Migrazioni

Il diritto d’asilo 2021

Il nuovo Report di Fondazione Migrantes

Il 14 dicembre Fondazione Migrantes ha pubblicato il Report 2021 sul diritto d’asilo, dedicato al mondo dei richiedenti asilo e dei rifugiati. Il documento ricostruisce il quadro delle guerre e delle altre crisi che portano il numero delle persone in fuga nel mondo al più elevato livello di sempre. Il Report approfondisce la situazione europea ed italiana, mettendo in risalto luci ed ombre: se da un lato il nostro sistema di accoglienza è attraversato da fortissime contraddizioni, dall’altro lato la recente introduzione della protezione speciale lascia intravvedere le potenzialità di una forma di regolarizzazione permanente e il protagonismo dei rifugiati inizia a farsi strada nel dibattito pubblico e scientifico. Riprendiamo di seguito, scaricabile insieme ai materiali di presentazione, un corposo estratto della sintesi del Report, composto da 12 contributi suddivisi in tre parti corredate di dati statistici e schede sulle migrazioni forzate e il diritto d’asilo nel mondo, in Europa e nel nostro Paese, e da un’ultima sezione di approfondimento teologico. 

 

 

Dal mondo con lo sguardo rivolto all’Europa

Il Covid-19 non ferma guerre, violenze e disuguaglianze

Il Covid‐19 ha reso ancora più gravoso qualsiasi motivo, qualsiasi spinta a lasciare la propria casa, la propria terra. Dai conflitti alle persecuzioni, alla fame, all’accesso alle cure mediche fino alla possibilità di frequentare una scuola, la pandemia ha inasprito il divario fra una parte di mondo che vive in pace, si sta curando, tutelando e sopravvivendo, e un’altra che soccombe, schiacciata da una disparità crudele. Nel corso del 2020, l’Italia e l’Europa hanno tuttavia rappresentato un’eccezione in contro tendenza rispetto alla situazione globale: mentre nel mondo il numero delle persone in fuga ha continuato ad aumentare, fino a una stima di 82,4 milioni, nel nostro continente si sono registrati meno arrivi “irregolari” di rifugiati e migranti (‐12% rispetto al 2019) e meno richiedenti asilo (crollati di ben un terzo).

 

La proposta di Patto europeo su immigrazione e asilo: la (non) riforma

La Commissione Europea a guida von Der Leyen ha presentato nell’autunno 2020 la sua proposta di riforma del sistema europeo d’asilo. “Approccio globale” e “nuovo meccanismo di solidarietà” sono le parole chiave per comprendere l’impostazione del Patto. Ma scavando appena sotto la superficie si scopre come tali proposte concrete mescolino e sovrappongano ambiti che dovrebbero rimanere distinti. E, soprattutto, se ne deduce che l’obiettivo principale è quello di gestire con un unico approccio qualsiasi pressione migratoria sugli Stati membri. In questa nuova ottica la nozione di solidarietà assume un significato non più legato a una condivisione delle responsabilità nella gestione di un sistema d’asilo comune regolato da precise normative, ma piuttosto le sembianze di iniziative politiche imprecisate, però ben finalizzate a ostacolare o impedire l’accesso dei rifugiati in Europa. Una non riforma, dunque, non solo inutile ma oltremodo pericolosa.

«Nonostante le evidenze mostrino che l’Europa non è sotto invasione, la politica europea continua a essere ostile verso i rifugiati», denuncia Yagoub Kibeida dell’associazione UNIRE (Unione nazionale italiana per rifugiati ed esuli). Questa ostilità si traduce concretamente nei pushback (i respingimenti di richiedenti asilo ai confini), in dinamiche di esclusione e nelle pratiche di esternalizzazione del controllo delle frontiere.

 

 

Tra l’Europa e l’Italia

L’affido omoculturale dei minori stranieri non accompagnati

Nei Paesi Bassi l’affido omoculturale, nel quale il minore straniero è affidato a famiglie o a singoli della sua stessa cultura o etnia, è una realtà strutturata e dotata di una metodologia specifica ormai diffusa e consolidata su tutto il territorio. In Italia, nei primi anni di sperimentazione, questa forma di affido è apparsa come uno strumento nuovo e utile per garantire un’integrazione più semplice del minore all’interno del tessuto sociale e familiare. Tuttavia, le testimonianze degli assistenti sociali che lavorano a contatto con i minori stranieri non accompagnati e che hanno applicato nelle proprie realtà territoriali l’affido omoculturale (quattro sono le città prese in esame: Cremona, Genova, Verona e Padova) segnalano difficoltà oggettive nella disponibilità ad accogliere da parte delle famiglie affidatarie (molte volte legate al tempo da dedicare al minore), nel rapporto con la famiglia d’origine e nella presenza del servizio sociale nello sviluppo del programma educativo e di tutela del minore.

 

I “canali di studio” per minori rifugiati

Il 15 ottobre scorso sono arrivati in Italia i primi cinque minori non accompagnati accolti dal progetto “Pagella in tasca. Canali di studio per minori rifugiati”. Si tratta di un progetto pilota, promosso da InterSOS con un’ampia rete di partner, che mira a sperimentare un nuovo canale di ingresso regolare e sicuro per dare ai minori rifugiati l’opportunità di venire in Italia a studiare senza dover rischiare la vita nel deserto o su un barcone nel Mediterraneo. Saranno coinvolti in totale 35 minori di 16‐17 anni, fuggiti dalle violenze in Darfur e rifugiatisi prima in Libia e poi in Niger. Il progetto è particolarmente innovativo perché offre un “canale sicuro” a una categoria di persone di solito esclusa dai canali umanitari, perché si basa sul rilascio di un permesso di studio non universitario per 15‐17enni finora mai adoperato per ragazzi rifugiati, e perché si fonda sulla community sponsorship, attraverso il coinvolgimento di famiglie affidatarie, tutori volontari, organizzazioni del privato sociale e Comuni.

 

L’inverno della primavera araba nei CPR

Quello degli stranieri rinchiusi nei Centri di permanenza per i rimpatri (CPR) italiani è un microcosmo rimosso dall’attenzione pubblica. Requisizione dei telefoni personali, ostacoli alla comunicazione con l’esterno, divieto di estrarre copia delle cartelle cliniche, facoltà di sospensione dei colloqui senza alcun preavviso sono tasselli di un quadro vessatorio e punitivo, a cui fanno eco i quotidiani gesti di autolesionismo. Schiacciati dalla macchina del trattenimento, molti cittadini tunisini – circa metà della popolazione dei CPR – denunciano il fallimento della “rivoluzione dei gelsomini” e la delusione per la nuova oppressione incontrata in Italia. L’attribuzione alla Tunisia della qualifica di “Paese di origine sicuro” e l’accordo siglato tra i due governi nell’estate del 2020 hanno irrigidito le procedure di identificazione e rimpatrio, costringendo i migranti ad azioni ancora più estreme.

 

 

Guardando all’Italia

Alcuni dati di contesto

I circa 53 mila arrivi nel periodo gennaio‐ottobre 2021 sono quasi il doppio rispetto allo stesso periodo 2020, ma anche un terzo degli oltre 159 mila registrati sempre nel medesimo periodo del 2016. Sulla rotta del Mediterraneo centrale verso l’Italia, nel periodo agosto 2020‐luglio 2021, la Libia è tornata ad essere il principale Paese di partenza, seguito dalla Tunisia.

Nell’anno di inizio della pandemia hanno presentato domanda d’asilo in Italia appena 26.963 persone, con un crollo del 38% rispetto all’anno precedente. Fra gennaio e agosto, il 2021 ha registrato circa 30.500 richiedenti protezione (+ 93% rispetto allo stesso periodo del 2020).  Il 2021 vede inoltre per la prima volta, malgrado ostacoli e difficoltà, una certa consistenza del riconoscimento della nuova protezione speciale (3.241 riconoscimenti fra gennaio e agosto, pari all’11% di tutti i richiedenti esaminati) e registra circa il 40% di esiti positivi sul totale dei richiedenti protezione (contro il 24% del 2020).

Alla fine di ottobre 2021 si trovavano in accoglienza in Italia 80.486 tra richiedenti asilo, rifugiati e migranti. Ad aprile questo indicatore aveva toccato il minimo dopo oltre tre anni di discesa continua, con 75.400 persone fra hotspot, centri di prima accoglienza, CAS (centri di accoglienza “straordinaria”) e progetti SAI (Sistema di accoglienza e integrazione, cioè l’ex SIPROIMI ex SPRAR). Negli anni l’incidenza delle persone accolte nei CAS sulle accoglienze totali, pure essendosi assottigliata, rimane preponderante (4.963 nel 2020). La rete SAI‐SIPROIMI‐SPRAR ha invece raggiunto la sua massima estensione nel 2018, con 877 progetti, 35.881 posti finanziati e 1.850 Comuni interessati. È poi scesa fino ai dati di gennaio 2021 (760 progetti con 30.049 posti), per tornare a crescere nell’estate 2021 con 855 progetti e 32.506 posti, di cui 6.698 per minori non accompagnati. Il maggior numero di posti SAI si trova oggi in Sicilia (5.133 posti), Puglia (3.336) e Campania (3.147). Al Nord la prima Regione è l’Emilia‐Romagna (2.654), seguita da Lombardia (2.637) e Piemonte (2.072).

 

Il sistema di accoglienza tra distruzione e riforme a pezzi: a che punto siamo?

Perché il modello dell’accoglienza emancipante, integrata e diffusa non è ancora diventato il sistema di riferimento di una politica nazionale in materia di asilo? A vent’anni dalla nascita del Programma nazionale asilo (PNA), quanto accaduto tra 2020 e 2021 offre nuovi spunti per analizzare le contraddizioni aperte da un cammino parziale e frammentato. Il recente riordino della filiera dell’accoglienza operato dal DL 130/2020, il permanere di una differenziazione dei livelli di accoglienza tra richiedenti e titolari di protezione internazionale nel SAI, l’abbandono istituzionale con la conseguente auto‐organizzazione dei progetti d’accoglienza durante la pandemia e la dinamica seguita alla crisi afghana hanno messo in evidenza alcuni processi generali che si sono innestati su nodi irrisolti: l’istituzionalizzazione dell’emergenza, la burocratizzazione, la privatizzazione, la ghettizzazione e la gerarchizzazione. Questi processi, e le tensioni che essi producono, colpiscono il sistema stressando le relazioni tra i diversi attori e mutando pratiche e riferimenti culturali. Minacciando così seriamente quella dimensione di dialogo e di partecipazione fra le persone accolte, gli operatori, le comunità e la società civile, che costituiscono l’identità dell’accoglienza diffusa e integrata.

 

La protezione speciale dopo il DL 130/2020: un’innovazione importante

Nel sistema italiano del diritto degli stranieri il permesso di soggiorno per protezione speciale è stato ampliato dalla riforma attuata con il DL 130/2020. Si tratta di uno strumento permanente destinato a tutelare ‒ in modo flessibile e commisurato alle specificità di ogni situazione ‒ i diritti fondamentali, l’integrazione sociale e la regolarizzazione della condizione di soggiorno irregolare di tanti stranieri che non sono comunque allontanabili dal territorio italiano. È una forma di protezione duratura di cui sono titolari stranieri che si trovano o arrivano nel nostro Paese, anche in situazione di soggiorno irregolare, e che non abbiano tutti i requisiti per ottenere il riconoscimento della protezione internazionale o che non possono ottenere il rilascio di altri titoli di soggiorno, ma la cui condizione giuridica merita protezione per effetto di precisi obblighi internazionali o costituzionali.

 

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