Famiglia, infanzia e adolescenza

Condizioni di lavoro nei servizi 0-2, lontano dall’investimento sociale?

I servizi socio-educativi per la prima infanzia in Italia: un sistema duale

Come in altri paesi europei, i servizi socio-educativi per i bambini in età pre-scolare (che d’ora in poi chiameremo anche servizi ECECECEC è l’acronimo di ‘Early child education and care’., secondo la sigla internazionale ormai in uso) si sono sviluppati in Italia in due segmenti separati, le scuole dell’infanzia (in precedenza denominate scuole materne) per i bambini tra i 3 e i 5 anni, e i nidi d’infanzia e simili per i bambini tra 0 e 2 anni. Due segmenti sviluppati secondo tempistiche e modalità diverse, e raggiungendo obiettivi molto distanti. Le scuole dell’infanzia, radicate in una solida tradizione di preparazione alla scuola dell’obbligo, accoglievano già la metà dei bambini in età quando nel 1968 lo Stato sancì una forte assunzione di responsabilità, affiancando le proprie strutture all’offerta comunale e privata già esistente. Nell’arco di vent’anni, in un’epoca di espansione della spesa sociale, si raggiunse così l’universalizzazione della copertura, ovvero un tasso di copertura vicino al 100% dei bambini in età 3-5 anni (a fronte, va detto, di una popolazione infantile in forte diminuzione). I nidi d’infanzia, di competenza comunale, avevano invece una copertura ancora marginale all’inizio degli anni Duemila, a fronte di una domanda insoddisfatta in aumento e di una crescente pressione europea per un’espansione di questi servizi. Da allora, la – pur limitata – crescita dei servizi socio-educativi per bambini tra 0 e 2 anni è avvenuta in parallelo ad un significativo aumento di fornitori privati, sia nel mercato privato, sia nella gestione di strutture pubbliche esternalizzate. Nel 2014/15 i servizi a titolarità pubblica sono il 36% del totale e, essendo mediamente più grandi di quelli privati, offrono poco più della metà dei posti complessivi (ISTAT 2017). I fornitori privati possono ricorrere a forme contrattuali più flessibili e meno remunerative (Mari 2012). Ci si può quindi attendere che questo processo si rifletta sulle condizioni di lavoro nei servizi 0-2, differenziandole da quelle presenti nei servizi 3-5, dove le strutture pubbliche, statali e comunali a gestione diretta, costituiscono sinora la grande maggioranza dell’offerta (Neri 2016).

 

I profili delle professioni con responsabilità educative nei servizi alla prima infanzia

Utilizzando i dati della rilevazione sulle Forze di Lavoro dell’ISTAT, analizziamo comparativamente i profili dei lavoratori dei servizi 0-2 e dei servizi 3-5. Li confrontiamo, poi, con quelli degli insegnanti di scuola primaria che prendiamo a riferimento per il fatto che sono occupati in un settore consolidato e godono di una forte stabilità occupazionale e di un chiaro riconoscimento pubblico.

Procediamo in due passaggi successivi. In primo luogo, guardiamo alle diverse professioni presenti in ogni segmento dei servizi ECEC. Successivamente, analizziamo le condizioni di lavoro solo dei lavoratori con responsabilità educative, escludendo dunque, per maggiore comparabilità, i lavoratori con ruoli ausiliari e mansioni maggiormente orientate all’accudimento. I lavoratori con responsabilità educative sono stati identificati incrociando due criteri: il settore economico (in base alla classificazione NACE) e la professione (definita in base alla classificazione ISCO08). Al fine di garantire la significatività statistica, sono stati considerati congiuntamente i dati raccolti con le quattro rilevazioni trimestrali dell’indagine nazionale sulle Forze di Lavoro svolte nel 2015, scartando tutte le ripetizioni. Purtroppo i dati disponibili non consentono di differenziare tra lavoratori del settore pubblico e del settore privato.

Nella classificazione ISCOO8 la grande maggioranza dei lavoratori dei servizi ECEC è codificata come ‘Insegnanti di scuola primaria, pre–primaria e professioni assimilate’. La forza lavoro di tali servizi è, però, composta da una pluralità di profili professionali, tra cui rientrano anche, ad esempio, le ‘professioni tecniche nei servizi alla persona’ e le ‘professioni qualificate nei servizi educativi’.

Come mostra la tabella, mentre i lavoratori codificati come ‘insegnanti qualificati’ rappresentano almeno il 90% della forza lavoro con responsabilità educative nelle scuole dell’infanzia e nelle scuole primarie, nel segmento 0-2 un’ampia quota di essa (28%) ha una qualifica differente. Ciò riflette la pluralità di ruoli e mansioni presente nei servizi per i più piccoli, nei quali le funzioni educative e di accudimento si sovrappongono maggiormente, data la giovanissima età dei bambini accolti.

Nei servizi ECEC ben il 99% degli insegnanti sono donne, a conferma della caratterizzazione esclusivamente femminile di questa professione. Nella scuola primaria la quota di insegnanti donne è comunque pari al 95%.

Gli educatori dei servizi 0-2 hanno in media titoli di studio più bassi rispetto agli insegnanti della scuola dell’infanzia e primaria, con la sola eccezione dei lavoratori più anziani (cfr. tabella). Ciò si deve in parte alla presenza di uno stock di insegnanti quando era ancora possibile accedere a contratti a tempo indeterminato pur non essendo in possesso di un titolo universitario (il diploma magistrale o di liceo socio-psico-pedagogico era sufficiente, purché conseguito entro il 2001/2).

Caratteristiche principali dei lavoratori con responsabilità educative dei servizi 0-2, 3-5 e della scuola primaria, anno 2015

Nidi e simili

(0-2)

Scuola dell’infanzia

(3-5)

Scuola primaria
PROFILI PROFESSIONALI
Educatori/insegnanti (%) 69,5 91,9 99,2
Altre professioni (%) 30,5 8,1 0,8
TITOLO DI STUDIO UNIVERSITARIO (SOLO EDUCATORI/INSEGNANTI)
Educatori/insegnanti 20-34 anni (%) 45,9 62,9 71,5
Educatori/insegnanti 35-54 anni (%) 30,3 22,1 39,9
CONDIZIONI CONTRATTUALI (SOLO EDUCATORI/INSEGNANTI)
Contratti non-standard (%) 29,3 14,8 13,3
Contratti part time (%) 30,3 12,1 8,4
N. medio di anni presso l’attuale datore di lavoro 12,3 16,0 19,1
LIVELLI SALARIALI (SOLO EDUCATORI/INSEGNANTI)
Retribuzioni sotto i €1,000/mese (%) 31,4 9,0 5,7
Retribuzione mensile media (€) 1.129 1.312 1.407
N. medio di ore lavorate/mese 31 27 25
Retribuzione oraria media (€) 9,1 12,1 14,7

(fonte: elaborazioni su Forze di Lavoro, ISTAT).

 

Le condizioni di lavoro: contratti non standard, part-time, continuità contrattuale, livelli salariali

Rispetto alle condizioni di lavoro indaghiamo quattro aspetti: la quota di educatori assunti con contratti non standard, la quota di part-time, la continuità presso lo stesso datore di lavoro e i livelli salariali. Non ci occupiamo invece in questa sede di indicatori relativi all’organizzazione del lavoro con i bambini, come per esempio la numerosità dei gruppi, il rapporto numerico tra educatori e bambini, la presenza e i contenuti dei progetti educativi e dei coordinamenti educativi. Per quanto di grande interesse, queste informazioni esulano dal lavoro che qui presentiamo.

Guardando innanzitutto al tipo di contratto di lavoro, consideriamo ‘non standard’ i contratti a tempo determinato e occasionali e tutte le forme di lavoro atipiche, indipendentemente dal tempo di lavoro, che tratteremo subito dopo. La presenza di contratti atipici è piuttosto alta in tutti e tre i segmenti, per l’ampio utilizzo dei contratti di supplenza in ingresso, che hanno conosciuto negli anni una forte espansione ed anche estensione nel tempo. Tuttavia, tra gli educatori dei servizi 0-2 la percentuale di contratti non standard è doppia rispetto agli altri due segmenti, a segnalare una condizione di precarietà significativamente più diffusa (cfr. tabella).

L’elevata presenza di occupazione atipica tende a riflettersi sulla continuità occupazionale nel settore. In termini di permanenza presso lo stesso datore di lavoro, gli educatori dei servizi 0-2 hanno lavorato in media per 12 anni presso il proprio datore di lavoro, contro i 16 degli insegnanti di scuola dell’infanzia e i 19 di quelli dalla scuola primaria.

Se disaggreghiamo i dati per età emerge che – come ci si poteva attendere – i contratti non-standard sono più presenti tra i più giovani. La percentuale è particolarmente elevata tra gli insegnanti della scuola primaria, per l’ampio uso di contratti a termine utilizzati nella fase di ingresso, e dunque per i giovani. Tuttavia, tra i lavoratori meno giovani la quota di contratti non standard è nettamente più elevata nel segmento 0-2, dove ben un quarto dei lavoratori tra i 35 e i 54 anni ha (ancora) un contratto non permanente.

Oltre che più spesso occupati con contratti non standard, gli educatori dei servizi 0-2 lavorano anche più spesso a tempo parziale (30%, contro il 12% nel 3-5 e l’8% nella scuola primaria). E’ un elemento significativo, soprattutto alla luce del fatto che in Italia il part-time è spesso involontario, ovvero subìto dai lavoratori per mancanza di alternative, più che scelto per ragioni – ad esempio – di conciliazione famiglia-lavoro.

Al fine di indagare le differenze retributive tra i due segmenti ECEC consideriamo il salario mensile e orario dei soli educatori ed insegnanti che lavorano a tempo pieno. Come mostra la tabella, il 31% degli educatori dei servizi 0-2 ha uno stipendio mensile inferiore ai 1.000 euro; tra gli insegnanti di scuola dell’infanzia solo il 9% ha un reddito sotto questa soglia, e solo il 6% degli insegnanti di scuola primaria. In media, nel segmento 0-2 i salari sono il 15% più bassi rispetto a quelli del segmento 3-5, a loro volta inferiori del 7% circa rispetto a quelli della scuola primaria. Anche considerando la paga oraria (nel segmento 0-2 si lavora in media per più ore), il gap tra segmento 0-2 e 3-5 è pari al 25%, una distanza che scende al 18% tra segmento 3-5 e scuola primaria.

Anche controllando per titolo di studio, età e anzianità lavorativa, gli educatori del segmento 0-2 hanno il livello salariale più basso (con la sola eccezione degli educatori tra i 35 e i 54 anni laureati e di quelli con un’anzianità di carriera superiore ai 20 anni), mentre le differenze tra insegnanti di scuola dell’infanzia e primaria sono limitate.

Lontano dall’investimento sociale?

Secondo il paradigma dell’investimento sociale, investire nell’espansione dei servizi all’infanzia ha ritorni economici positivi sia a livello individuale sia sociale, per diverse ragioni (Morel, Palier, Palme 2012). Frequentare i servizi socio-educativi consente ai bambini di frequentare ambienti ricchi di stimoli che aiutano a costruire le basi per gli apprendimenti intellettivi e sociali, colmando in parte le diseguali condizioni di partenza legate ai diversi background familiari. Inoltre i servizi all’infanzia svolgono un’importante funzione di conciliazione, consentendo ai genitori di figli piccoli, e in particolare alle madri, di essere attivi nel mercato del lavoro. Infine, essendo servizi ad alta intensità di lavoro, espanderli significa anche espandere la forza-lavoro, dunque creare posti di lavoro, peraltro tradizionalmente ricoperti quasi esclusivamente da donne.

I dati presentati ci interrogano, tuttavia, sulla qualità di queste posizioni occupazionali, e suggeriscono che il segmento specifico (0-2 contro 3-5) entro cui si lavora conti di più rispetto a fattori quali il titolo di studio e l’anzianità lavorativa. Una quota significativa di educatrici del segmento 0-2 lavora con contratti temporanei, è occupata part-time e ha livelli retributivi molto bassi e significativamente inferiori a quelli delle insegnanti di scuola dell’infanzia, persino a parità di altre condizioni. Il diverso quadro storico-politico entro cui è avvenuto l’ampliamento dei due segmenti – di espansione del welfare state per il segmento 3-5, di austerità permanente e in seguito anche contingente per lo 0-2 – ha certo contribuito, insieme ad altri fattori (tra cui il grado di istituzionalizzazione e il livello di consenso politico e sociale intorno alla de-familizzazione, in relazione alla diversa età dei bambini accolti), a determinare condizioni di lavoro diseguali tra i diversi segmenti. Le caratteristiche dello staff sono, tuttavia, considerate fattore decisivo per la qualità del servizio offerto (CoRe 2011). Le condizioni di lavoro di coloro che sono responsabili dell’educazione dei bambini più piccoli meriterebbe, dunque, maggiore attenzione, anche entro il sistema integrato 0-6 attualmente in via di costruzione.

Commenti

Ho trovato l’articolo interessante perchè fotografa con dati empirici la qualità dei servizi ECEC in Italia. So che esistono forti differenze tra Nord e Sud e che la fascia 0-3 è stata considerata più un settore “privato”, di competenza delle famiglie/mamme. I dati sono stati considerati rispetto al divario nazionale?

L’assistenza agli anziani e ai bambini viene fatta molto spesso da personale straniero che, anche quando in possesso di titoli di studio qualificati, difficilmente riesce ad ottenere un riconoscimento in Italia. Sarebbe possibile avere una riflessione su questo tema?

Sarei inoltre interessata ad avere maggiori informazioni sul sistema integrato 0-6 anni. Potrei avere dei riferimenti bibliografici per fare un ulteriore approfondimento?
Grazie e cordiali saluti

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