Integrazione e sviluppo dei servizi sociosanitari

A cura dell’Istituto per la Ricerca Sociale

Integrazione sociosanitaria e livelli essenziali

Perchè la sfida ora è nei territori

Pubblichiamo l’intervento del presidente del Consiglio dell’Ordine degli Assistenti Sociali, Gianmario Gazzi, agli Stati Generali

 

 

Voglio cominciare con il ringraziare tutto l’Esecutivo partendo dalla Presidenza del Consiglio, ma permettetemi un grazie particolare al ministro Speranza, al viceministro Sileri e alla sottosegretaria Zampa perché in questi mesi difficili per tutti, per ora e per i giorni che verranno, il peso si è scaricato lì. Su un ministero, quello della Salute, che da anni ha visto un depauperamento delle forze.

 

Sarò sintetico, com’è sintetico il documento che abbiamo presentato, perché sono convinto che le cose da fare siano note.

Intervengo dopo colleghi che si sono definiti “figli di un Dio minore” e li contraddico perché i “figli di un Dio Minore” non sono seduti a questo tavolo, ma noi assistenti sociali siamo qui per rappresentarli. Rappresentiamo le persone con disabilità che non hanno ancora i centri diurni aperti, i minorenni che per mesi sono rimasti chiusi in casa, le persone anziane, con fragilità, sole, che non hanno avuto aiuti a domicilio e che ancora fanno fatica ad accedere ai servizi domiciliari perché nel nostro Paese manca un’integrazione socio sanitaria. Le politiche sociali vanno in una direzione e quelle della salute in un’altra. E nel mezzo ci sono le Regioni, i Comuni, le aziende sanitarie, i consorzi, il Terzo settore…

È arrivato il momento di dare attuazione a una vera integrazione e capire chi fa che cosa.

Dopo la fase più acuta dell’emergenza Covid-19, ora la sfida è passata dagli ospedali ai territori.

 

Lo slogan usato dal Governo è stato: nessuno deve rimanere indietro. Ebbene io faccio soltanto un esempio e dico che in questo momento però della struttura prevista dal Reddito di cittadinanza per rafforzare i servizi sociali e degli enti locali, oltre il 75% degli operatori – e non parlo soltanto di assistenti sociali, ma anche di educatori, psicologi, e altre figure professionali che dovrebbero interagire con il sistema salute – ha il contratto che scade a fine anno.

Abbiamo fondi non spesi dagli enti locali per il rinforzo dei servizi sociali e sociosanitari fermi dal 2018.

In questo Paese facciamo politiche a canne d’organo che di fatto penalizzano le persone in maggiore condizione di fragilità.

E neanche il virus ha colpito democraticamente, come qualcuno ha detto. Non è democratico neanche lui: chi stava male prima, ora sta peggio. E la conseguenza è l’aumento della rabbia sociale che già vediamo. Qualche giorno fa a Napoli, l’ennesimo episodio di violenza contro uffici e persone. Abbiamo una legge contro le aggressioni…approviamola subito, manca soltanto l’ok del Senato.

Quest’anno corre il ventennale della legge 328 del 2000. La cosiddetta “legge Turco” sulle politiche sociali. A 20 anni di distanza però non abbiamo ancora i livelli essenziali. Qualcuno mi deve dire come faccio a fare integrazione socio-sanitaria se da una parte, nella sanità, ci sono i livelli essenziali e dall’altra non mancano soltanto i livelli, ma anche i diritti essenziali. Io che sono nato e vivo a Trento ho diritti che chi nasce o vive in altri posti neanche si sogna.

La nostra Costituzione non lo ammette, lo Stato non deve ammetterlo.

 

Due cose per finire. Bisogna intervenire sulla formazione dei professionisti. Abbiamo ancora come punto di riferimento la legge 84 del 1993 che da allora non è più stata modificata. Ma chi si occupa di sociale, di socio-sanitario, chi lavora nelle RSA ha necessità di formarsi continuamente e di stare al passo con cambiamenti inevitabili.

Voglio chiudere ricordando tutti i miei colleghi che in questi mesi hanno retto un’onda fortissima. Eravamo negli ospedali, ma anche nei Comuni quando c’è stato da intervenire con i buoni alimentari. Ce li siamo inventati, praticamente da zero, facendo di tutto perché arrivassero a chi ne aveva bisogno. Ora, facendo tesoro anche di quello che abbiamo imparato con questa emergenza, dobbiamo definire i diritti sociali partendo da chi è più debole: bambini, persone con disabilità, anziani soli, chi ha problemi di dipendenze e di salute mentale. Per fare questo bisogna essere nel territorio e il territorio dev’essere integrato: basta con politiche che non tengono conto di dove vengono realizzate, basta con il taglio sui professionisti.

 

Soltanto una battuta: Abbiamo parlato, più del solito in questi mesi di tele medicina e di aiuti da remoto, a distanza. I nostri professionisti lavorano molto meglio da vicino e i loro interventi non si potranno mai fare con le stampanti 3D. Servono le persone, le persone formate, le persone capaci e competenti. Grazie

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.