Governo M5S-Lega: dalle promesse ai fatti, a che punto siamo

A cura dell’Istituto per la Ricerca Sociale

Migrazioni. A che punto siamo

Cosa è stato promesso

Nel contratto di governo si fa riferimento alla necessità di superare il Regolamento di Dublino e di ridurre la pressione dei flussi sulle frontiere esterne e il conseguente traffico di esseri umani. Si prevede la realizzazione di un più attento controllo dei costi per il sistema di accoglienza, anche mediante un maggiore coinvolgimento delle istituzioni pubbliche, volto ad eliminare l’infiltrazione della criminalità organizzata.

Il contratto di governo fa inoltre riferimento alla possibilità di effettuare una verifica certa e veloce del diritto allo status di rifugiato, anche mediante procedure accelerate e/o di frontiera. Si prevede l’individuazione di almeno una sede regionale di permanenza temporanea finalizzata al rimpatrio e la previsione di specifiche fattispecie di reato che comportino, qualora commessi dai richiedenti asilo, il loro immediato allontanamento.

Tra gli altri elementi citati vi sono: una maggiore implementazione degli accordi bilaterali, sia da parte dell’Italia sia da parte dell’UE, con i paesi terzi di transito e di origine in modo da rendere chiare e rapide le procedure di rimpatrio; la revisione della vigente normativa in materia di ricongiungimenti famigliari e sussidi sociali, al fine di garantire la loro effettiva sostenibilità rispetto alla condizione economica italiana; l’istituzione di un registro dei ministri di culto, volto anche a garantire una maggiore tracciabilità dei finanziamenti.

Cosa è stato fatto

Il primo provvedimento importante adottato dal governo giallo-verde è il cosiddetto Decreto Salvini, divenuto ormai Legge n. 132 del 1 dicembre 2018. Tale norma prevede l’abrogazione quasi completa della protezione umanitaria, e quindi della possibilità di tutela ai richiedenti asilo che presentino gravi condizioni di vulnerabilità. Nel provvedimento permane solo la possibilità di concedere permessi per gravi motivi di salute o per chi arriva da paesi colpiti da catastrofi naturali o per chi ha compiuto atti di particolare valore civile in Italia. A questo si accompagnano il raddoppio del tempo di trattenimento nei centri di detenzione (da 90 a 180 giorni), l’aumento dei fondi per i rimpatri (500 mila euro nel 2018, 1,5 milioni nel 2019 e altrettanti nel 2020), la possibilità di prevedere la detenzione alla frontiera, l’allungamento della lista dei reati che precludono la possibilità di ottenere asilo in Italia e il ridisegno del sistema di accoglienza. Quest’ultimo prevede che nei centri dello SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) siano accolti esclusivamente i titolari di protezione internazionale e i minori stranieri non accompagnati, escludendo quindi i richiedenti asilo e i titolari di protezione umanitaria, che verranno accolti esclusivamente nei CAS (Centri di accoglienza straordinaria) e nei CPA (Centri di prima accoglienza) e non potranno così accedere ai corsi di formazione professionale erogati dagli enti locali né essere coinvolti in progetti di utilità socialeSul tema si veda l’approfondimento realizzato dal Centro italiano per i rifugiati sulle novità introdotte dal Decreto sicurezza e immigrazione e sugli effetti che tali misure avranno sul sistema di accoglienza e sulla vita e i diritti delle persone in bisogno di protezione..

Secondo le stime effettuate dall’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, la riduzione del livello di protezione riservato ai richiedenti asilo, unita alle prevedibili difficoltà di rimpatrio, avrebbe come diretta conseguenza l’aumento degli stranieri irregolari senza permesso di soggiorno. Al 1° gennaio 2018 gli stranieri irregolari presenti in Italia erano circa 530 mila, numero destinato ad aumentare a 600 mila entro la fine del 2020. L’abrogazione della protezione umanitaria farebbe poi ulteriormente salire tale dato, che arriverebbe a raggiungere nel triennio le 670 mila (+26%) unità.

 

Il secondo provvedimento riguarda l’introduzione di un’imposta dell’1,5% sui trasferimenti di denaro verso i paesi extracomunitari, ossia su quei risparmi che gli immigrati inviano alle loro famiglie, prendendosene cura a distanza, attuando così una strategia alternativa al ricongiungimento famigliare.

 

Un terzo elemento indicativo della chiusura delle politiche migratorie del governo Conte riguarda la mancata adesione al Global Compact for Migration. Si tratta di un processo intrapreso dall’ONU e volto alla definizione di un approccio globale alle sfide poste dai flussi migratori attraverso l’adozione di un quadro finalizzato a garantire “migrazioni ordinate, sicure e legali”, pur riconoscendo ad ogni paese la sovranità nel determinare la propria politica migratoria.

Cosa prevede la Legge di Bilancio

La Legge di Bilancio, approvata il 30 dicembre 2018, prevede all’articolo 1 comma 286 l’incremento di 3 milioni di euro annui, a decorrere dal 2019, del Fondo nazionale per le politiche migratorie. Allo stesso tempo il comma 767 dà al Ministero dell’interno la facoltà di porre in essere processi di revisione e razionalizzazione della spesa per la gestione dell’accoglienza dei migranti per un ammontare almeno pari a 400 milioni di euro per il 2019, a 550 milioni per il 2020 e a 650 milioni annui a decorrere dal 2021, per un risparmio totale di 1,6 miliardi di euro nel triennioPer approfondimenti sugli effetti della Legge di Bilancio sull’accoglienza dei migranti si veda l’articolo di Orlando De Gregorio su Percorsi di Secondo Welfare.

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