Altre politiche

Benessere: una sfida ed un dovere

Nell’ambito della collaborazione fra Welforum e la Summer School di Milano sul benessere e la sostenibilità delle città, promossa da ASviS e da Milano2046, pubblichiamo tre contributi che mettono a fuoco alcune delle sfide che la nostra società si trova ad affrontare e le opportunità di una pianificazione di lungo periodo, che vede le città come protagoniste attive. Siamo partiti con l’articolo di Lamberto Bertolè, Presidente del Consiglio del Comune di Milano, che descrive gli obiettivi di Milano2046 e della Summer school tenutasi a settembre. L’intervento di Alessandro Rosina, pubblicato successivamente, illustra le sfide sociali che i cambiamenti demografici pongono alla programmazione delle politiche pubbliche. Concludiamo ora questo primo giro di pubblicazioni con un contributo di Sergio Sorgi, che propone 7 passi per il perseguimento del benessere sociale.

 

Il benessere riguarda le singole persone e le collettività, e dovrebbe essere il principale obiettivo delle politiche pubbliche, dei modelli di welfare aziendale e delle attività del terzo settore. Nessuna politica può far stare bene le persone, ma può creare le condizioni perché questo possa avvenire. La domanda di fondo è: come realizzare le condizioni ottimali perché le persone possano aspirare al benessere?

 

La ricerca sul benessere ha affrontato diverse tappe. Tra questa, le più note riguardano l’idea iniziale del PIL pro-capite come chiave di lettura, il superamento di tale idea da parte di Kennedy nel 1968, il BES di CNEL ed Istat, i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) delle Nazioni Unite. A queste, note, letture, si sono affiancate diverse esperienze (ad esempio OECD Better Life) che hanno cercato, di definire il benessere per i cittadini. Ogni approccio evidenzia un pensiero filosofico e politico, una posizione sul rapporto tra società e scelte individuali e così via. Così, ad esempio, è poco probabile che paesi ad elevata industrializzazione muovano in direzione della Felicità Interna Lorda del Bhutan, che privilegia il rapporto tra uomo e natura alla ricchezza ed allo sviluppo.

 

Quello che unifica i modelli fin qui accennati, e che va sottolineato, è il mutamento del punto di vista, che pone il processo al servizio dell’utente e del risultato finale. Questa nuova prospettiva, introdotta per la prima volta dal lavoro sul benessere della commissione Stiglitz, Sen e Fitoussi del 2008, ha implicazioni profonde sul senso e la direzione delle politiche pubbliche, perché impone una definizione, anche quantitativa, di obiettivi di benessere e la misurazione del continuo dei progressi (o regressi) in tema di diminuzione dei divari tra ciò che si desidera e qual che si sta facendo. Ne derivano alcune opportunità e diverse questioni, che di seguito proviamo a tratteggiare:

  • Quali indicatori adoperare e chi li definisce?
  • È meglio procedere per temi singoli o integrarli?
  • Come definire la struttura organizzativa più efficace?
  • Qual è il rapporto tra l’orizzonte temporale delle azioni ed il benessere?
  • È meglio adottare modelli di previsione o pianificazione?
  • Come può operare la collettività per indirizzare le scelte del cittadino?
  • Come considerare le diseguaglianze e i loro esiti?

 

Quali indicatori adoperare e chi li definisce?

La scelta dei soggetti che selezionano gli indicatori è politica, e influisce sulla qualità e quantità di utenza della quale si mappano bisogni e desideri. Così, ad esempio, i capitoli e i performativi del benessere possono essere scelti da esperti, da portatori di interesse, da rappresentanti della comunità, dal potere politico, dagli accademici o dai corpi intermedi, o banalmente per esercizio di “democrazia diretta”. Sarebbe, in ogni caso, utile che ogni scelta comunicasse i criteri scelti per i decisori, il grado di inclusione delle categorie rappresentate ed i motivi per i quali tale scelta è stata fatta. Il rischio che si corre, diversamente, è quello di indicatori di parte, che esprimono la propria visione di un mondo “ideale” o, talora, una visione datata. Inoltre, i set di indicatori dovrebbero essere aperti di continuo al cambiamento di società. Ad esempio, oggi il BES appare più concentrato sul tema di genere che su quello delle nuove popolazioni, ed è solo un esempio. Da qui la necessità di un processo di confronto continuo, altrimenti si corre il rischio che i gruppi “non rappresentati” creino un proprio set di indicatori e che il proliferare di grammatiche renda poco praticabile adottare un linguaggio comune.

 

È meglio procedere per temi singoli o integrati?

La vita delle persone non dovrebbe esser scissa in singole componenti, e la stessa cosa riguarda i programmi e le agende politiche. Ad esempio, sostenere che il lavoro di per sé è l’obiettivo di una politica non semplifica il problema ma lo riduce, sottovalutandone la complessità. Nessuno infatti (speriamo) desidera un lavoro per tutti ma senza adeguata remunerazione, o che preveda condizioni di lavoro insane, o che consideri il lavoratore merce e questa considerazione vale per ogni capitolo del benessere e pone al centro della questione le relazioni tra le diverse componenti dello “stare bene”. Solo così si rispetta quella centralità della persona, che diversamente rimane un elemento di comunicazione puramente decorativo. Inoltre, ogni programma basato sul cittadino dovrebbe comprendere tutte le dimensioni dello stare bene, e non considerare solo quelle più vicine al proprio pensiero, alle proprie competenze o alle mode del momento.

 

Come definire la struttura organizzativa più efficace?

Se il benessere è il fine delle politiche viene da chiedersi quali sono le conseguenze organizzative, ossia come la macchina pubblica possa adattare le proprie modalità di lavoro per conformarsi alla “produzione” di condizioni per far sta bene. Così, a puro titolo di esempio, se si adottasse la classificazione BES non sarebbe più utile suddividere le competenze per obiettivi e non per mezzi? È coerente con il disegno generale e professionale del benessere collettivo un assessorato allo sviluppo economico, turismo e lavoro? O uno al verde urbano ed allo sport? Ovviamente, il tema non è solo quello delle deleghe ma delle competenze, dell’attribuzione dei compiti, della declinazione degli obiettivi qualitativi in obiettivi quantitativi e dei monitoraggi, oltre che della rendicontazione puntuale dei “progressi”. C’è spazio per un dibattito sul rapporto tra struttura organizzativa e fini della politica?

 

Qual è il rapporto tra l’orizzonte temporale delle azioni ed il benessere?

Il nostro tempo pare restringersi istante dopo istante: abbiamo perso interesse per il passato prossimo, il futuro ci appare sempre più invisibile ed il presente sempre più denso governa il nostro agire. Tra i fattori di successo per stare bene c’è il tema dell’immaginazione e dei progetti di vita: sta bene chi immagina, desidera, progetta. Per questo, abbiamo lavorato per la realizzazione di luoghi di ricerca quali milano2046 sul futuro remotomilano2046, realizzato dal Comune di Milano, oltre alla Summer School sul Benessere e la Sostenibilità realizzata in collaborazione con ASviS ha attivato 12 ricerche “Policy Delphi” sul futuro delle città e attualmente sta lavorando sulla messa in rete delle esperienze internazionali sul tema del futuro remoto., orientati a connettere benessere e sostenibilità delle città.  Il tema del tempo, peraltro, si interseca con quello del consenso politico, ossia del conciliare la necessità di vincere le frequenti contese elettorali con quella di creare un paese migliore nel futuro. Quando si è chiamati a scegliere tra un investimento di denaro in sanità, che darà risultati nel giro di qualche anno, o una spesa per togliere immediatamente una tassa “indigesta” ai cittadini più numerosi, come possiamo facilitare la prima scelta? C’è inoltre il rapporto tra età degli elettori, molto influente in termini di ottenimento del consenso. Oggi, ad esempio, Neodemos ci racconta di 11 milioni di italiani con meno di 19 anni e quasi 18 milioni di persone con più di 60 anni. Dare voce a tutti senza rischiare una sorta di dittatura democratica degli anziani è un altro tema che andrebbe affrontato, probabilmente introducendo con una relazione sulla sostenibilità che debba accompagnare ogni provvedimento.

 

È meglio adottare modelli di previsione o pianificazione?

Il benessere futuro richiede la definizione di obiettivi, spesso a lungo termine, ma come attivare una politica di adeguato respiro temporale in un contesto tanto mutevole? Come disegnare, ad esempio, modelli di mobilità futura sapendo che il car sharing potrebbe essere soppiantato da self-driving cars o che potremmo muoverci, a breve, con droni o macchine volanti o, ancora, che in futuro smart working e acquisti online potrebbero minimizzare le necessità di spostamento? La complessità è altro dalla complicazione, e richiede approcci logici ma non banali ai temi del cambiamento. Quale sarà, ad esempio, l’impatto reale dell’automazione sui lavori del futuro? Quando il futuro è tanto distante dalle traiettorie ipotizzabili, o si sta fermi ad aspettare il declino (vedi Detroit) oppure si disegnano obiettivi desiderabili, si traccia una rotta e poi si fa continuo monitoraggio (il ricalcolo dei nostri navigatori portatili). L’alternativa è quella di non muoversi, il che in un mondo tanto veloce porta ad aumentare ad ogni istante la distanza tra se stessi e la realtà. Da qui la necessità di sviluppare e mettere in rete laboratori e studi sul futuro, sulla scia di quanto si sta facendo, ad esempio, a Dubai, a Singapore, in Inghilterra.

 

Come può operare la collettività per indirizzare le scelte del cittadino?

Aiutare le persone a stare bene comporta il rischio che si attivino sistemi di incentivi e sanzioni poco democratici. Ne è un esempio il social scoring, sperimentato in Cina, che attribuisce ai propri cittadini punteggi più o meno alti in funzione del tipo di consumi, lo stile di vita, le letture, le opinioni politiche. Per la cultura occidentale il baratto tra libertà individuale e “pubblica utilità” risulta poco accettabile; ci sono tuttavia altre forme con le quali si possono coinvolgere o meno i cittadini nelle decisioni; pensiamo, in particolare, ai lavori di Arnstein, Hart e Wilcox, e le recenti analisi di Ripamonti, che evidenziano le diverse forme di partecipazione e le ordinano dal livello più basso a quello più elevato. Semplificando, ai gradini più bassi della “scala di partecipazione” troviamo manipolazione, decorazione e tokenismo, forma di (non) partecipazione che include nei meccanismi decisionali i rappresentanti delle minoranze “deboli” al solo fine di mostrare che sono stati considerati, ma basata su inclusione solo formale. Ad un livello superiore si situa l’informazione, che è sempre necessaria ma spesso non sufficiente, per la mancanza di interazione e personalizzazione. Salendo ancora, c’è l’offerta di scelte “limitate”, data ad esempio dal paternalismo libertario, che influisce sull’ampiezza decisionale del cittadino. I due livelli superiori sono partecipativi riguardano il decidere e l’agire assieme. Naturalmente, per decidere ed agire assieme bisogna fornire al cittadino i mezzi conoscitivi e culturali necessari ad esercitare scelte consapevoli e questo richiede una forte componente educativa. C’è, infine, il livello più elevato di partecipazione e di rispetto per il cittadino, che consiste nell’aiutarlo a perseguire i propri progetti di vita, anche se non corrispondono alle idee che la collettività ha in materia, purché, naturalmente, tali progetti non abbiano conseguenze negative sul contesto sociale.

 

Come considerare le diseguaglianze e i loro esiti?

Non c’è benessere accettabile se è “per pochi”. Le diseguaglianze non sono solo economiche ma di genere, spaziali, sociali, di accesso e minacciano la possibilità di poter svolgere e sviluppare una buona vita. Le riflessioni di Nussbaum e, da noi, Saraceno, sono in tal senso paradigmatiche. La prima diseguaglianza è alla nascita, e limita la possibilità di sviluppare i propri meriti e talenti partendo da condizioni paritarie. Una bella immagine di Chiara Saraceno ci rammenta che bisognerebbe dire alla cicogna dove posarsi…Vi sono poi diseguaglianze sulle quali non si potrebbe agire ma non lo si fa e diseguaglianze che non si riescono a eliminare (ad esempio nella salute) ma solo compensare. Quello che ci piace, qui, sottolineare è che se il benessere è facilitato dall’equilibrio tra la situazione desiderata e quella attuale, alzare l’asticella delle condizioni esistenziali, materiali e culturali di tutti è condizione essenziale per una società più equilibrata, e quindi più stabile, pacificata, prospera. Questo richiede modelli di inclusione e partecipazione che mettano al centro la persona, indipendentemente dalla categoria di provenienza.

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