Terzo settore

Censimento permanente del non profit: tante conferme, qualche sorpresa

Come è noto, dall’anno scorso l’Istat ha dato vita ad un programma di aggiornamento dei dati sulle istituzioni non profit, che offre a ricercatori e operatori una fonte ulteriore – di origine campionaria – che si aggiunge alle rilevazioni censuarie decennali e che in prospettiva potrà costruire una serie storica annuale (o, stando alle dichiarazioni di Istat, “almeno biennale”) sui principali dati che riguardano le organizzazioni di Terzo settore.

 

Dopo una prima pubblicazione, a fine 2017, dei dati relativi all’anno 2015, nell’ottobre 2018 l’Istat ha rilasciato un nuovo paper – corredato da tavole statistiche – in cui presenta l’aggiornamento delle stime sulla consistenza del settore al 2016, offrendo alcuni approfondimenti soprattutto sul fronte dell’occupazione nelle organizzazioni non profit.

 

Sono presenti, secondo Istat, 343.432 enti non profit per un totale di 812.706 occupati. Un primo elemento che è utile sottolineare è che il ciclo di crescita documentato nella sequenza delle rilevazioni Istat continua anche nel 2016, con ritmi simili al quadriennio precedente: le organizzazioni aumentano di 7157 unità rispetto all’anno precedente, in misura quindi non dissimile a quanto avvenuto nel quadriennio 2011 – 2015 (mediamente 8771 unità all’anno); di grande rilievo anche la crescita del numero di dipendenti, oltre 812 mila con una crescita di 24.580 unità nell’ultimo anno, anche in questo caso simile a quella del quadriennio precedente (+26829 dipendenti all’anno in media).

 

Tavola 1 – Istituzioni non profit e dipendenti

 

È significativo che la maggiore crescita occupazionale nell’ultimo anno si verifichi nel Mezzogiorno (+5.8%, anche se da una base di partenza di 71.1 dipendenti ogni 10 mila abitanti, quota dimezzata rispetto alla media nazionale). Al contrario il nord ovest, che presenta livelli di partenza molto più alti (171 lavoratori del non profit ogni 10 mila abitanti) cresce solo del 1.3%. In sostanza:

  • l’aumento persiste, in continuità con quanto avvenuto in tutte le rilevazioni dal 2001 in avanti, sia in termini di numero di unità, sia (ancor più) in termini di occupati;
  • tale crescita è diffusa a tutto il territorio nazionale (una sola Regione, la Valle d’Aosta, presenta una diminuzione del numero di occupati) e si nota un certo effetto di bilanciamento per cui i territori con una minore presenza preesistente di enti e lavoratori del non profit sono quelli che crescono in modo più pronunciato;
  • con una importante eccezione – la Lombardia, Regione con la più significativa presenza di organizzazioni non profit di tutto il Paese – in tutte le aree del Paese i lavoratori crescono di più del numero di organizzazioni, evidenziando come la crescita occupazionale si attui da una parte per la nascita di nuove unità, dall’altra per l’aumento dimensionale di quelle esistenti.

 

Questi dati costituiscono un elemento non scontato in un contesto in cui frequentemente si leggono considerazioni sulla crisi del Terzo settore; certamente il dato quantitativo da solo non è decisivo – la crisi può riguardare la motivazione, il senso dell’azione svolta, l’autonomia, il riconoscimento pubblico del proprio ruolo, ecc. – ma in ogni caso evidenziano come, quantomeno da un punto di vista dimensionale, la crescita permanga costante e attraversi tanto le fasi in cui l’economia nel suo complesso è in crisi, quanto quelle di relativa ripresa.

 

Emergono modelli diversi di crescita tra i diversi tipi di organizzazioni non profit.

La forma giuridica che cresce maggiormente è quella delle fondazioni, tanto in termini di unità (+16.4) che in termini di dipendenti (+10.3%), valori significativamente superiori a quelli medi che sono rispettivamente del 2.1% e del 3.1%. Questo dato evidenzia sicuramente un aspetto degno di nota, se si considera che nel quadriennio precedente le fondazioni erano cresciute solo del 2.1%.

Rispetto alle cooperative sociali, che rimangono di gran lunga i soggetti con il maggior numero di occupati, si assiste invece ad un fenomeno di concentrazione: l’aumento di dipendenti – comunque pari al 3% – si verifica contemporaneamente ad una riduzione del numero di unità presenti (-3.3%).

Le associazioni rimangono invece gli enti numericamente più numerosi (oltre l’85% degli enti non profit italiani è costituito da associazioni), con una tendenza all’aumento occupazionale che, contrariamente a quanto avviene per le cooperative sociali, è inferiore alla crescita del numero di unità.

 

Figura 2 – Istituzioni non profit e dipendenti per forma giuridica

 

Istat presenta inoltre alcune statistiche che mettono a confronto l’occupazione negli enti non profit con quella nelle altre imprese, utilizzate come termine di paragone per confrontare il non profit con il resto del sistema economico.

Un primo elemento di evidente differenza è dato dalla quota di donne che nelle organizzazioni non profit è del 71.9% contro il 40.4% delle imprese di servizi; questo dato va letto primariamente in relazione alla presenza significativa del Terzo settore nel lavoro di cura e in altri ambiti ove tipicamente l’occupazione femminile è più frequente.

Un secondo aspetto da evidenziare è la presenza di quasi un terzo dei dipendenti con laurea almeno triennale, quota doppia rispetto alle altre imprese, dato che smentisce talune immagini del terzo settore come luogo di impiego a bassa qualifica.

 

Rispetto ad indicatori di qualità del lavoro, mentre non vi sono differenze sensibili rispetto alla quota di assunzioni a tempo indeterminato rispetto alle altre imprese, si evidenzia nel non profit una quota molto più alta di part time, il 51.8% contro il 28.1% delle altre imprese. Questo dato, emerso anche in altre indagini, è sicuramente collegato alla struttura di molte professioni nei settori in cui opera il non profit, che prevede moduli di lavoro inferiori – talvolta di poco – alle ore contrattuali corrispondenti al tempo pieno (38 nel contratto delle cooperative sociali che come si è visto assorbono la parte preponderante dell’occupazione).

Ancora, i dati smentiscono un altro luogo comune diffuso, che vede il non profit come occupazione giovanile: anzi i lavoratori con 50 e più sono più numerosi nel non profit che nelle altre imprese, mentre i giovani fino a 29 anni sono meno numerosi.

 

Figura 3 – Principali caratteristiche dei dipendenti delle istituzioni non profit e delle imprese dell’industria e dei servizi
Anno 2016, valori percentuali

 

 

Infine, la statistica proposta da Istat sulla tipologia di sgravi contributivi fruiti dalle organizzazioni non profit e dal resto del sistema imprenditoriale italiano, evidenzia che, mentre in quest’ultimo i due terzi delle assunzioni con agevolazioni riguardano i giovani, tali assunzioni incidono per il non profit solo per il 9%; al contrario, gli incentivi fruiti dalle organizzazioni non profit riguardano per il 70.8% dei casi appartenenti a fasce deboli (detenuti, pazienti psichiatrici, disabili, occupati over 50, donne svantaggiate e altre fasce deboli), che invece nel resto del sistema produttivo riguardano solo il 9.3% dei casi.

 

Figura 4 – Tipologia di beneficiari di sgravi contributivi

 

 

 

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