La badante non basta più

A cura del Laboratorio di Politiche Sociali | Politecnico di Milano

Gli anziani soli del Giambellino, se la famiglia è la badante

Vivono nelle case popolari, lontani dalla loro famiglia e spesso accuditi solamente dalle badanti. Sono gli anziani del Giambellino, quartiere nella periferia ovest di Milano dove un abitante su tre ha più di 65 anni. Una fascia di popolazione fragile di cui fanno parte anche i cosiddetti «anziani soli», il 20 per cento dei residenti secondo un rapporto di Regione Lombardia, Aler e Comune di Milano. I numeri però non danno l’idea di come vivono e si rapportano tra loro assistenti familiari e abitanti storici. Per conoscerli bisogna bussare di portone in portone.

 

Al civico 143, in fondo a via Giambellino, c’è uno dei caseggiati più belli della zona. «Sono case popolari di lusso», scherza il portinaio. La signora Diana, 78 anni,  vive qui da oltre quarant’anni e ha comprato il suo alloggio con i risparmi messi da parte grazie alla carriera da infermiera. A seguirla ogni giorno c’è Daniela, 46 anni, badante rumena da quattordici anni in Italia. «Ci abbiamo messo un po’ prima di andare d’accordo – confessa – quando ho cominciato a vivere qui la signora Diana la vedeva come un’invasione dei suoi spazi. Poi si è abituata all’idea: tempo e pazienza risolvono tutto». Daniela spiega che la parte complicata del suo lavoro, per cui ha anche la qualifica di operatore socio-sanitario (Oss), è venire incontro alle esigenze delle persone. «Spesso si ha a che fare con anziani testardi sia per carattere che per l’età, bisogna sapere scendere a compromessi ogni giorno. Ad esempio con le pillole da prendere è sempre una lotta e anche farle usare la carrozzina è difficile». C’è però anche molta collaborazione sostiene l’anziana. «Facciamo lunghe passeggiate, Daniela mi porta di frequente in chiesa e mi accontenta in tutto soprattutto in cucina», sorride Diana. L’aiuto reciproco si vede anche nella disponibilità della signora ad accogliere in visita i figli della badante. «Mi ha permesso di farli venire sotto Natale, li ho lasciati al padre che avevano pochi anni e me li sono ritrovati già ragazzini».

 

Nello stesso caseggiato di Diana e Daniela vive Liliana, 88 anni, che divide casa con Patrizia, badante di origini ecuadoregne. Rimasta vedova la «signora Lili» – come preferisce farsi chiamare – è stata affidata dalle due figlie alle cure della quarantenne. «Cerco di mantenerla il più attiva possibile: non solo televisione ma anche parole crociate e uscite», spiega, «Le difficoltà ci sono: bisogna ripetere le frasi, cercare di capire quando perde lucidità o è in stato confusionale. In un certo senso è come prendersi cura di dei bambini». Patrizia segue Lili da due anni e dal suo racconto emerge una routine precisa: la mattina la sveglia presto, poi le medicine, la tv e l’uscita finché le gambe reggono. «Dormo sul divano in salotto e mi occupo anche delle faccende  di casa. Per fortuna la famiglia di Liliana è molto collaborativa. Le figlie e  i nipoti la vengono a trovare di frequente e anche se vive solo con me non ha la sensazione di essere completamente abbandonata». Per Patrizia però manca una rete esterna alla famiglia. «È il problema di quasi tutti gli anziani con cui ho lavorato. Soprattutto in questo quartiere complicato mancano punti di riferimento e amicizie che allevierebbero di molto la solitudine».

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