Famiglia, infanzia e adolescenza

Persone, donne, famiglie: difendere i diritti, ampliare i sostegni

Intervista a Maria Geneth, Presidente di AIED Verona

La dottoressa Geneth è da trent’anni ginecologa presso l’AIED di Verona, e da un anno ne è Presidente. AIED, Associazione Italiana per l’Educazione Demografica, è nata nel 1953, quando ancora in Italia era in vigore la legge che prevedeva che la vendita, l’informazione e la propaganda sui contraccettivi fossero vietate e sottoposte a sanzioni penali, in quanto potevano minare l’integrità della stirpe. All’epoca si fece un primo lavoro di informazione sui contraccettivi e si portò avanti una battaglia perché la legge venisse modificata. Pian piano in varie città comparvero poi dei luoghi fisici, i consultori, dove lavorano in collaborazione ginecologhe, psicologhe, avvocate, assistenti sociali, con l’obiettivo di dare una risposta soddisfacente ai problemi della donna singola, della coppia, della coppia con bambini, sia in situazioni di benessere, per esempio quando arriva una gravidanza, sia nelle situazioni più difficili e drammatiche, come separazioni, contenziosi tra coniugi per i figli, gravidanze non bene accettate e interruzioni di gravidanza. Vi sono poi attività esterne, nelle scuole, di informazione sui contraccettivi e di educazione all’affettività, ovvero mirate all’apprendimento di un lessico e di un dialogo opportuni.

Dott.ssa Geneth, cosa ha portato al corteo e agli incontri di sabato 30 marzo a Verona?

Tutto è nato perché a Verona l’estate scorsa alcuni consiglieri comunali hanno presentato una mozione con la quale si deprecava il fatto che ci siano donne che abortiscono e si proponevano dei finanziamenti comunali a donne che rinunciassero al loro progetto di abortire. Si proponeva anche una cosa in realtà già prevista da una disposizione di legge, e cioè che le donne che non volessero avere un bambino ma fossero disposte a portare a termine la gravidanza potessero partorire e lasciare il bambino in ospedale.

Questo ha ovviamente creato delle reazioni nei vari gruppi femministi e in tutte le realtà che hanno un altro modo di vedere le donne e la loro possibilità di autodeterminarsi. Da qui a cascata, a mano a mano che a livello di Governo nazionale si moltiplicavano le esternazioni in questo ambito, a mano a mano che questa mozione veronese faceva scuola e veniva ripresa da altri Comuni in Italia, si è capito che era il caso di mostrare che Verona non era solo quello che è il Consiglio Comunale e l’Italia non era solo quello che è il governo attuale. Attraverso una mobilitazione che si è dipanata nell’arco di questi mesi è successo che a Verona sabato ci sia stato un corteo straordinario per numero, per vitalità, per capacità di guardare al futuro in maniera progettuale. Si capiva già che le cose sarebbero andate bene, ma sono andate oltre ogni aspettativa. Che poi questo modifichi i progetti agli alti vertici chi lo sa, forse, speriamo. Ma in qualche modo questo clima italiano ha dato il segnale che c’è una fetta di società che su questi temi si mobilita, che non è disposta a vedersi cambiare le legislazioni che si erano guadagnate con tanta fatica negli anni Settanta e Ottanta – non solo la legge sull’interruzione di gravidanza, ma anche il diritto di famiglia.

Qual è la relazione tra queste manifestazioni e il congresso mondiale delle famiglie, che si è tenuto a Verona nello stesso fine settimana?

È chiaro che non è stato casuale che la nostra manifestazione si svolgesse nel giorno in cui era ancora in corso il congresso mondiale delle famiglie. Anche questo significava che le famiglie non sono la famiglia, come sostengono i promotori del congresso mondiale delle famiglie. Ci sono tante famiglie: ci sono famiglie che seguono i dettami della coppia uomo-donna, tanti bambini, le donne tutto sommato in posizione subordinata, ma ci sono anche tante famiglie diverse. Infatti il corteo di sabato era molto variegato, come età, composizione, c’erano uomini, donne, vecchie femministe e ragazzine.

 

A suo avviso, in che momento siamo in Italia per quanto riguarda i diritti delle donne e più in generale i diritti delle persone?

È un momento in cui quello che si era guadagnato viene messo in dubbio. È anche possibile che questo mettere in dubbio sia solamente un modo per sviare l’attenzione delle persone meno accorte da altri temi importanti, come il fallimento delle politiche del lavoro e la situazione di precarietà dei giovani, che sia un modo per far convergere i fari su questioni ideologiche, piuttosto che sui problemi concreti delle persone.

Certo, ci hanno insegnato che quello che si è guadagnato bisogna difenderlo momento per momento, non è guadagnato per sempre. E’ chiaro che le donne di oggi non sono disposte a tornare indietro, la famiglia patriarcale è morta e sepolta da noi. Non c’è nessuna possibilità che oggi una grande maggioranza di donne italiane, anche di quelle che non sono potute scendere in corteo, voglia tornare ad essere una figura subordinata all’interno della famiglia, voglia tornare a prima che il nuovo diritto di famiglia stabilisse che moglie e marito hanno la stessa possibilità di decisione, che non c’è subordine, che hanno entrambi pari dignità e autorevolezza. Su questo è molto difficile tornare indietro, ormai il costume è cambiato.

Tra i progetti normativi più contestati vi è il DDL Pillon sulla “garanzia della bigenitorialità”

Su questo praticamente tutte le organizzazioni degli avvocati matrimonialisti e degli psicologi dicono che è folle modificare lo statuto delle condizioni del divorzio. Auspichiamo che sia un segnale che chi ha un minimo di buon senso al governo recepisca. D’altronde, domenica alla manifestazione conclusiva del congresso mondiale delle famiglie c’erano poche migliaia di persone: è un paragone che non può reggere. Tuttavia, sul destino del DDL le voci degli esponenti di governo sono contrastanti, quindi non pensiamo di poter tornare alle nostre faccende ordinarie, bisogna stare assolutamente attenti, pronti a tornare in piazza, oltre a fare pressione sui partiti dell’opposizione.

Cosa dovrebbero e potrebbero fare concretamente le politiche sociali a sostegno delle famiglie?

A me capita di vedere tutti i giorni ragazze e donne che mi dicono “Sì, una gravidanza mi piacerebbe, però ho il mutuo da pagare, ho il contratto di lavoro a termine, il mio partner ha perso il lavoro da poco”, ecc. I progetti di maternità si sostengono non proibendo l’aborto o restringendo le maglie dell’aborto. Il numero di aborti dal 1982 a oggi è calato del 62%, è evidente che non è un’emergenza. Per far aumentare il numero di bambini che nascono bisognerebbe far sì che più donne possano accedere al lavoro, che le condizioni di lavoro siano migliori e che soprattutto le leggi che tutelano la lavoratrice madre siano applicate correttamente, assicurando la protezione del posto di lavoro per le donne in gravidanza. Moltissime cameriere, commesse, bariste lavorano sotto ricatto. Per non parlare della carenza di posti negli asili nido, che in alcune parti del paese praticamente non esistono, e degli altissimi costi per le famiglie. C’è una fetta di donne che vorrebbe avere bambini ma si trova di fronte a questi problemi.

Occorre separare nettamente il tema dell’interruzione di gravidanza dal tema della denatalità. Da un lato, per aumentare i nati bisogna creare delle condizioni di lavoro migliori per le donne e aumentare la possibilità di essere supportati per riprendere il lavoro quando i bambini sono piccoli: gli asili nido, non si può far fare tutto ai nonni!

D’altro lato, se vogliamo ridurre ulteriormente il numero delle interruzioni di gravidanza occorre rendere obbligatoria l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole. Io mi ritrovo spessissimo di fronte a ragazzine che credono che si possa evitare una gravidanza con il coito interrotto o calcolando il periodo fertile. Dunque evidentemente una istruzione su questi temi non l’hanno avuta. Se noi facessimo sì che ragazzi e ragazze avessero un’idea precisa di come si evitano le gravidanze e, come in Emilia Romagna, per alcune fasce d’età e per certe fasce di reddito i contraccettivi fossero gratuiti, potremmo ridurre ancora le interruzioni di gravidanza.

Questo aspetto della prevenzione delle gravidanze indesiderate viene di rado messo a fuoco nel dibattito su questi temi

No, anzi, c’è una frangia di genitori rigidissimi che impediscono ai loro figli di partecipare a questi corsi nelle scuole, perché temono molto che parlando ai ragazzi dei contraccettivi, questi siano stimolati ad avere rapporti sessuali. C’è poi il grosso tema del genere. Un pensiero scientifico aggiornato ci dice che l’eterosessualità è maggioritaria, ma non è la norma. Ci sono varianti di orientamento sessuale assolutamente fisiologiche e l’omosessualità non è una malattia. D’altronde è stata depennata dal manuale delle malattie psichiatriche da più di quarant’anni, non è avvenuto di recente; è un dato scientifico, non ideologico. Per alcuni genitori, tuttavia, che si vada nelle scuole a dire queste cose è sentito come estremamente dannoso e perturbante.

Crede che sarebbe utile un’educazione sessuale e affettiva anche per gli adulti, che poi si ritrovano nella posizione di insegnanti e genitori di adolescenti che sono alla scoperta della propria identità e del proprio orientamento?

Certo, c’è da lavorare per tutti, anche se gli adulti spesso non sono terreno fertile, molti hanno ormai alzato le loro barriere.

Ci sono anche vincoli istituzionali e di risorse rispetto a questo tipo di interventi?

Ci sono decisioni e scelte politiche, direi. Se con le risorse pubbliche, anziché finanziare le organizzazioni private che sostengono le donne che rinunciano ad abortire, si finanziassero programmi di informazione sessuale a tappeto nelle scuole, sarebbe diverso. La questione è capire quale sia la priorità. Anche io sono convinta che non sia una buona cosa che il tasso di natalità sia così calato. Da un lato può corrispondere al fatto che non abbiamo più famiglie patriarcali con la donna che sta a casa e cinque, sei, sette figli. Però non sono poche le donne che vorrebbero avere uno, due, tre bambini, ma si trovano in gravi problemi per il reddito, il lavoro, ecc. Laddove le politiche a sostegno della natalità sono state fatte, come in Francia, dove tutte le spese per i figli sono deducibili fiscalmente, vedere famiglie con tre-quattro bambini è abbastanza normale, qua in Italia se si arriva a due è tanto.

 

Un altro esempio sono i paesi nordici, dove si vede che laddove le donne lavorano di più fanno anche più figli

Infatti anche in Italia in questi ultimi tempi la natalità è più alta al Nord, dove le donne lavorano di più, e più bassa al Sud, dove ci sono meno donne occupate. Quindi non è vero che tenendo le donne a casa avremmo famiglie più numerose, è proprio il contrario. Se si desse la possibilità alle donne di creare reddito e le si sostenesse con politiche per gli asili nido e per accogliere i bambini quando i genitori lavorano, quello sarebbe efficace. Ma evidentemente non fa parte di questo disegno, perché questo è un disegno di restaurazione del patriarcato, è un ritorno a quello che loro chiamano la “famiglia tradizionale”.

 

Più che tradizionale, la chiamano “famiglia naturale”

Non c’è niente di meno naturale della famiglia, la famiglia è un costrutto sociale e culturale. Se andiamo a guardare dall’antichità ai giorni nostri, la famiglia si costruisce a partire da quello che si considera giusto e normale per le donne e per gli uomini. Un tempo si considerava anomalo per le donne lavorare e avere voce in capitolo nella conduzione della famiglia, e quella non era la famiglia naturale, ma la famiglia che rispondeva a quel tipo di cultura. Dal punto di vista sia temporale sia geografico la famiglia si costruisce secondo dati culturali.

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