Governo M5S-Lega: dalle promesse ai fatti, a che punto siamo

A cura dell’Istituto per la Ricerca Sociale

Presentazione

Dal contratto di governo alla legge di bilancio. Una prima valutazione

Il 22 febbraio 2018 abbiamo pubblicato la seconda uscita de Il punto di welforum, dal titolo: “Elezioni 2018.  Le politiche sociali fra bilanci e prospettive. I contributi dei nostri redattori proponevano una valutazione di cosa era stato fatto nel campo delle varie politiche sociali nella XVII legislatura che stava per concludersi e a quanto le forze politiche impegnate nella campagna elettorale si impegnavano a fare nella XVIII legislatura che stava per aprirsi in un momento di perdurante forte impatto sociale della crisi, dei suoi effetti sull’occupazione, e di questa sulle condizioni economiche delle famiglie. Esiti sociali che erano anche frutto di un welfare che non aveva alcuna misura di intervento generalizzato contro la povertà e che nell’insieme produceva, e tuttora produce, una distribuzione sociale dei suoi benefici sull’intera popolazione, senza una seria concentrazione di essi sulle fasce più esposte alla indigenza economica, che trascina con sé, o accentua, molte altre fragilità e problemi.

 

Il punto di welforum per le elezioni 2018

Notavo peraltro che nella legislatura che andava concludendosi erano state effettuate alcune rilevanti scelte “di sistema” che avrebbero dovuto essere preservate e consolidate:

  • avere superato la logica assistenzialistica delle misure nazionali, tutte consistenti in mere erogazioni economiche, per assumere per nuovi interventi una logica promozionale che, per essere tale, deve combinare nel miglior modo, rispetto alle singole situazioni di fragilità, soldi e servizi;
  • avere assunto, almeno in prospettiva, per le nuove misure (REI in particolare), un approccio universalistico, di grande valore, gravato comunque da condizionalità di tipo comportamentale, assai delicate da gestire;
  • avere ridefinito nei suoi contenuti e nella sua configurazione come livello essenziale l’ISEE, indicatore della situazione economica delle famiglie;
  • avere affrontato la riforma del Terzo settore, componente essenziale anche del nostro welfare.
  • avere recuperato dal loro azzeramento i fondi sociali nazionali che vengono rifinanziati, aggiungendo ad essi un nuovo fondo per il contrasto della povertà e l’utilizzo di fondi europei.

 

Scelte positive, che caratterizzavano alcuni importanti nuovi interventi, ma che purtroppo non si aveva avuto l’intelligenza della situazione, il coraggio e la forza di sviluppare in modo adeguato, anche rivedendo le vecchie politiche e le tradizionali misure nazionali, che assorbivano e tuttora assorbono la grandissima parte della spesa assistenziale, rinunciando così a correggere i gravi limiti di equità e efficacia del sistema nel suo insieme.

 

Entrando nel campo delle singole politiche evidenziavamo che la estensione e la drammaticità acquisita dalla povertà, insieme ad iniziative di forze politiche come il M5S e sociali come l’Alleanza contro la povertà, avevano finalmente portato a concentrare attenzione e nuove risorse sul contrasto alla povertà, fino al varo del Rei, dal luglio 2019 misura universalistica anche se sotto dimensionata per risorse, target, livello di integrazione dei redditi insufficienti.

Maggiore attenzione aveva ricevuto anche la politica per i portatori di disabilità con l’approvazione delle leggi sul Dopo di noi, l’autismo, l’inclusione scolastica degli studenti con disabilità, e con il decreto sui nuovi Lea, norme che aprivano a percorsi di rinnovamento dei servizi che faticavano però purtroppo a partire.

Notavamo all’opposto l’inerzia sul tema della non autosufficienza, in particolare per la insoddisfacente definizione dei livelli essenziali, l’inadeguato finanziamento dei servizi sociosanitari, la mancata riforma della principale misura in atto, l’assegno di accompagnamento, obsoleta nella sua impostazione e nei suoi contenuti.

Notavamo che era rimasta inevasa anche l’esigenza di una riforma generale delle politiche per la famiglia, anche se iniziative specifiche erano state assunte con il sostegno economico alla natalità e al costo del babysitting e del nido, l’avvio del sistema integrato dei servizi 0-6 anni, il sostegno agli interventi contro la povertà educativa e alle adozioni internazionali.Ricordiamo anche sul piano dei diritti e delle tutele le leggi sulle unioni civili, sul cyberbullismo, sulle continuità degli affetti per i minori fuori famiglia, sui minori stranieri non accompagnati.

 

Quanto al tema migrazioniAl tema “Migrazioni” abbiamo nel 2019 dedicato una nuova area tematica di questo sito., che stava ricevendo grandissima attenzione nella campagna elettorale, ne avevamo evidenziato la problematicità, anche se i numeri di migranti stavano fortemente ridimensionandosi, ma anche la strumentalizzazione in atto, con accentuazione di paure e fobie che pregiudicavano una percezione e gestione corretta del problema. 

Il punto di welforum sulle politiche sociali del nuovo governo

Anche se non è ancora passato un anno dalle elezioni ad oggi, e tanto meno dall’insediamento dell’attuale governo di M5S e Lega a conclusione di una lunga gestazione, ci pare opportuno cogliere l’opportunità offerta dal passaggio d’anno per proporre con brevi articoli un aggiornamento sullo stato di avanzamento delle politiche sociali, alla luce delle promesse elettorali e degli impegni del contratto di governo.

Pensavamo anche di poter contare su norme articolate, con indicazione di contenuti e di finanziamenti certi sanciti dalla legge di bilancio. Per come sono andate le cose, tra trattative a livello europeo, tensioni e incertezze dentro la maggioranza, approvazione in extremis a scatola chiusa del maxiemendamento senza un confronto parlamentare nel merito, ne disponiamo solo in parte.

Nel messaggio di fine anno il presidente Mattarella ha opportunamente detto che: “La grande compressione dell’esame parlamentare e la mancanza di un opportuno confronto con i corpi sociali richiedono adesso un’attenta verifica dei contenuti del provvedimento”. Contenuti di normative di grande rilievo, valga per tutte quella relativa al reddito di cittadinanza, verranno quindi chiariti solo da successivi decreti promessi a breve, e vedremo se così davvero accadrà.

 

Le sintesi proposte non possono non risentire di questi rinvii che scelte importanti subiscono, e che, via via che verranno superati, monitoreremo con puntuali informazioni e commenti. Rinviando ai contributi dei redattori sulle specifiche politiche sociali mi limito qui a rilevare il forte impegno contro la povertà, sviluppato investendo sul reddito di cittadinanza; la perdurante latitanza, già dei governi precedenti, sui temi della non autosufficienza; i ritardi sulla disabilità; l’inadeguatezza di misure a favore dei giovani (anche questa già dei governi precedenti); i seri rischi del ddl Pillon sull’affido condiviso, i gravissimi limiti del decreto sicurezza sul trattamento degli immigrati.

 

L’eliminazione del favore fiscale al non profit

Concludo queste note introduttive con alcune osservazioni.

 

Nel campo delle politiche sociali il nodo più importante e però anche più delicato è stato e continua ad essere quello del passaggio dal Rei in atto al Reddito di cittadinanza, su cui si investono attenzioni e risorse senza precedenti, ma tuttora non chiaramente definito anche in ordine alla compatibilità fra interventi promessi e ribaditi e entità delle risorse disponibili. Questo è il primo ostacolo che l’esecutivo deve affrontare e risolvere, vedremo come.

 

Un secondo ostacolo la maggioranza se l’è creato essa stessa, con l’improvvida eliminazione del favore fiscale sull’Ires di cui gli enti non commerciali senza fine di lucro, da decenni, beneficiavano. Contro tale scelta introdotta inaspettatamente nel maxiemendamento alla legge di bilancio si sono levate diffuse e fondate proteste che hanno indotto il governo a una rapida ritirata, assicurando che la norma sarebbe stata al più presto corretta. Vedremo quando e come, ma l’episodio acquisisce rilievo perché evidenzia una cultura e delle posizioni presenti nell’attuale maggioranza.

La scelta effettuata non può infatti essere spiegata dal modesto recupero di risorse che con essa si otterrebbe, perché un tal recupero era possibile, e in misura ben più consistente, con varie altre scelte. Ad esempio rivedendo la normativa sulle concessioni balneari, che congela la attuale situazione violando le norme europee e assicurando allo Stato introiti ridottissimi in rapporto al fatturato del settore. O anche, per rimanere nell’ambito delle politiche sociali, rivedendo le erogazioni assistenziali, non relative a disabilità o non autosufficienza, di cui beneficiano famiglie con redditi Isee elevati, come da fonti autorevoli, e anche da noi più volte evidenziato.

 

Insomma la soppressione della riduzione dell’Ires per gli enti non profit non pare sia imputabile a ragioni finanziarie cogenti, non altrimenti soddisfacibili. Non può neppure essere frutto di una svista, comportando comunque una specifica presa di decisione in tal senso. Essa può essere invece ragionevolmente attribuita a una scarsa sensibilità, o addirittura a un’accentuata insofferenza di componenti dell’attuale maggioranza rispetto alla diffusa presenza nell’universo del non profit di esperienze che praticano interventi di accoglienza e sostegno verso quanti sono in situazioni di bisogno e difficoltà, rifiutando qualsiasi discriminazione, e che così facendo concorrono anche ad alimentare approcci culturali aperti, riflessivi, liberamente critici.

 

Ancora Mattarella, nel suo messaggio: “È l’“Italia che ricuce” e che dà fiducia. Così come fanno le realtà del terzo settore, del non profit, che rappresentano una rete preziosa di solidarietà. Si tratta di realtà che hanno ben chiara la pari dignità di ogni persona e che meritano maggiore sostegno da parte delle istituzioni, anche perché, sovente, suppliscono a lacune o a ritardi dello Stato negli interventi in aiuto dei più deboli, degli emarginati, di anziani soli, di famiglie in difficoltà, di senzatetto. Anche per questo vanno evitate “tasse sulla bontà”.

 

Queste presenze risultano fastidiose per chi nel contesto sociale tende a promuovere ed enfatizzare soprattutto il rapporto diretto fra la propria organizzazione politica, e in particolare il suo leader, e “il popolo”, assunto come realtà astratta, somma di singoli individui disaggregati e quindi più fragili e più facilmente orientabili. Per tali impostazioni il pluralismo è un impedimento e un avversario, da ridurre e superare.

In tema di serena convivenza e di pluralismo

Non solo il pluralismo sociale e culturale, ma anche quello istituzionale proprio del sistema democratico disegnato dalla nostra Costituzione. Le sortite volte a delegittimare funzioni o ruoli o autorità che non siano di diretta elezione popolare esprimono appunto il tendenziale rifiuto del pluralismo nelle sue varie espressioni, e una certa propensione all’assolutizzazione del proprio ruolo e del proprio rapporto diretto e tendenzialmente esclusivo con il popolo. Coerenti a tale impostazione sono i comportamenti degli esponenti di governo che ignorano gli interlocutori sociali e culturali, con rapporti al più di facciata, senza alcuna significativa interazione, almeno fin che l’acutizzarsi dei problemi non lo impone. Non è certo la prima volta che ciò accade, ma nuova e forse più preoccupante è la matrice culturale di tali tendenze.

 

Queste propensioni possono fortemente incidere anche sul futuro delle politiche sociali, sulla loro caratterizzazione e qualità. Come possono gravemente incidere su di esse, oltre che sui sentimenti e l’animus delle popolazioni, specie di quelle più esposte a rischi e difficoltà, la carica di aggressività, di colpevolizzazione e di discriminazione che prese di posizioni e interventi politici spesso esprimono, con pregiudizio di atteggiamenti più riflessivi, ragionati, aperti, fondati su informazioni e conoscenze effettive. Politiche sociali efficaci ed eque potranno svilupparsi solo in un contesto politico che non esasperi contrapposizioni e criminalizzazioni, ma favorisca attenzione ai bisogni di ciascuno e di tutti, comprensione, solidarietà. Dice Massimo Cacciari: le democrazie autoritarie hanno bisogno di nemici. Le democrazie rappresentative sono accoglienti, non per buonismo, ma perché è la loro forza: sanno dialogare con l’altro. E questo è più forte di una parola solipsistica.

 

Nel messaggio di fine anno il presidente Mattarella ci ha opportunamente detto che “Sentirsi “comunità” significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri. Significa “pensarsi” dentro un futuro comune, da costruire insieme. Significa responsabilità, perché ciascuno di noi è, in misura più o meno grande, protagonista del futuro del nostro Paese. Vuol dire anche essere rispettosi gli uni degli altri. Vuol dire essere consapevoli degli elementi che ci uniscono e nel battersi, come è giusto, per le proprie idee rifiutare l’astio, l’insulto, l’intolleranza, che creano ostilità e timore. So bene che alcuni diranno: questa è retorica dei buoni sentimenti, che la realtà è purtroppo un’altra; che vi sono tanti problemi e che bisogna pensare soprattutto alla sicurezza”. Ma “la vera sicurezza si realizza, con efficacia, preservando e garantendo i valori positivi della convivenza”.

 

Gli articoli che seguono, e cui rinvio, compongono questo sesta uscita de Il punto di welforum offrendo sintetici confronti su quanto nelle singole aree delle politiche sociali era stato promesso nella campagna elettorale del 2018 e poi assunto nel contratto di governo e quello che è stato effettivamente programmato o realizzato nel corso del 2018, o trattato nella legge di bilancio 2019. Il punto quindi da cui per il 2019 si parte, e che via via aggiorneremo nei suoi svolgimenti e nei suoi sviluppi, che speriamo positivi.

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