Migrazioni

Generazioni di migranti: un quadro in mutamento

L’Italia è terra di confine per quanto riguarda gli spostamenti internazionali di persone, sospesa geograficamente tra l’Africa e l’Europa. Da più parti è stato messo in luce il recente mutamento dei modelli migratori che ha condotto verso movimenti di popolazione sempre più connessi a fattori di spinta dalle aree di origine, piuttosto che a fattori di attrazione da parte delle realtà di destinazione. È evidente che il mutamento richiede anche un cambiamento di prospettiva in cui l’approccio prevalentemente economico-lavorativo deve in parte lasciare il passo a nuovi approcci e paradigmi interpretativi che tengano conto della mutata situazione e della diversità dei percorsi possibili. La complessità della gestione dell’immigrazione oggi è amplificata senz’altro dalla eterogeneità delle presenze e dei flussi in arrivo che si sono sovrapposti nel tempo, dando luogo a una realtà stratificata con comportamenti, aspettative e bisogni sociali molto diversificati. L’Italia, da una parte, si trova a gestire una fase ormai avanzata dell’integrazione, caratterizzata da una quota ampia di permessi di lungo periodo, da ricongiungimenti familiari e da crescenti acquisizioni di cittadinanza. Dall’altra, il nostro Paese fronteggia l’emergenza di nuovi flussi in entrata sempre più spesso motivati dalla ricerca di protezione internazionale e non da progetti migratori strutturati.

Stranieri – e non solo – in Italia

Al 31 dicembre 2018 sono 5.255.503 i cittadini stranieri iscritti in anagrafe; rispetto al 2017 sono aumentati di 111 mila (+2,2%) arrivando a costituire l’8,7%. Per avere un confronto con gli altri paesi europei si possono considerare i dati pubblicati da Eurostat per l’anno precedente: in Italia gli stranieri rappresentavano l’8,5% della popolazione totale, un valore più alto di quello della Francia (7%), sostanzialmente inferiore a quello tedesco (11,7%) e austriaco (15,7%) e leggermente inferiore a quello del Regno Unito (9,5%). Si deve però tenere conto, in ogni confronto che si effettua, delle differenze nelle normative vigenti nei vari paesi che, per esempio, regolano in maniera diversa l’acquisizione della cittadinanza da parte di chi nasce da genitori stranieri in un determinato stato. Parlare di “cittadini stranieri” tout court rischia tuttavia di risultare fuorviante perché si tratta di una popolazione eterogenea per caratteristiche, progetti migratori, periodo di arrivo. Basti considerare che in Italia, la composizione per genere della popolazione straniera è equilibrata, con un lieve vantaggio femminile: le donne sono il 51,7%.Questo equilibrio nasconde in realtà situazioni molto differenti all’interno delle diverse cittadinanze, che al contrario risultano molto caratterizzate. Nel caso delle ucraine, ad esempio, le donne rappresentano quasi il 78% della presenza, nel caso dei senegalesi meno del 26%.

L’Italia, tra l’altro, registra la presenza di molte cittadinanze differenti: ci sono quasi 50 nazionalità diverse con almeno 10 mila residenti. Al 31 dicembre 2018 le differenti cittadinanze presenti in Italia sono 196. Le cinque più numerose sono quella romena (1 milione 207 mila), albanese (441 mila), marocchina (423 mila), cinese (300 mila) e ucraina (239 mila). Si tratta di comunità con culture, stili di vita e modelli di inserimento molto differenti tra di loro.

 

Negli ultimi anni si è assistito inoltre a un mutamento dei nuovi flussi in arrivo. Se le migrazioni per lavoro sono state prevalenti fino al 2010, dal 2011 il motivo di ingresso più diffuso è divenuto, invece, il ricongiungimento familiare, anche se negli ultimi anni pure per questa motivazione di ingresso si registra un lieve declino. Nel contempo sono invece rapidamente aumentati i permessi per asilo e motivi umanitari: nel 2013 la loro incidenza sul totale dei nuovi permessi era pari al 7,5%, balzata al 19% nel 2014, fino ad arrivare a pesare il 38,5% tra gli entrati nel 2017. Pur rimanendo su valori elevati, nel 2018 si è assistito ad un calo degli entrati per asilo e motivi umanitari: il 26,8%. Una crescita questa fortemente determinata dalle diverse situazioni geopolitiche delineatesi negli ultimi anni in alcune aree del mondo e che hanno determinato un totale ridisegno delle motivazioni alla base degli spostamenti verso l’Italia. Attualmente i permessi per asilo e motivi umanitari rappresentano quasi il 10% dei permessi con scadenza – esclusi quindi quelli di lungo periodo – in corso di validità, mentre nel 2011 rappresentavo meno del 3%.

Non solo. Parlare di “cittadini stranieri” può non consentire di considerare tutti coloro che hanno vissuto un’esperienza migratoria. Negli ultimi anni si è assistito, infatti, a un fenomeno nuovo che ha visto diminuire la numerosità di alcune collettività come quella marocchina e albanese, non per rimpatri, ma per un crescente numero di acquisizioni di cittadinanza. Al 1° gennaio 2018 gli italiani per acquisizione di cittadinanza, residenti nel nostro Paese, sono circa 1 milione e 340 mila; nel 56,3% dei casi si tratta di donne. Sommando questa popolazione a quella dei cittadini stranieri si ottiene un contingente di quasi 6,5 milioni di cittadini stranieri o di origine straniera. I residenti che hanno acquisito la cittadinanza sono nel 13,7% dei casi marocchini e nel 12,6% albanesi. In particolare, per ogni 100 stranieri marocchini ci sono 44 italiani di origine marocchina; per ogni 100 albanesi 39 italiani di origine albanese. Marocchini e albanesi rappresentano rispettivamente l’8,1% e l’8,6% degli stranieri residenti, ma considerando la popolazione di origine straniera (stranieri residenti e italiani per acquisizione) raggiungono oltre il 9%. Per la collettività romena avviene invece il contrario: ha un peso percentuale che supera il 23% degli stranieri, ma pesa per meno del 20% quando si considera anche la popolazione di origine straniera. Si deve poi tenere in considerazione la crescente presenza di stranieri residenti nel nostro Paese che non hanno mai vissuto l’esperienza migratoria: le seconde generazioni, i figli di stranieri nati in Italia.

 

Seconde generazioni

I ragazzi di origine straniera sono, senz’altro, il segmento più complesso e articolato della popolazione con background migratorio. Per seconda generazione in senso stretto si intende quella costituita dai figli di cittadini stranieri nati nel Paese di immigrazione. In molti casi si parla di seconda generazione in senso lato, intendendo anche gli stranieri che sono immigrati prima dei 18 anni. Si deve tenere conto che molti di questi ragazzi acquisiscono la cittadinanza italiana ed escono dal collettivo degli stranieri, pur continuando a far parte di quello delle seconde generazioni. I nuovi italiani di seconda generazione non solo sono in aumento, ma rappresentano un contingente con caratteristiche sempre più complesse e articolate e, proprio per questo, di difficile misurazione in quanto i sistemi di registrazione delle informazioni di fonte amministrativa non sempre consentono di avere informazioni precise rispetto ai diversi aggregati. L’integrazione di diverse fonti di dati statistici ha però consentito recentemente all’Istat di ottenere misure sempre più accurate.

Al 1° gennaio 2018, in Italia, i minori di seconda generazione, stranieri o italiani per acquisizione, sono 1 milione e 316 mila: di questi il 75% è nato in Italia e rappresentano la seconda generazione in senso stretto. Il contingente delle seconde generazioni in senso ampio è determinato nel tempo sia da nascite sia da nuovi ingressi. Dal 2000 al 2017 i nati stranieri in Italia sono stati un milione e 100 mila. Considerando invece la seconda generazione in senso lato, dal 2011 ad oggi sono stati iscritti in anagrafe dall’estero 324 mila stranieri minorenni.

Al 1° gennaio 2018, i ragazzi stranieri sotto i 18 anni residenti nel nostro Paese sono poco più di 1 milione, con un’incidenza pari a quasi l’11% sul totale della popolazione in quella classe di età, cresciuta di circa 3 punti percentuali negli ultimi dieci anni.

La vera novità degli ultimi anni è rappresentata dal crescente numero di giovani immigrati e ragazzi di seconda generazione che diventano italiani.

I minori che acquisiscono la cittadinanza per trasmissione dai genitori e coloro che, nati nel nostro Paese, al compimento del diciottesimo anno scelgono la cittadinanza italiana sono aumentati in maniera costante e molto sostenuta fino al 2016; nel 2017 invece si è registrata una diminuzione rilevante (quasi 30%) rispetto all’anno precedente. In ogni caso quasi la metà delle acquisizioni di cittadinanza hanno riguardato persone con meno di 30 anni. Si tratta quindi di un numero non trascurabile di giovani che ogni anno dalla popolazione straniera passano a quella italiana. I ragazzi divenuti italiani nel 2017 sono stati oltre 54 mila, rappresentando quasi il 5 per mille dell’intera popolazione residente in Italia tra 0 e 19 anni e il 4,9% della popolazione straniera della stessa età residente nel nostro Paese.

 

Gli spazi di decisione autonoma che la vigente normativa lascia ai ragazzi stranieri di seconda generazione sono molto limitati. Attualmente i minori stranieri possono acquisire la cittadinanza per trasmissione del diritto da parte dei genitori. L’unica finestra per una decisione autonoma è quella data ai nati nel nostro Paese al compimento del diciottesimo anno di età se dalla nascita sono stati in maniera continuativa residenti in Italia. Inevitabilmente, quindi, il comportamento dei ragazzi tra 0 e 18 anni ricalca quello della collettività di appartenenza. Sono sostanzialmente i genitori a decidere per loro. Tuttavia per alcune cittadinanze emergono scelte parzialmente differenti. Per esempio, tra i giovani cinesi e filippini sono più numerosi coloro che scelgono di diventare italiani al compimento del diciottesimo anno di età rispetto a quanti ricevono la cittadinanza per trasmissione dai genitori. La propensione ad acquisire la cittadinanza italiana interessa in modo diverso le collettività presenti sul territorio, sia perché diverse sono le normative vigenti nei paesi di origine relativamente alla doppia cittadinanza, sia per la diversità dei progetti migratori. Al 1° gennaio 2018 i minorenni italiani per acquisizione sono circa 275 mila, oltre il 20% dei residenti che hanno acquisito la cittadinanza. Le principali cittadinanze precedenti all’acquisizione sono quella marocchina, albanese, indiana, pakistana e romena. Il 78% dei minori che hanno acquisito la cittadinanza è nato nel nostro Paese. La quota di nati in Italia varia notevolmente a seconda delle collettività considerate: supera il 90% per i nati con cittadinanza albanese e tunisina e scende sotto l’80% per India, Senegal e Pakistan.

 

Identità e appartenenza

Questa complessità non può non tradursi in percorsi di socializzazione e costruzione dell’identità altrettanto complicati. L’indagine su “L’integrazione delle seconde generazioni” condotta dall’Istat nel 2015 e finanziata dal Ministero dell’Interno con il Fondo Europeo per l’integrazione mette in luce che in linea con quanto sostenuto in letteratura, la sospensione dell’identità interessa una quota rilevante di ragazzi stranieri che vivono nel nostro Paese. I ragazzi stranieri che dicono di sentirsi italiani sono circa il 38%, il 33% si sente straniero e poco più del 29% non è in grado di rispondere alla domanda.

Nella percezione dell’appartenenza gioca un ruolo non secondario l’età di ingresso in Italia. Tra i ragazzi arrivati dopo i 10 anni, si sente straniero più di uno su due (quasi il 53%) mentre solo il 17% si sente italiano. Per i nati in Italia la percentuale di chi si sente straniero si riduce al 23,7%, mentre sale al 47,5% quella di coloro che si percepiscono italiani. Valori simili a quelli riscontrati per i nati in Italia si osservano anche per i nati all’estero purché arrivati prima dei 6 anni. Le collettività dell’Asia e dell’America Latina sono quelle per le quali si registrano le quote più alte di ragazzi che si sentono stranieri: Cina 42,1%, Ecuador 39,5%, Perù 38,9% e Filippine 38,4%. Nel caso di Cina, Filippine ed Ecuador anche tra i nati in Italia sono pochi coloro che si sentono italiani.

Al contrario, la quota di ragazzi che si sentono italiani è generalmente alta tra gli originari di un paese europeo. Per la Romania la quota di chi si sente italiano è particolarmente elevata (45,8%), anche a fronte di un numero contenuto di acquisizioni di cittadinanza. Per un ragazzo europeo sentirsi italiano nei fatti, al di là dell’acquisizione della cittadinanza formale che potrebbe anche interessare meno a chi già comunitario, è comunque più facile.

La cittadinanza non europea con la quota più elevata di giovani che si sentono italiani è quella marocchina (36,0%). Si tratta infatti di una delle collettività con le più frequenti interazioni con gli italiani: tra i nati in Italia la quota di coloro che frequentano italiani arriva quasi all’82% e quella di chi afferma di parlare molto bene l’italiano sfiora il 73%.

L’incertezza è invece la modalità prevalente per gli indiani: il 38,0% ha risposto “non so”. D’altronde la “sospensione” dell’identità riguarda tutte le generazioni migratorie: la più elevata quota di indecisi si registra tra i nati all’estero entrati tra 6 e 10 anni (31,2%), ma anche per i nati in Italia la percentuale sfiora il 29%.

 

In sintesi

Nell’analisi della presenza straniera in Italia, quello che si delinea è quindi un quadro che nel tempo è divenuto sempre più complesso. Seppure a livello europeo il caso italiano non è tra i più eclatanti in termini di incidenza sul totale della popolazione, l’articolazione delle situazioni che si vanno delineando rende necessaria un’attenzione mirata delle policy sull’integrazione della popolazione di origine straniera. Da un lato, si hanno presenze da lungo tempo sul territorio (anche più di 20 anni) con esigenze legate a una fase molto avanzata dei processi di integrazione, fino alla richiesta della cittadinanza italiana. Dall’altro lato, si ha invece quella fetta di popolazione straniera composta da chi arriva in Italia senza un vero progetto migratorio, il più delle volte senza la propria famiglia, che fugge da guerre e vede nell’approdo in Italia un punto inziale di salvezza. A tali diversità si aggiunge la peculiare situazione italiana che, rispetto ad altri paesi europei, ospita una presenza molto eterogenea dal punto di vista della provenienza così come del modello migratorio seguito. Ancora più complesso è il quadro delle seconde generazioni, che rappresentano una punta avanzata della presenza straniera e che pongono rinnovate sfide rispetto ai processi di integrazione e di costruzione dell’identità.

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.