La badante non basta più

A cura del Laboratorio di Politiche Sociali | Politecnico di Milano

Ludmilla, da badante a homeless: «L’Italia era la mia America»

«Non posso permettermi nemmeno il caffè». Comincia davanti a una tazzina di espresso il racconto di Ludmilla, badante di 48 anni, diventata homeless dopo aver perso il lavoro. La incontriamo in un bar del centro a Milano. Sorride, si presenta, cerca di spiegare come è arrivata a vivere nel centro di accoglienza di viale Ortles. «In mezzo a chi soffre davvero», dice. Gli occhi azzurri tradiscono una grande stanchezza. «Vengo da un paesino nell’entroterra dell’Ucraina dove non ci sono strade asfaltate – racconta -. Sono arrivata in Italia sedici anni fa lasciando tutto. Non è stata una scelta: non c’era lavoro e come sarta per calzature guadagnavo troppo poco. L’Italia era un mito, un po’ come l’America».

 

Ludmilla spiega di aver sempre lavorato nel nostro Paese. Ha imparato a leggere e a scrivere in italiano e ha iniziato a prendersi cura degli «anziani degli altri». Il periodo da badante è stato il più sereno della sua vita. «Ho sempre avuto ottimi rapporti con le famiglie. Una volta i figli del signore che seguivo mi hanno portata anche al mare con loro. Voi italiani siete bravi a far sentire a proprio agio le persone e se lavori bene sei apprezzato». Negli ultimi mesi del 2016 però sono arrivati i problemi di salute. «Sono caduta mentre spingevo una signora sulla carrozzina. Da lì una complicazione alla schiena ha spinto la famiglia per cui lavoravo a mandarmi via. Mi sono ritrovata in strada da un giorno all’altro. Avevo una casa a Monza ma non potendo più pagare l’affitto sono stata costretta ad andarmene». Così Ludmilla, su consiglio di alcuni operatori del Terzo settore, si è rivolta al centro di viale Ortles, la Casa dell’Accoglienza Enzo Jannacci. Qui, al civico 69, si ritrovano italiani, stranieri, anziani, giovani e donne senza fissa dimora. Per Ludmilla la nuova realtà è stata uno shock. «Divido la stanza con altre tre donne – spiega -. Una ragazza russa ex eroinomane, una signora rumena e una cinese che piange e urla quasi ogni giorno. Appena posso esco. Non ci si aiuta, ognuno è chiuso nei suoi problemi. Le poche cose che ho, qualche vestito e un cellulare per sentire i parenti, le porto sempre con me». Del suo lavoro di badante ha nostalgia. «Mi sono presa cura di diversi nonni”,  dice, “li vestivo, cucinavo per loro e confesso che mi sentivo di casa soprattutto quando alloggiavo dalle famiglie. Ho sempre fatto tutto in regola e ho pagato i contributi, sentivo di avere un mio ruolo». Anche se gli affetti erano lontano più di mille chilometri.

In Ucraina Ludmilla ha lasciato l’ex marito, il figlio di 26 anni e il padre malato. «Finché ho potuto ho continuato a mandare i soldi a casa. Buona parte degli 800 euro che guadagnavo al mese sono serviti per far studiare Alex. Farà il medico e si è sposato da poco», dice con orgoglio.

 

Le chiediamo se a casa sanno della sua condizione. «Ho detto solo che non ho il lavoro ma che ho trovato dove stare, non voglio farli preoccupare», taglia corto.  Alla domanda se sta cercando o meno un impiego risponde ferma. «Non ho mai smesso. Però per fare la badante funziona molto il passaparola, devi sempre chiedere se qualcuno ha bisogno. Purtroppo é un lavoro che é sempre a tempo determinato, continui per due o tre anni e poi si cambia.  Ma non ho appoggi adesso». L’idea di Ludmilla è quella di rimanere a vivere in Italia ma confessa di voler tornare a casa per  stare con la sua famiglia. «Adesso che non ho più niente qui anche le colline ucraine mi sembrano più belle».

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.