Terzo settore

Dieci pregiudizi sulle cooperative. E altrettante smentite

Un documentato libro di Euricse affronta, dati alla mano, alcuni giudizi ampiamente diffusi sul mondo cooperativo, smentendoli.

 

Quel rumorio di fondo, increspato da stereotipi riproposti con regolare costanza, è talmente insistente che l’esposizione prolungata abbaglia i più: confonde persino chi, all’ingresso, dubbi non ne aveva. Accade più o meno questo, quando si parla di cooperative. La reputazione mediatica, prettamente emozionale, precede a colpi di spalla ogni valutazione. L’esito è noto: un corollario di cliché inquinano il giudizio finale e a prevalere sono facili slogan: “Le cooperative non possono che essere piccole e marginali”; “Le cooperative non sanno stare sul mercato”; “Le cooperative vivono e sopravvivono grazie alla generosa mano pubblica”; “Pagano meno imposte”; “Sono anacronistiche e non riescono ad agganciare le opportunità offerte dalla sharing economy”; sono spesso “false”; e “Nelle cooperative il lavoro è sotto-retribuito”. Si potrebbe proseguire a lungo. Ma è davvero così? Euricse, l’istituto europeo di ricerca sull’impresa cooperativa e sociale, sin dalla sua nascita ha cercato di rispondere a questa domanda. Con i numeri, con i dati, con la riflessione scientifica. In occasione dei suoi primi dieci anni di vita, lo sforzo della fondazione s’è concentrato nelle pagine del libro “Cooperative da riscoprire. Dieci tesi controcorrente” (Donzelli). Dieci capitoli che sintetizzano un decennio di ricerche e cercano di restituire ai lettori un quadro di realtà. A comporre la geografia del volume, curato da Carlo Borzaga e scritto dai ricercatori dell’Istituto, sono infatti dieci capitoli che ripercorrono altrettante ricerche volte a demistificare i principali luoghi comuni che corrompono la reputazione della cooperazione e ne frenano lo sviluppo. Indicando, al tempo stesso, sfide prospettiche per il movimento.

Piccole e marginali?

Seguendo le traiettorie tracciate dalle dichiarazioni pubbliche e percorrendo il sentiero dei preconcetti, il libro rilegge alcuni slogan ricorrenti. Il primo: piccole e poco produttive, le cooperative restano ai margini dei mercati, si dice. Ma Gianluca Salvatori smentisce queste convinzioni e cita i risultati della ricerca che da sette anni a questa parte Euricse conduce con l’Alleanza internazionale delle Cooperative (ICA). Si tratta del World Cooperative Monitor, un ranking sulle organizzazioni più grandi al mondo per fatturato, soci, dipendenti e utenti serviti. Risultato: negli ambiti in cui il modello cooperativo è più diffuso, la taglia che le imprese possono raggiungere non è affatto inferiore a quella delle imprese di capitali. L’edizione 2018 del Monitor, da poco pubblicata, conferma la vivacità del movimento cooperativo globale: le 300 organizzazioni più grandi al mondo, nel complesso arrivano a un volume d’affari che supera i 2.000 miliardi di dollari.

Pochi investimenti?

È pensiero comune, poi, la convinzione che rispetto a Spa e Srl le cooperative fatichino a crescere perché incapaci di raccogliere il necessario capitale di rischio. Ma anche qui le ricerche di Euricse di cui Eddi Fontanari dà conto, sovvertono la visione dominante. A dirlo sono i numeri: negli anni più aspri della crisi, accanto alla condizione di diffuso equilibrio, le cooperative si sono dimostrate capaci di incrementare il livello del capitale complessivamente investito (proprio e di terzi) in maniera superiore a entrambe le società di capitali e in un periodo di congiuntura economica negativa. I dati evidenziano come le risorse finanziarie investite dalle cooperative siano cresciute dal 2008 al 2015 del 18,3% contro l’11,4% delle Spa e il 16,4% delle Srl.

 

Tasse agevolate?

Allo stesso modo, è convinzione diffusa la persistenza di un regime di tassazione agevolato che avrebbero le coop. Anche qui gli studi di Euricse hanno cercato di spiegare ai più come stanno le cose. Morale: considerando la tassazione sul lavoro, scrivono Carlo Borzaga e Eddi Fontanari, l’incidenza sul valore aggiunto delle cooperative risulta mediamente superiore di 7 punti percentuali rispetto a quella rilevata per le spa. Ne consegue che “Considerando l’effetto complessivo di tutte le tipologie di prelievo fiscale/contributivo, ovvero calcolando la pressione fiscale, si evince che sono le cooperative quelle maggiormente gravate dal 2008 al 2015, con una differenza rispetto alla spa di 3 punti percentuali nel 2009 e di poco più di 3 punti nel 2015”.

 

La gestione (dimenticata) di servizi pubblici

Ciò che spesso si dimentica, e il volume di Euricse cerca di far riemergere, è il ruolo delle cooperative nella produzione di servizi destinati alla comunità, rispondendo a bisogni emergenti di una società mai uguale a sé stessa, e ponendosi come congiunzione con l’ente pubblico. Giulia Galera ricostruisce storia, quadro giuridico e numeri. Lo fa con una premessa: “Una parte significativa delle cooperative italiane, in particolare di lavoro e sociali, gestisce servizi di interesse pubblico o di interesse generale su delega o comunque attraverso rapporti contrattuali con le pubbliche amministrazioni, soprattutto locali”. Un fenomeno che è andato crescendo a partire dalla fine del secolo scorso. Sia per far fronte al blocco delle assunzioni nelle pubbliche amministrazioni (nonché alla necessità di ridurre i costi dei servizi in un contesto di generale contenimento della spesa pubblica corrente), sia per garantire un’offerta minima di servizi di interesse generale, in particolare socio-assistenziali ed educativi.

Tradotto: la geografia del welfare italiano si compone di una costellazione di realtà cooperative che agiscono in supporto, in addizione e persino in soccorso alle risposte del pubblico. Una parabola ascendente, ricorda Galera, avviata negli anni Novanta con lo sviluppo delle cooperative sociali nate in seguito a una domanda emergente di servizi sociali, educativi e di inserimento lavorativo. L’esito di tale sviluppo dei rapporti con gli enti pubblici, seppur dimenticato, ha contribuito negli ultimi vent’anni alla crescita dimensionale delle cooperative sociali, alla loro stabilizzazione in quanto produttrici di servizi di welfare e all’aumento dell’offerta. Lo dimostrano i dati dell’Istituto Nazionale di Statistica, secondo i quali il numero delle cooperative sociali è passato da meno di 2000 nel 1991; 5.674 nel 2001; 7.363 nel 2005; 11.264 nel 2011 fino a 16.125 nel 2015 (ISTAT, 2011; ISTAT, 2017). Con lo stesso ritmo è cresciuto il numero di operatori e di utenti. Il primo sfiora oggi il mezzo milione di persone e il secondo supera largamente i sette milioni, con ben 30.000 lavoratori svantaggiati pienamente inseriti in attività remunerate.

 

Il contributo al welfare

A pagare il prezzo di una reputazione spesso falsata sono principalmente le cooperative sociali che, spiega Galera, “raramente infatti sono descritte per quello che sono. Vale a dire soggetti giuridici privati a finalità sociale, costituti da gruppi di cittadini imprenditori per gestire – in autonomia o in collaborazione con altri soggetti incluse le pubbliche amministrazioni – la produzione di servizi a beneficio di un’intera comunità o di gruppi di soggetti fragili”. Di più. A dispetto di ogni previsione, le cooperative sociali si sono comportate in modo decisamente anticiclico, continuando a crescere nei numeri e nel fatturato e ad aumentare più che proporzionalmente l’occupazione (quindi i servizi offerti per euro di fatturato che nel caso dei servizi sociali è la vera misura della produttività). E il volume di Euricse, nonché le ricerche condotte negli ultimi anni, ne ripercorrono i numeri. Nei peggiori anni della crisi, tra il 2008 e il 2013/14, i tassi di crescita hanno toccato picchi notevoli. Il valore della produzione è passato dai 6,8 miliardi di euro nel 2008 ai 9 miliardi nel 2013 (+31,5%). In particolare, sanità e assistenza sociale, dove maggiori sono le risorse di provenienza pubblica, hanno registrato i più elevati incrementi in termini assoluti: +1,5 miliardi di euro (+31,6%). Al contempo, i redditi da lavoro dipendente sono aumentati del 37,1% e anche gli investimenti hanno registrato, nel periodo considerato, una crescita significativa: nel 2013 le cooperative sociali avevano in essere investimenti complessivi per 7,7 miliardi di euro, con un aumento del 44% rispetto al 2008 (Euricse, 2015).

 

Anticicliche nella crisi

Un comportamento anticiclico, s’è detto. Un’affermazione che si conferma analizzando la parabola dei lavoratori del settore. Tra il 2007 e il 2015, spiega Chiara Carini nel libro di Euricse, l’occupazione dipendente nelle cooperative è aumentata del 17,7%, mentre nelle altre forme di impresa è diminuita del 6,3%”. Secondo i dati Inps (Borzaga, 2015; Borzaga, 2017), tra il 2008 e il 2014 le posizioni attive nelle cooperative italiane alla fine del mese di dicembre sono passate da 1 milione e 176 mila a 1 milione 292mila, con un aumento di oltre 115 mila lavoratori. Al contempo, si è assistito a un processo di progressiva stabilizzazione degli occupati: al netto calo delle posizioni relative a lavoratori parasubordinati, che sono andati man mano riducendosi anche per effetto delle riforme del mercato del lavoro introdotte negli ultimi anni, si è contrapposta una crescita soprattutto degli occupati dipendenti con contratto a tempo indeterminato. Si conferma così che le cooperative italiane, in generale e non solo quelle di lavoro, hanno veramente reagito alla crisi e in modo nettamente diverso dalle altre forme di impresa. “L’hanno fatto mantenendo il più possibile inalterati i livelli occupazionali e gestendo la crisi al proprio interno senza scaricarne gli oneri sulle finanze pubbliche attraverso il ricorso agli ammortizzatori sociali, al contrario accrescendoli addirittura in diversi settori”, spiega Carini studiando il contributo del sistema cooperativo negli anni della grande crisi.

 

Considerati i numeri ripercorsi da Euricse, per dirla con le parole scelte da Carlo Borzaga nell’incipit del volume, non resta che spogliarsi delle sovrastrutture che hanno appesantito il giudizio critico. Perché “comprendere meglio le dimensioni, le caratteristiche e lo stato oggettivo del sistema cooperativo è una necessità che va oltre gli interessi dello stesso sistema cooperativo”. Così come è importante conoscerne i limiti. “Ma quelli veri – rimarca ancora il presidente di Euricse – non quelli proposti dagli stereotipi”.

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