La badante non basta più

A cura del Laboratorio di Politiche Sociali | Politecnico di Milano

Come rendere conveniente il Budget di cura. Intervista a Chiara Saraceno

Chiara Saraceno è una nota sociologa e studiosa della famiglia e dei sistemi di welfare. Le abbiamo chiesto un’opinione sulla proposta di riforma dell’Indennità di Accompagnamento presentata sul Punto di Welforum. Il colloquio ha consentito di evidenziare i punti di forza e di debolezza della proposta, e anche di identificare possibili integrazioni.

Professoressa Saraceno, quali ritiene siano i punti di forza della proposta?

«Si tratta di una proposta ragionata, sufficientemente modulare e realistica. Vedo due aspetti positivi. In primo luogo, si propone una graduazione del sostegno a seconda del grado di disabilità. Questa innovazione consentirebbe di superare la profonda iniquità del sistema attuale, che attribuisce a tutti la stessa tutela senza considerare che i bisogni sono differenziati. In secondo luogo, la proposta incentiva la crescita dei servizi. Da un lato promuove l’appropriatezza della cura, che è massimamente garantita da servizi verificati e accreditati. Dall’altro contribuisce, sostenendo la creazione di un mercato dei servizi, ad incrementare l’occupazione nei servizi. La cura oggi è un settore importante per la crescita dell’occupazione. Nelle aree povere di servizi, come il Mezzogiorno, la misura proposta potrebbe incentivare nuovi attori, come le cooperative sociali, a fornire servizi di cura, magari accompagnati da ulteriori supporti all’offerta di servizi. Gli Ambiti Territoriali potrebbero essere coinvolti in questa opera. La proposta, nel suo complesso, consentirebbe quindi di cogliere i classici “due piccioni con una fava”: garantire maggiore appropriatezza della cura e creare occupazione aggiuntiva».

Vede dei punti deboli?

«Il rischio maggiore è che “piova sul bagnato”, ovvero che le famiglie di ceto sociale più modesto continuino a preferire l’opzione dell’assegno di cura e rifiutino l’opzione del budget di cura.  Potrebbe capitare, insomma, così come è accaduto in Germania, dove le famiglie a più basso reddito hanno continuato a preferire l’opzione del trasferimento monetario svincolato anziché un budget più ricco ma utilizzabile solo per acquistare servizi a causa del costo elevato dei servizi stessi. Si finisce per preferire la prima soluzione perché il mercato informale garantisce più ore di cura, quindi una maggiore copertura del bisogno. Per le famiglie più povere, l’assegno consente anche di integrare il modesto bilancio familiare. Su questo punto la riforma, se venisse implementata, dovrebbe essere monitorata attentamente ed eventualmente corretta».

 

A richiedere soprattutto un aumento del supporto economico ai disabili sono molte associazioni dei disabili. Secondo lei è una richiesta legittima?

«È legittima nella misura in cui denunciano la scarsità di tutela offerta dai servizi attuali. La richiesta è di disporre di una somma economica più elevata perché si pensa con più soldi di poter gestire i servizi con maggiore flessibilità. Empowerment, tuttavia, non significa dare più soldi ai disabili perché si auto-organizzino da soli, ma piuttosto dare loro la possibilità di ricorrere ud una pluralità di cure appropriate».

 

Ci sono aspetti importanti che rischiano di essere ignorati dalla proposta?

«Vedo tre aspetti importanti e che potrebbero essere integrati. Le persone disabili devono spesso sostenere delle spese extra una tantum, come ad esempio il rifacimento di un bagno o l’acquisto di attrezzature. Si potrebbe prevedere che sia messo a disposizione un budget una tantum per queste spese, sotto forma di voucher. In generale, per ridurre il rischio che le famiglie ricorrano all’Assegno di cura bisognerebbe prevedere un ampio ventaglio di servizi, che includa anche l’acquisto una tantum di presidi. A patto naturalmente che, così facendo, non si riducano le responsabilità che competono al SSN.  Servono anche un controllo e un monitoraggio costante delle situazioni di disabilità e dell’appropriatezza dei servizi. Una volta all’anno dovrebbe essere ripetuta una visita domiciliare a tutti i beneficiari della nuova misura, non solo per accertare le condizioni sanitarie ma anche e soprattutto per verificare lo stato di bisogno e l’appropriatezza della cura prestata.  Un ultimo aspetto importate è l’offerta di servizi di respite, che consenta ai caregiver familiari una tregua nell’attività di cura. C’è, più in generale, la necessità di una considerazione attenta del caregiver familiare. A cui non va data tanto una somma di denaro, come viene proposto oggi, quanto una gamma ampia e diversificata di servizi e sostegni, che consentano anche una sospensione temporanea dell’attività di cura. La legge proposta di recente sui caregiver familiari, se è imperniata solo su un riconoscimento finanziario del lavoro di cura, rischia infatti di trasformare un caregiver informale in un lavoratore senza diritti e senza contratto».

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