Povertà e disuguaglianze

Reddito di cittadinanza: le forti criticità sulla povertà minorile

Il reddito di cittadinanza (RdC), il nuovo strumento di sostegno al reddito per i poveri che sostituirà il ReI presenta tre indubbi aspetti positivi: un maggiore livello di copertura e una maggiore generosità media e una specifica attenzione per chi vive in affitto. A fronte di questi aspetti positivi, ce ne sono altri altamente problematici.

Tra questi, uno mi sembra poco messo a fuoco nel dibattito: la scarsa attenzione che questa misura presta alla povertà minorile, che pure è, insieme a quella giovanile, il fenomeno più preoccupante all’interno della diffusione della povertà.

Come è noto, i bambini e i ragazzi costituiscono poco meno di un quarto di tutti i poveri assoluti a motivo del fatto che la povertà in Italia è particolarmente concentrata nelle famiglie con figli minori, specie, ma non esclusivamente, se sono numerose.

Altrettanto noto è che crescere in condizione di povertà ha effetti di breve e lungo periodo sulla salute e sulla possibilità di sviluppare appieno le proprie capacità. Una misura di contrasto alla povertà, perciò, dovrebbe valutare con attenzione i loro bisogni sia per quanto riguarda la parte monetaria del sostegno, sia per quanto riguarda le attività e i servizi di accompagnamento e integrazione sociale. La combinazione di orientamento prevalentemente lavoristico, della scala di equivalenza adottata nel RdC, e della forte limitazione all’accesso al beneficio delle famiglie straniere pur legalmente residenti, invece, sembra andare esattamente nella direzione opposta.

 

Partiamo dalla scala di equivalenza. Probabilmente per rimanere dentro al budget previsto senza toccare l’importo base di 780 euro per una persona sola promesso in campagna elettorale (diventati 500 più eventualmente 280 per chi vive in affitto nel decreto legge), a differenza di quanto avviene con il ReI, la scala di equivalenza adottata è molto svantaggiosa per le famiglie numerose. Come ha osservato Cecilia Guerra, la scala adottata dal Rdc attribuisce un peso doppio ad un adulto rispetto ad un minore (0,4 contro 0,2). La scala, inoltre, cessa di crescere (e quindi di riconoscere risorse aggiuntive) quando il parametro utilizzato arriva a 2,1 (ad esempio due adulti e due minorenni, o tre adulti e un minorenne). Inoltre, l’importo del RdC riservato a chi è in affitto è lo stesso qualsiasi sia la numerosità della famiglia, come se all’aumentare del numero dei componenti non ci fosse bisogno di più spazio.

In primo luogo non si capisce perché si adotti, per definire l’entità del beneficio, una scala di equivalenza diversa da quella utilizzata per calcolare l’ISEE che non distingue tra adulti e minori, ma attribuisce un coefficiente aggiuntivo dello 0,2 alle famiglie con minori. In altri termini non si capisce perché, per lo stesso beneficio, si utilizzino criteri diversi a seconda che si valuti la condizione economica della famiglia o invece l’entità del beneficio.

Questa considerazione vale anche per il ReI, ma tanto più per il RdC, dove lo scostamento tra le due scale di equivalenza, a sfavore delle famiglie numerose e con figli minori, è maggiore.

 

Questa sottovalutazione dei bisogni delle famiglie numerose (o sopravvalutazione delle economie di scala possibili) è tanto più inaccettabile alla luce dell’ulteriore squilibrio tra famiglie piccole e grandi, giovani e meno giovani e tra minori, generato dal fatto che la soglia di reddito per accedere alla cosiddetta pensione di cittadinanza, ovvero ad una integrazione fino a 780 euro, è più alta di quella  massima per il RdC: 7650 invece che i 6000 euro annuali.

Visto che si richiamano, a mio parere impropriamente, al modello tedesco di sostegno al reddito, i promotori del RdC dovrebbero sapere che questa sottovalutazione dei bisogni alimentari, di abbigliamento, di cultura, sport e tempo libero dei bambini e ragazzi è in contrasto con quanto avviene in Germania, dove la Corte Costituzionale diversi anni fa ha imposto di calcolare, nel beneficio, una quota specifica da destinare all’arricchimento delle esperienze e allo sviluppo delle capacità dei bambini e ragazzi, perché essere poveri non dovrebbe impedire loro di imparare la musica, o fare sport, o andare a teatro. Invece, oltre a considerare, nel RdC, i bisogni dei bambini largamente inferiori a quelli degli adulti, il governo ha anche ridotto drasticamente – della metà – il Fondo per la povertà educativa, laddove sarebbe stato opportuno avviare una sistemazione organica di una sperimentazione frammentata e un po’ casuale, a partire da un coinvolgimento più sistematico dei servizi per l’infanzia e delle scuole primaria e secondaria di primo grado.

Questa riduzione si accompagna alla già ricordata assenza di finanziamenti agli enti locali per i servizi di inclusione. Verrebbe da pensare che, dato che non sono “attivabili” sul mercato del lavoro i bambini e ragazzi in povertà non interessano a questo governo che cerca di far passare una politica di contrasto alla povertà come politica attiva del lavoro.

Per altro, anche rimanendo all’interno di questa prospettiva distorta, si tratta di una scelta miope, stante che investire nelle capacità, nello sviluppo dei bambini e ragazzi è indispensabile per evitare che diventino “inoccupabili” una volta adulti. Miope e anche paradossale da parte di un governo che proclama di voler sostenere la natalità, ma ignora i bisogni dei più vulnerabili tra i bambini che già ci sono (per non parlare del fatto che esclude a priori una parte rilevante di minori stranieri, ancorché spesso nati e cresciuti qui).

 

Ma vi è ancora almeno un altro aspetto problematico nel disegno del RdC, dal punto di vista dei bambini e ragazzi. Il decreto prevede che una madre con figli sotto i tre anni possa essere esentata dal requisito della disponibilità al lavoro (più opportuno sarebbe lasciare la scelta ai genitori, se ci sono entrambi, in base alle loro esigenze, preferenze, gradi di occupabilità). Ma non prevede né che a questa madre siano offerti servizi di consulenza e opportunità formative in modo che, una volta che il bambino abbia raggiunto i 4 anni, lei sia eventualmente pronta ad entrare nel mercato del lavoro, né che a lei e al suo bambino possano essere offerti servizi di cura, socializzazione, sostegno alla genitorialità. Inoltre, da tutti i genitori di bambini dai quattro anni in su ci si aspetta che siano disponibili a lavorare anche a 250 chilometri di distanza senza che ci si preoccupi di chi si occuperà e materialmente educherà questi bambini nelle lunghe giornate di assenza dei genitori.

 

È sperabile che nel dibattito parlamentare queste ed altre criticità vengano corrette. Che il governo si disponga ad ascoltare chi ha a cuore che non si sprechi l’occasione, che l’Italia riesca davvero a dotarsi di uno strumento di sostegno al reddito dei poveri efficace, rispettoso, abilitante, anche per i più piccoli.

E’ anche auspicabile che l’opposizione, in particolare il PD, abbandoni la crociata contro il RdC fatta anche di molti travisamenti e fake news, che hanno avuto solo l’effetto di far accentuare le dimensioni più restrittive e inutilmente punitive della misura, oltre che il linguaggio più irrispettoso nei confronti dei poveri stessi anche da parte del governo (si pensi alla disinvoltura con cui si è parlato di “norme anti divano”).

E’ auspicabile invece che il PD lavori in Parlamento per modificare il RdC in senso più equo e più aderente all’esperienza e alle, diversificate, caratteristiche di chi si trova in povertà, inclusi i minori, facendo anche tesoro di quanto si è imparato con l’esperienza del ReI, delle sue positività, ma anche delle sue criticità.

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