La badante non basta più

A cura del Laboratorio di Politiche Sociali | Politecnico di Milano

Presentazione

Ormai fanno parte integrante della vita quotidiana di un milione di italiani. Svolgono compiti che solo una manciata di lavoratori «autoctoni» sono ancora disponibili a fare. Accompagnano gli ultimi anni di vita di molti di noi. Offrono un’alternativa assai apprezzata al ricovero in istituzioni residenziali la cui qualità lascia troppo spesso a desiderare.

 

L’assistente familiare – o la badante, come ci siamo abituati a chiamarla – è non solo la soluzione più conveniente sul piano dei costi, ma anche quella che sembra garantire, in molte situazioni, la qualità di vita migliore. Lo dicono i numeri, che segnalano come l’esercito delle badanti sia letteralmente esploso nell’ultimo decennio. Lo dice anche il dibattito pubblico, attraverso cui queste lavoratrici hanno guadagnato uno status speciale, che le riconosce «meritevoli» di restare nel nostro Paese anche se molte di loro (diverse centinaia di migliaia) sono sprovviste del permesso di soggiorno. Anche i politici più inferociti contro l’immigrazione non osano infatti toccarle!

 

Il «low cost» della cura è il risultato del loro sfruttamento intensivo: una paga oraria ridotta al minimo, l’obbligo di essere presenti 24 ore per 7×7 giorni alla settimana, lo spettro del licenziamento dietro l’angolo in caso di malattia o di invalidità anche temporanea, l’assenza di un contratto di lavoro che copra le ore lavorate, la sicurezza quasi matematica che la disoccupazione arriverà presto (in media ogni due anni) quando la persona assistita morirà o si aggraverà tanto da richiedere cure più specializzate.

Per le famiglie italiane, per le politiche sociali del nostro paese, per il dibattito pubblico, questi non sono problemi. Vista dal punto di vista del beneficiario/datore di lavoro, la badante è convenienza pura e al tempo stesso qualità (quasi) assicurata. Lo Stato non solo approva limitando a zero i controlli ma addirittura sostiene, indirettamente, corrispondendo ai nostri invalidi totali un’indennità mensile, liberamente spendibile per retribuire – in bianco o in nero non fa differenza – queste lavoratrici. Una soluzione all’italiana, in cui una mano dà senza vedere, e l’altra rinuncia volentieri a qualsiasi controllo.

Tutto bene, dunque, almeno sino a quando l’offerta di badanti si terrà elevata? Non proprio. Qualche trave, sotto il pavimento lastricato dalle buone convenienze, in realtà scricchiola, e non si tratta di semplici assestamenti. La crisi economica ha infatti colpito duro. Per molti anziani fragili la badante a 800-1000 euro al mese è diventata un costo proibitivo. I figli possono concorrere, ma nel frattempo sono aumentati anche i costi delle cure sanitarie, dei farmaci, della riabilitazione, e via dicendo. Le 515 euro mensili dell’indennità di accompagnamento vanno bene per chi ha bisogni limitati, ma non per chi ha necessità di una cura continua. In tutta Europa, ai disabili gravi viene garantita una protezione più generosa, non totale ma equilibrata rispetto al bisogno di cura. In Italia, invece, diamo poco più di 500 euro sia a chi ha qualche problema di deambulazione sia ad un malato di Alzheimer che necessita di vigilanza continua, sia diurna che notturna. E la stessa cifra viene data sia ad un pensionato d’oro che ad una vedova che sopravvive grazie alla reversibilità del marito. Anche la qualità della badante non è sempre garantita.

In assenza di un sistema di accreditamento delle competenze e di una qualificazione specifica, la scelta della badante è sempre un punto interrogativo. Le famiglie la scelgono sulla base del passaparola e pregano che la scommessa funzioni.

Dal canto loro, le lavoratrici non hanno modo di costruire un loro cv, devono ricominciare sempre da capo, e non sanno come far valere la qualità che sanno mettere nel loro lavoro. Più che un mercato in cui qualità e costi sono trasparenti, quella delle badanti è una lotteria in cui è il più debole, ovvero l’anziano fragile, a rischiare maggiormente.

 

Ma c’è di più. Con la crisi i governi hanno bloccato le frontiere anche per le badanti. Va bene essere meritorie ma per favore non chiedeteci di darvi il permesso di soggiorno. Dal 2012 non ci sono sanatorie, né vengono stabilite le quote annuali che hanno consentito, in passato, la chiamata e l’ingresso ufficiale nel paese delle lavoratrici già all’opera nelle case degli italiani. Abbiamo chiuso le frontiere ufficiali, e costringiamo quindi l’esercito silenzioso delle badanti a restare dentro i nostri confini in una situazione di semi-clandestinità.

Certo, ci conviene. Se le regolarizzassimo, costerebbero di più. E lo Stato dovrebbe intervenire. Ma anche così facendo, siamo davvero disposti a tollerare che diverse centinaia di migliaia di lavoratrici straniere lavorino nel nostro paese, entrino nelle nostre case, restando in condizioni di irregolarità costante? Siamo disposti ad accettare che un sostegno alla cura dei disabili erogato dallo stato venga usato sistematicamente per alimentare un enorme mercato nero? E sino a quando tutto ciò resterà sostenibile, se le tendenze demografiche sono quelle annunciate?

 

Ecco perché oggi la badante non basta più. Non basta più alle condizioni in cui la costringiamo a lavorare. Abbiamo bisogno di questi lavoratori, non ne possiamo fare a meno. Ma dobbiamo creare un sistema che renda questo lavoro sostenibile, sia per noi che loro.
È questa la sfida che lanciamo nel nostro Punto di Welforum. Il messaggio è il seguente: cambiare non è solo necessario, ma anche possibile con uno sforzo limitato da parte delle finanze pubbliche. Quello che serve è un cambiamento nelle regole del gioco, che premi i comportamenti virtuosi senza vincolare la libertà delle persone.

Le risorse, in buona parte, ci sono già. L’indennità di accompagnamento costa allo stato circa 12,5 miliardi di euro ogni anno, e viene distribuita, a importo fisso, ad oltre 2 milioni di persone. Per cambiare basterebbero due semplici mosse:

  1. Stabilire un protocollo inoppugnabile e valido in tutto il Paese che stabilisca, sulla base di criteri e procedure certe, il grado di invalidità di ciascuno. Non solo si stroncherebbe così il fenomeno dei falsi invalidi, ma si potrebbe usare il nuovo sistema per dare qualche beneficio in più alle persone con grave o gravissima disabilità senza più timore di favorire i soliti abusi. Si tratta di superare l’iniquità verticale del sistema attuale e riconoscere – come già avviene nel resto d’Europa – un aiuto supplementare a chi ha necessità di cura gravi ed improrogabili;
  2. Dare i soldi dell’indennità non in modo incondizionato ma richiedendo, per chi ne ha necessità, l’assunzione regolare della badante (o il reperimento di servizi professionali accreditati). L’indennità potrebbe diventare, per chi la richiede e in cambio di un premio economico, lo strumento per regolarizzare la lavoratrice di cura, offrendole un minimo di diritti in più e al tempo stesso garantendo al datore di lavoro/beneficiario una qualità minima della cura mediante sistemi leggeri di certificazione della badante e di matching tra domanda e offerta. Tutti ne trarrebbero dei benefici: i lavoratori uscirebbero finalmente dal limbo della semi-clandestinità, i disabili e le loro famiglie otterrebbero una qualità dei servizi più elevata e garantita, e lo Stato potrebbe ottenere qualche centinaia di migliaia in più di lavoratori occupati regolarmente.

Potrebbe essere, insomma, un gioco in cui tutti hanno da guadagnarci. Rendendo più civili sia le condizioni di vita dei nostri disabili gravi che quelle delle loro badanti.

Commenti

E’ opportuno prevedere una differenziazione dell’indennità di accompagnamento anche in relazione al reddito familiare della persona invalida.

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Articolo molto interessante, apre il ragionamento a svariati argomenti. Come garantire a tutti di coprire il costo della badante? Si è detto del costo diretto, stipendio, ma se abbiamo bisogno della persona giorno e notte bisogna anche disporre di un alloggio sufficientemente ampio e adeguato. Chi controlla le badanti? Nella mia piccola realtà dei controlli ci sono, ma certo parziali e insufficienti ad affermare che “stanno tutti bene”. Quindi si propone di creare un accreditamento ufficiale, con referenze, formazione, giudizi dei precedenti datori di lavoro,… ovvero normare tale figura. Bene. Ma con quali rischi conseguenti? Non per sfiducia ma per senso critico, il fenomeno a cui si assiste negli ultimi 20 anni (opinione personale) è che le norme stanno diventando sempre più complesse e articolate. Quando studiai le prime norme a 20 anni, erano articolate in 2/3 pagine di media. Al punto che i giuristi, per loro stessa ammissione, potevano conoscerle (almeno quelle di uso frequente) pressoché a memoria. Ora le prime 2/3 pagine sono riservate solo per specificare a chi va applicata la tal norma e con quali eccezioni, o in quali casi e di nuovo con quali eccezioni. Il rischio, insomma, è di immobilizzare tale risorsa sotto montagne di carte al punto da renderlo inagibile per la maggior parte delle famiglie che dovrebbero optare, a questo punto, per soluzioni alternative (me lo prendo in casa o lo inserisco in una struttura). Quindi manteniamo tutto come sta? Assolutamente no. Però bene sarebbe fossero i tecnici del settore a produrre un ragionamento, atto a produrre delle idee realmente applicabili. Creare uno strumento elastico e pratico, che possa soddisfare i bisogni di tutti (anziani, “badanti”, familiari, agenzia delle entrate…). Inoltre si dovrebbe iniziare a pensare a delle realtà ibride. Ovvero. O a casa murato dentro con la mia badante. O in struttura con altre persone e il personale della struttua. E se invece iniziassimo a pensare a delle soluzioni che siano sia comunitarie che personali? Già esiste qualcosa del genere, un condominio con mini alloggi e ampi spazi comuni, e la presenza di alcune addette. Certo che nelle condizioni più estreme (persona totalmente allettata) non sarebbe percorribile. Ma se pensiamo alla maggior parte delle situazioni, ecco che i famosi 500€/mese pro capite dedicati all’assistenza dell’anziano, moltiplicato per un numero relativamente ridotto, potrebbe garantire l’assistenza necessaria a una certa cerchia di anziani senza che nessuno vi rimetta particolarmente. Ovvero non sarebbe come avere ognuno la sua badante dedicata, ma significherebbe più facilità di accesso a tale servizio, a costi più contenuti, con anche più garanzie per le operatrici. E la tecnologia (odiata, amata, dagli anziani spesso non compresa e quindi temuta) potrebbe correre in supporto a quelle apparenti difficoltà date dalla “presenza condivisa” di una assistente familiare. Si ipotizzi un bacino di 6/8 persone fragili, ognuno che vive in un proprio alloggio, con necessità similari tra di loro, che vivono nello stesso rione (meglio se la stessa strada o poco più). Un paio di badanti durante la fase della giornata, una terza per la notte, e un controllo da remoto (telecamere e sensori, oltre a microfoni e altoparlanti). Una bozza di idea che potrebbe essere sviluppata a vari livelli. Il concetto, per chiudere, è lo stesso che ha dato vita al concetto di housing sociale. Una spesa talmente impegnativa e complessa per cui il singolo ente/azienda non è più in grado di provvedervi in toto da solo; si creano quindi delle alleanze in cui soggetti diversi contribuiscono e ognuno trova un proprio vantaggio , riuscendo soprattutto a dare alla fine una risposta di gran lunga migliore di quanto possa il singolo, soprattutto di questi tempi. In questo caso quindi si tratterebbe di creare un progetto in cui si uniscono utenti e badanti,enti pubblici e terzo settore, tecnologia e logistica, formazione e supervisione e scherzosamente lo si potrebbe chiamare “Stattene tranquillo e sicuro a casuccia tua /social” (tanto per rendere l’idea).

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