Professioni sociali

La voce degli assistenti sociali sul PNRR

Tra valutazioni complessive e dibattito sull’accesso alla professione

Intervista alla Vicepresidente del Consiglio nazionale degli assistenti sociali (Cnoas), dott.ssa Barbara Rosina.

 

 

I contenuti del PNRR coinvolgono direttamente il servizio sociale da diversi punti di vista. Nell’interlocuzione con la politica, l’Ordine nazionale degli assistenti sociali ha avuto modo di esprimere le proprie posizioni su diversi ambiti dell’intervento professionale; citiamo, a titolo esemplificativo, quello dei minori e delle famiglieSi rimanda alla nota del Cnoas del 9 giugno u.s. e quello della tutela della saluteSegnaliamo in proposito l’intervento del Presidente G. Gazzi. Al tempo stesso, nell’ambito del Piano, sono in discussione modifiche riguardanti l’abilitazione all’esercizio di alcune professioni ordinate, tra cui anche quella dell’assistente sociale. Nello specifico, è in discussione al Senato il ddl recante “Disposizioni in materia di titoli universitari abilitanti” (atto Senato n.2305).

 

Abbiamo affrontato con la Vicepresidente del Cnoas alcune delle numerose tematiche relative alle istanze e alle proposte degli assistenti sociali, chiedendole valutazioni di carattere generale sul PNRR e soffermandoci successivamente sul dibattito attuale e sugli scenari futuri per l’accesso alla professione.

Qual è la valutazione complessiva del Cnoas sull’attenzione che il PNRR dà alle istanze degli assistenti sociali?

Precisiamo in premessa che non si tratta di mere istanze di lobby professionale, ma di lavorare per tutti i cittadini di cui ci occupiamo e ci facciamo portavoce.

Molte situazioni di fragilità e vulnerabilità erano presenti già prima della pandemia. Il distanziamento, la malattia, i problemi economici hanno reso più visibili le situazioni di difficoltà, ma sapevamo già prima dell’emergenza sanitaria che la strutturazione dei servizi e l’organizzazione complessiva del nostro sistema di Welfare è da migliorare. Oggi il Consiglio nazionale degli assistenti sociali è ascoltato, c’è grande consapevolezza che non parliamo di una categoria, ma rappresentiamo persone che hanno vissuto mesi terribili e vogliamo la tutela dei loro diritti.

La nostra osservazione quotidiana, così come tutti i dati, ci fa dire che le situazioni si sono aggravate. Sicuramente c’è un riconoscimento del nostro punto di vista: il CNOAS ha organizzato quattro webinar di presentazione del PNRR ai quali hanno partecipato diverse forze politiche, rappresentanti del Governo, delle università con cui abbiamo parlato di politiche di inclusione, giustizia, salute e situazione del Sud. Sicuramente questi assi sono strategici, nodali, ed è fondamentale che vi siano spazi di confronto sul sistema dei servizi e sulle situazioni delle persone. Abbiamo realtà in cui c’è un assistente sociale ogni 70.000 abitanti: è evidente che in quelle condizioni non è possibile né l’attività di prevenzione, ma nemmeno evidentemente quella ordinaria.

Siamo ovviamente contenti dei finanziamenti per arrivare al livello essenziale di un assistente sociale ogni 5.000 abitanti e poi ancora al livello di uno ogni 4.000 com’è scritto nella legge di Bilancio 2021 che lo prevede come obiettivo.  Ma perché ciò succeda bisogna renderne concreta la realizzazione dalla quale siamo molto lontani.

Segnaliamo che occorre maggiore attenzione anche all’ambito della salute: ricordiamo che negli ultimi cinque anni c’è stata una fuoriuscita rilevante di tutte le figure professionali dai servizi di salute mentale; gli assistenti sociali, secondo dati del Ministero della salute, sono 1500 in meno di quelli che servirebbero. Ricordiamo anche che la situazione dei consultori, dei SerD e degli ospedali è drammatica. In questo contesto non è pensabile una vera integrazione sociosanitaria che non sia, nella migliore delle situazioni, unicamente una somma di prestazioni.

Da tempo poi, come Consiglio nazionale, ripetiamo che trasferimenti monetari e bonus senza strutturare servizi di accompagnamento non serve.

 

Veniamo alla previsione del ddl, nell’ambito del PNRR, che attribuisce all’Ordine professionale un ruolo di rilievo, affidandogli la possibilità di richiedere il valore abilitante del titolo di studio e dunque l’eliminazione dell’esame di Stato per l’accesso alla professione. Qual è l’orientamento del Cnoas?

Secondo quanto prevede il ddl, la richiesta per il passaggio al titolo abilitante può essere fatta solo dagli Ordini professionali. Noi in linea di massima non siamo contrari, non immaginiamo che il titolo abilitante di per sé sia un problema, ma lo è nel nostro percorso universitario. Sono almeno 15 anni (lo testimoniano tutti gli odg, le proposte di legge, le audizioni che sono state fatte) che l’Ordine chiede un riordino del percorso di studi. In questo momento lo stiamo chiedendo con maggiore intensità. Abbiamo già interessato la Ministra della Giustizia Cartabia, il sottosegretario alla Giustizia Sisto. Abbiamo già avuto molte interlocuzioni con forze politiche di tutte le appartenenze. Il nodo è che la nostra formazione di base attuale non è più sufficiente per gestire la complessità della nostra società, dei fenomeni che la caratterizzano. Chiediamo, prima di rendere abilitante il titolo, un riordino del triennio e della laurea magistrale e, come per tutte le altre professioni, una “filiera” dello studio: dopo le lauree ci sono i master di specializzazione, di indirizzo, sui diversi temi di complessità. Per lavorare per il supporto e la tutela delle famiglie e dei minorenni, nell’ambito della salute mentale, nelle cure palliative o nel sistema della giustizia, la formazione triennale non può essere più ritenuta sufficiente. Lavorare sulla formazione è una via per tutelare in modo adeguato tutte le persone. Rivedere il sistema della formazione significa anche porre attenzione ai dottorati di ricerca di cui in Italia in questo momento abbiamo un’assoluta carenza. Occorre inoltre capire come rinforzare la presenza della professione con i titoli per la docenza all’interno delle Università. Dobbiamo rinforzare la ricerca di servizio sociale, qualcosa sembra muoversi, ma con un solo assistente sociale professore ordinario e una decina di incardinati in tutta Italia temo si possa fare poca ricerca a favore delle persone e dei professionisti.

Dunque il Cnoas esclude che l’attuale titolo di studio possa avere valore abilitante?

La domanda così è mal posta. Non è un sì o no: oggi non ci sono le condizioni per togliere l’esame di Stato. Visto quanto detto sinora, l’esame, ad oggi, diventa quel momento in cui si fa una valutazione delle competenze e si può anche dire che quel candidato, quella persona, non è ancora pronto.

Non c’è preclusione. Prima vediamo di migliorare tutto il percorso di studi, poi valutiamo. Questo ragionamento l’abbiamo fatto con il Ministero della Giustizia e con tutti i parlamentari con cui abbiamo già parlato. Abbiamo anche insistito sulla necessità di avere albi o elenchi speciali (poi si capirà come possono essere chiamati), per professionisti specializzati su alcuni temi. Se lavori nella tutela minori, ad esempio, devi dimostrare che hai fatto formazione su quell’ambito specifico. Le competenze che oggi sono necessarie per supportare le persone in condizioni di difficoltà, secondo noi, non sono garantite in tre anni di studio. Inoltre, ricordiamoci che in Italia c’è una grandissima differenza tra percorsi formativi, che dipende anche dal Dipartimento in cui ci si trova. Il nodo è che le discipline del servizio sociale, in Italia, sono sotto ogni parametro internazionale di formazione. Lo stesso tirocinio curriculare, prima o poi, dovrà avere delle regole uguali nel Paese. Dovremo lavorare per individuare supervisori con specifiche competenze e formazione, in regola con gli obblighi professionali, iscritti all’Ordine. Abbiamo notizia di tirocini in cui i supervisori non avevano nemmeno i requisiti minimi.

 

Il valore abilitante del titolo di studio era già previsto nelle scuole dirette a fini speciali e poi venne superato con l’istituzione dell’Albo. Il ddl può essere considerato come una “ritorno al passato”?

Questa è una semplificazione che può risultare fuorviante. Non è tornare indietro, come una involuzione. È un processo diverso, evolutivo. Tutte le professioni ordinate stanno valutando in questo momento se togliere l’esame di Stato, che può non essere necessario, ma solo se ci sono le condizioni che abbiamo detto prima.

 

C’è stata ed è in corso un’interlocuzione con la politica. Oltre all’ascolto avete trovato disponibilità nel sostenere le vostre proposte?

C’è ampia disponibilità, da parte di tutte le forze politiche, su un riordino della professione complessivo. L’attacco strumentale ai servizi sociali territoriali e all’assistente sociale in alcuni ambiti è costante anche prima di Bibbiano. Siamo consapevoli dei limiti e dei problemi e chiediamo alle forze politiche di lavorarci insieme, facendo in modo che le competenze dei professionisti siano indiscutibili, pur sapendo che l’errore umano continuerà ad esserci. C’è grande sensibilità in questo momento, dobbiamo essere propositivi e lavorare.

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