Povertà e disuguaglianze

Concittadinanza e PUC: pensieri a pelo d’acqua

Quando, leggendo le prime bozze dell’attuale legge sul reddito di cittadinanza, mi capitò di imbattermi nei PUC non nascondo di aver storto il naso, come si fa di fronte ad un sapore che non ci piace, ad un gusto che davvero non si sopporta. Non erano poche le cose che facevano storcere il naso nelle prime bozze di quella legge: molta saggezza è stata aggiunta nel percorso legislativo e molta, come da più parti si dice, se ne dovrebbe aggiungere.

 

Ma proprio i PUC avevano, al mio palato di degustatore di frittata e cipolle, un qualcosa che sapeva di colpa da espiare, di gratitudine nei confronti di un quasi privilegio che la società o, per meglio dire la collettività, ti aveva concesso.

Già la collettività: questo termine compare nella nostra costituzione in un punto di particolare rilevanza, l’art.32 che parla della salute come diritto individuale e legittimo interesse della collettività.

 

Allora, ragiono, il fatto che ti si richieda a fronte di un beneficio (LEP) un percorso (LEP anche quello) con i Servizi, deve essere guardato, pur nella imperfetta e solo metaforica espressione reddito di cittadinanza, con un’altra logica che tuttavia è tutta da conquistare nell’attuazione pratica. Molto si potrebbe dire a cominciare dall’area di significato che viene contesa, ad esempio, dai termini collettività e comunità, ma allo scopo di aprire qualche prospettiva non solo di tecnica amministrativa rispetto ai progetti utili alla collettività, per l’appunto, indicherei alcune personali note di pensiero.

  1. Utili alle collettività. Il progetto che sto pensando per i beneficiari del Rdc obbligati non è genericamente rispondente ad un bisogno dell’amministrazione comunale o di un suo specifico settore di competenza, ma implica la considerazione che la collettività, ovvero i cittadini e le cittadine di quel Comune, ne ricevano un utile, un beneficio in termini di maggiore fruizione o di maggiore socialità o di maggiore bellezza dei luoghi o di maggiore prossimità. Se così è allora ciò che fa dei PUC un’utile strumento non è la semplice restituzione rispetto ad un beneficio ricevuto, cosa comunque non trascurabile, ma l’occasione di dispiegare pienamente il proprio essere con-cittadini, (percezione sfuggente ma, in fondo, mission istitutiva del nostro welfare sussidiario), offerta alle diverse parti in gioco.
  2. Il PUC non è lavoro. Se la cittadinanza è complessa e foriera, a ben pensarci, anche di principi escludenti, con il lavoro sembra ancora più difficile cavarsela; specialmente se ho sottoscritto il Patto per il Lavoro e sono candidato ad un percorso occupazionale, ma anche se ho sottoscritto il Patto per l’Inclusione, sono in età lavorativa e con i necessari e opportuni percorsi di accompagnamento, aspiro a trovare o a ritrovare una occupazione, un percorso, un lavoro. Come posso comprendere il fatto che, visto che di lavoro non ce n’è, ovvero non c’è lavoro retribuito, comunque ho l’obbligo di fare volontariato? Certo, dirà qualcuno, la cosa messa così sembra detta proprio per creare conflitto, ma certo così la si potrebbe percepire. Difficile tornante, accettabile forse in virtù del senso collettivo che il tuo specifico apporto al PUC assume e che deve, cosa non facile, essere opportunamente comprensibile per me che lo faccio e per la collettività che si aspetta un utile dal mio fare.
  3. Io abito qui. Io faccio il PUC nel mio Comune. Significa che incontrerò, specialmente nei piccoli e medi comuni, i miei concittadini: quella collettività di cui sono candidato a perseguire l’utile si chiama Mario, Maria, Mohammed, Ingrid; tutta gente che mi conosce e che mi riconosce. Sarò in grado di dire loro che io non sto scontando alcuna condanna, ma che ho l’obbligo, è magari l’ho anche scelto, di adempiere alle azioni del PUC derivante da un mio impegno connesso ad un beneficio? Non avremo bisogno nei PUC di contesti non solo collettivi, ma propriamente comunitari? Intendo dire, contesti in cui ci si riconosca e ci si possa incontrare nel fare pur da posizioni esistenziali, valoriali, materiali diverse? Anzi, verrebbe da dire, non potrebbe essere questo il frutto più maturo del PUC? Non potrebbe proprio l’interazione essere il miglior empowerment possibile, pur con tutti i rischi che ciò comporta?
  4. Comune/ambito: i PUC li fanno i Comuni. E dove va a finire tutta la programmazione di ambito, la governance, gli uffici di piano? E le risorse che arrivano alla zona (comune capofila unione dei comuni, consorzi pubblici)? Come pensare il locale in un quadro di scelte comuni, anzi in un quadro (ad esempio ambito/distrettazione Centro Impiego) non sempre amministrativamente coincidente per territorio? Non potrebbero essere proprio i PUC l’ulteriore occasione per azioni locali che compongano un’offerta territoriale, un quadro di coerenze che crescono sul confronto e sulla promozione di buone pratiche dialoganti? E visto che i PUC costituiscono anche un incrocio (a proposito di cose da rivedere!) fra Centri per l’Impiego e i Servizi Sociali non sarebbe l’occasione per appendere ai PUC stabili e onorevoli accordi e modalità di lavoro condivise? E se appendessimo ai PUC dei “luoghi “territoriali in cui gli operatori dei centri per l’impiego e i servizi sociali sedessero insieme, “fisicamente” insieme su piattaforma di legno o su sedia ergonomica poco importa?
  5. Nel PUC ci sono gli enti del terzo settore. Ma gli Enti del Terzo Settore che cosa hanno a che fare con la collettività e, non sia mai, con la comunità? Non è che dovremmo utilizzare il loro tocco più magico che è quello della mobilitazione delle risorse umane negli spazi locali? Non è che senza con-cittadinanza il reddito e quindi anche il PUC diventano un esercizio di virtuosismo professional/organizzativo e di convenzionamento con Enti, (finalmente enti e non soggetti, organizzazioni etc.) che costituiscono un ulteriore piccolo recinto per adempimenti obbligatori?

 

Propongo un reddito di con-cittadinanza perché l’utilità collettiva richiede che laddove passo materialmente il mio tempo, abito, consumo, mi arrabbio io abbia la possibilità di essere altro, di sentirmi altro oltre i miei fallimenti, dentro la mia con-cittadinanza.

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