetto del C.I.S.A. Ovest Ticino di un anno di teatro che si chiamava “Sguardi bambini” e che coinvolgeva i bambini del Comune di Galliate. L’obiettivo era quello di lavorare con i bambini chiedendo loro, attraverso laboratori teatrali e questionari sulla percezione, di fare una mappa molto particolare della città, rileggendo i luoghi della loro vita dal punto di vista emotivo, quindi qual era il luogo che faceva paura, quello della rabbia, quello della felicità e così via.

Grazia: In quel periodo stavano costruendo il parcheggio sotterraneo nella piazza principale, quindi quando chiedevamo ai bambini “Qual è la cosa più bella di Galliate?” la risposta era “I sassi smossi del parcheggio di Galliate perché ci posso fare quello che voglio”!

Marco: Da questo lavoro è stata poi tratta anche una pubblicazione a più mani sull’intero progetto, curata da me, uscita per Interlinea qualche anno fa, intitolata appunto “Sguardi bambini”Bricco M. (a cura di), Sguardi bambini. Dare voce a pensieri, emozioni e fantasie con il teatro e altri linguaggi artistici, Edizioni Interlinea, Novara, 2003.. Io già seguivo l’approccio del lavorare col teatro con l’intento di dare voce a chi lo fa, quindi di non dire “Quest’anno facciamo Cenerentola o qualunque altra fiaba più o meno famosa”, ma di lavorare molto con i bambini per dare spazio alle tematiche che volevano raccontare.

 

Da qui, e dalla collaborazione con Grazia, è poi nato un progetto più grande, che ha toccato sei Comuni dell’Ovest Ticino e che è andato avanti per tredici anni: “Starebenestaremale”. Dentro un contenitore più ampio, denominato “Progetto Puzzle” e reso possibile dalla fortunata legge 285 del 1997, “Starebenestaremale” si proponeva di indagare ciò che faceva stare bene o male i bambini di oggi, la qualità delle relazioni intessute dalle nuove generazioni con i coetanei, con gli adulti e con il contesto di vita, nonché di favorire il processo di inclusione di bambini e ragazzi stranieri o con disabilità. Lo si intendeva fare attraverso la pratica e la condivisione del lavoro creativo e dei linguaggi artistici, in particolare teatro, musica, danza, arte e scrittura poetica. [Il progetto è stato dichiarato nel 2008 progetto di eccellenza dalla rete europea ChildOnEurope, n.d.r.]

Abbiamo usato molto il teatro, poi la musica – io sono laureato in didattica della musica, quindi uso sempre la musica appena posso – ma anche l’aspetto manipolativo, la grafica, fino all’idea di costruire pensieri poetici. Il dato di fondo era sempre l’idea di dare voce ai bambini, a tutti i bambini, quindi il discorso dell’inclusione.

Grazia: “Starebenestaremale” entrava nelle scuole facendo la proposta del teatro che consentiva anche di rispondere ad alcuni bisogni delle scuole stesse, per esempio l’allestimento degli spettacoli finali, ma sempre con un approccio specifico. Spostavamo tutti i banchi, si faceva il semicerchio, e l’aula si trasformava nel teatro. L’idea è che tu il mondo lo guardi con gli occhi del teatro, e non è il mondo che cambia, sei tu che cambi, che lo guardi in un altro modo, e dunque lo trasformi. Mettere le insegnanti in semicerchio, ad esempio, le obbligava ad osservare i loro alunni da un altro punto di vista. Abbiamo ragionato con i genitori, a tanti livelli, abbiamo ragionato con gli insegnanti sulla possibilità che stare lì, fare quel tipo di attività, consentiva di cogliere precocemente e intervenire in tante situazioni complesse prima che degenerassero. Il progetto aveva anche una forte connotazione di formazione delle persone che ci lavoravano dentro, collaboravamo con un centro di ricerca di Novara, c’era la supervisione della psicologa e psicoterapeuta, avevamo l’utilizzo dei diari di bordo, dei monitoraggi periodici. L’idea era proprio quella di dare gambe alla formazione e, attraverso di essa, di dare struttura al progetto.

La formazione attraverso il teatro è stata cruciale, ti fa vedere le persone per quello che sono, fa venire fuori la natura delle persone, perché le lasci libere di scegliere di portare quello che vogliono, e lì capisci su chi puoi contare e su chi no.

Marco: Non si trattava certo di fare un lavoro terapeutico, c’era però l’obiettivo di tirar fuori delle cose. Se si vuole creare una relazione vera e profonda con i bambini occorre, prima di tutto, essere disposti a dare: puoi sempre chiedere a qualcuno che ti racconti qualcosa di sé, ma prima devi essere disposto tu a raccontare qualcosa di te.

 

Si può parlare di specificità del lavoro laboratoriale, teatrale e/o musicale, quando è condotto con le persone, e con i bambini, con disabilità?

Marco: Per certi aspetti la questione della disabilità non si pone neanche, nel senso che se tu lavori con tutti e se cerchi di fare in modo che tutti si esprimano, devi trovare il modo di far esprimere tutti, che sia il più furbo o intelligente della classe, o il bambino con disabilità, o il bambino che è appena arrivato dal Pakistan. È ciò che tu fai – quindi i linguaggi artistici nel nostro caso – che si plasma, si adatta e si rimodula a seconda della natura delle persone con cui interagisci e delle idee che si stanno sviluppando insieme. Sì, forse, partendo da questi presupposti, la questione della disabilità non si pone proprio perché parliamo di un teatro dell’incontro molto più che di un teatro da imparare. Mentre molte persone che fanno il mio mestiere tendono a specializzarsi su una fascia di età o anche su un tipo di disabilità, io con il progetto “Starebenestaremale” ho avuto una grande fortuna (che mi sono anche un po’ cercato): quella di lavorare continuamente in contesti di ogni tipo, spesso molto differenti. Mi sono trovato in un periodo schizofrenico e bellissimo, in cui magari facevo prima il laboratorio al nido al mattino, finivo, poi andavo a lavorare con la terza media, poi nel pomeriggio lavoravo con una quinta elementare, poi magari la sera il laboratorio teatrale con genitori e figli. Al di là delle fatiche, questo mi ha fatto imparare moltissimo, perché mi ha costretto ogni volta a resettarmi e interagire col gruppo, anche mettendo continuamente alla prova quello in cui credevo. Forse dipende anche da questa esperienza di formazione personale, ma sono convinto che il teatro debba diventare uno strumento di relazione. Quindi ci sono delle specificità nel lavoro con la disabilità, ma non sono diverse da altre specificità che si trovano in altri contesti.

Secondo me, più che parlare di particolari specificità del lavoro laboratoriale, ha senso parlare di un teatro che ogni volta cerca di riferirsi a delle diverse specificità, come quando lavori coi bambini della primaria invece che coi ragazzi delle superiori, oppure in un liceo classico piuttosto che in una scuola tecnica: anche quelle sono specificità. Io non amo molto le etichette: dire disabilità cosa significa? Non voglio semplificare troppo, ma alla fine la verità è che abbiamo sempre a che fare con persone differenti. C’è un bambino con la sindrome di down, un bambino cerebroleso, un bambino autistico. E tu sei lì che ci lavori insieme. Se hai persone con disabilità differenti, ogni volta è un piccolo mondo diverso, no? E questo diventa una ricchezza. A volte funziona meglio, a volte meno, ma per me è sempre stato un incrociarsi di sfide e di grandi potenzialità di crescita personale. Senza mai dire: “con quella situazione non ci lavoro” e nemmeno “Io lavoro solo con quel tipo di condizione, perché …”. Questo vale anche per le diverse fasce d’età: a volte, quando parlo con gli insegnanti, mi dicono “ma con i bambini del nido fare teatro è impossibile!”. È impossibile se tu parti con un’idea preconcetta di cosa significa fare teatro, se tu parti col copione da rappresentare allora si che è impossibile! Ha senso, invece, parlare di impostazioni metodologiche e di sensibilità particolari che vanno a incontrare le persone con cui lavori, che siano genitori, che siano bambini, che siano persone con disabilità.

 

Come si programma e come si implementa questo tipo di attività?

Grazia: Noi non abbiamo mai ragionato per bandi, ragioniamo per progetti perché è giusto che si faccia così, ce l’ha insegnato la legge 285/97. Ti poni degli obbiettivi, cerchi di raggiungerli e – se lavori davvero – ti accorgi che le cose migliori del progetto sono quelle che accadono per caso, che emergono all’improvviso. E il saperlo cogliere cambia la dimensione della progettualità. Le cose migliori che ci sono accadute sono venute proprio dall’inatteso. Un anno, quasi per caso, abbiamo messo insieme delle classi di bambini delle scuole e giovani adulti disabili dei nostri centri per la disabilità, e abbiamo scoperto che l’inclusione funziona benissimo in questo modo, perché hai gli adulti con disabilità che hanno fatto tutto il ciclo dell’inclusione, quindi sono competenti, mentre invece i bambini con disabilità dentro le scuole hanno un grosso gap rispetto ai coetanei. Presentare un disabile adulto dentro la scuola fa si che la figura della persona con disabilità possa essere rivalutata, perché ha delle competenze. Ci abbiamo poi scritto un progetto, ma è successo per caso.

 

Quali sono state le difficoltà più forti?

Marco: La progettazione ampia di cui parlavamo prima [Il progetto “Starebenestaremale”, n.d.r.] è andata avanti per ben 13 anni, con i fondi dei sei Comuni coinvolti, della legge 285 e in alcuni anni di Fondazione Cariplo e altre fondazioni. Poi, tra il 2014-2015, in corrispondenza di una situazione di crisi generale in Italia, che da noi è stata pesante, i Comuni intendevano risparmiare. A un certo punto sono stati tagliati, più o meno consciamente, gli interventi su tutta una zona intermedia tra la grande problematicità e quella che chiameremmo normalità. Tutta una zona nella quale si poteva intervenire in modo anche forte, con finalità di prevenzione, di contatto con il territorio, di vicinanza, di prossimità. Anche solo il parlare con la mamma, a nostro parere è un’enorme ricchezza. Non è che il teatro faccia miracoli, ma sono sicuramente delle attività che – proprio perché generano incontro, contatto, divertimento, poi piacere nel momento finale – possono essere grossi veicoli di socializzazione. Tutto questo enorme terreno che magicamente si era creato in questi sei Comuni, con attività che toccavano veramente una grande quantità di persone, è stato tagliato praticamente da un giorno all’altro.

 

Quali sono stati, invece, i fattori che hanno facilitato le vostre attività? Su quale rete avete potuto contare?

Marco: La vera rete, la rete che conta, non è quella in cui si dice “lavoriamo insieme, partecipiamo al bando, tu prendi il 25%, io prendo il 30%”, ma sta nel fatto che lavorando insieme attorno a un’idea, a un pensiero, ci si è incontrati umanamente.

Grazia: Quando lavoravamo in oratorio, il prete ci dava tutto quello di cui avevamo bisogno gratuitamente, e questo è un riconoscimento grande in un mondo in cui tutto è a pagamento, compresi gli spazi. Poi magari Marco fa gratuitamente la grafica del roll-up dell’Associazione Genitori STH Onlus, perché si crea un meccanismo di collaborazione. La rete è fatta da quelle persone con le quali hai compiuto un percorso, e che puoi chiamare dicendo “stiamo preparando un incontro e ci manca una storia che faccia da filo conduttore, verresti a raccontarci la tua?”. E quella persona, che pure ha una vita faticosissima con una figlia disabile e un marito che non sta bene, viene, si siede e ti racconta cose estremamente intime, dicendo “raccontatele pure, perché so che le tratterete in un certo modo, mi fido”.

 

Il dialogo continuerà su Welforum.it per illustrare, grazie al contributo di Marco Bricco e Grazia Fallarini, gli strumenti utilizzati e i materiali prodotti nei progetti qui richiamati, nonché i percorsi educativi e inclusivi in situazioni di confine quale quella del carcere.

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