Separati a scuola

A cura del Laboratorio di Politiche Sociali | Politecnico di Milano

Presentazione

La scuola non è aperta a tutti

L’articolo 34 della Costituzione Italiana si apre con questo enunciato: “La scuola è aperta a tutti”. Una frase lapidaria che indica il principio fondamentale secondo il quale l’accesso alla scuola deve essere universalistico, evitando, tanto nelle procedure di accesso quanto nei contenuti e nei metodi di insegnamento, qualunque discriminazione. Che la scuola italiana, soprattutto quella dell’obbligo, sia aperta a tutti sembra un fatto acquisito. È meno scontato, tuttavia, che tale apertura sia ovunque la stessa. Nel dove si accede – in quale istituto scolastico, con quali insegnanti e con quali compagni di scuola – la discriminazione, infatti, purtroppo ricompare, nascosta (neanche tanto) nelle modalità e nelle procedure di accesso. Non tanto perché si neghi tout court l’accesso alla scuola (il che fortunatamente non avviene, salvo casi sporadici), quanto perché accade che persone con background sociali e/o etnici diversi entrino nella scuola da accessi differenti e separati. Configurando un mondo scolastico in cui si distinguono scuole (e dunque anche studenti) di serie A e scuole (e corrispondenti studenti) di serie B.

 

La scuola è “aperta a tutti” non solo per attribuire a tutti “i capaci e meritevoli, anche se sprovvisti di mezzi, il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi” (come recita di nuovo l’articolo 34 della Costituzione), ma anche perché così facendo la scuola contribuirebbe a ridurre le disuguaglianze di partenza e a promuovere l’inclusione sociale. La scuola è la prima e fondamentale agenzia sociale del nostro paese, la più capillare e la meglio radicata nei molteplici territori che compongono la nostra variegata struttura socio-economica. È presente dappertutto: nei quartieri bene delle grandi metropoli, nelle periferie più dimenticate, nell’indefinito tessuto delle vaste aree suburbane. Una presenza diffusa, che dovrebbe attenuare sia le forti (e crescenti) disuguaglianze sociali ed economiche che le diversità culturali, etniche e territoriali.

Sappiamo già che non è così. I motivi sono vari e sono stati già ampiamente evidenziati dagli studi sul mondo della scuola, sul ruolo degli insegnanti, sui metodi educativi, sull’importanza del background familiare per la riuscita scolastica. In questo PUNTO ci concentriamo su un aspetto che precede quanto accade dentro la realtà scolastica e che riguarda l’accesso alla scuola. Ci concentriamo, cioè, proprio sul tema della “scuola aperta a tutti”, riprendendo il dettato costituzionale.

 

Se la scuola è aperta a tutti, ogni singola scuola risulta invece, di fatto, aperta solo a qualcuno. Dentro il sistema educativo pubblico troviamo: scuole frequentate solo (o quasi soltanto) dai figli della borghesia illuminata; scuole frequentate da ragazzi di periferia; scuole miste dove ragazzi di diversa provenienza si mescolano più o meno volentieri; scuole a forte presenza di stranieri; scuole dove gli stranieri non ci sono; scuole a cui tutti vorrebbero andare e con lunghe liste di attesa; scuole da cui si fugge perché percepite come ambienti a rischio. Accesso alla scuola garantito per tutti, certamente; ma accessi invece separati, da cui si passa a scuole, gruppi classe, percorsi formativi distinti e, usando una espressione solo apparentemente troppo forte, segregati.

Quando gli accessi sono separati e gli studenti sono selezionati sulla base di caratteristiche sociali, etniche indipendenti dal merito e dalle capacità potenziali, si parla infatti, utilizzando una terminologia crudamente tecnica, di segregazione scolastica. Un fenomeno che identifica il fatto che persone con caratteristiche socialmente omogenee si ritrovano, forse non casualmente, nella stessa scuola, nella stessa classe, a seguire la medesima carriera scolastica.

 

Si potrà pensare che la segregazione nella scuola rifletta quella del territorio. Siccome la scelta della scuola ubbidisce ad un criterio di prossimità, soprattutto per la scuola dell’obbligo, è giocoforza che la scuola rifletta le disuguaglianze e gli squilibri presenti nei territori. Se fosse così dovremmo parlare di segregazione territoriale e spaziale, e vedere se la scuola sia in grado, eventualmente, di contrastarla. Purtroppo, non è così. Gli studi presentati in questo PUNTO raccontano, forse per la prima volta nel dibattito pubblico italiano, una storia diversa. In sintesi, mostrano che nella scuola la segregazione, ovvero la separazione tra gruppi sociali diversi, è notevolmente più forte che nei territori. Che gli accessi al mondo della scuola non si limitano a riprodurre le fratture già esistenti nella società, ma le approfondiscono, le scolpiscono, le scavano trasformandole in solchi profondi che rendono assai arduo ogni tentativo successivo di superamento. Questo è il fatto eclatante: dentro la scuola pubblica si creano dei ghetti sociali, che così si cristallizzano e si riproducono nelle generazioni successive. Così facendo, la scuola tradisce il mandato costituzionale: è formalmente aperta a tutti, ma costruisce accessi e canali separati.

A cosa è dovuto questo esito disastroso? Le cause sono naturalmente molteplici. In questo PUNTO non vogliamo soffermarci sulle supposte responsabilità interne di chi opera nel mondo della scuola. Generalmente, quando si parla di segregazione scolastica, gli insegnanti (nonché i dirigenti scolastici) si sentono immediatamente chiamati in causa, e cominciano ad enumerare le numerose difficoltà – d’ordine economico, organizzativo, culturale – contro cui devono quotidianamente combattere. L’ipotesi da cui muoviamo è tuttavia diversa: che la segregazione scolastica sia  determinata da un assetto regolativo di cui studenti, insegnati e dirigenti scolastici sono in gran parte vittime incolpevoli. I colpevoli non stanno nella scuola, ma fuori di essa, nelle regole del gioco.

 

I principali imputati sono due. Il primo è il sistema di regole che disciplina, da vari anni, l’accesso alla “scuola aperta a tutti”. Sino agli anni settanta, l’accesso alla scuola elementare e media dipendeva strettamente dal luogo di residenza. Le scuole erano localizzate dentro bacini scolastici disegnati in modo da ridurre la distanza geografica tra casa e scuola. Dagli anni ottanta, si è invece introdotto il principio della libertà di scelta: ciascun ragazzo ha diritto di frequentare la scuola che preferisce, indipendentemente dal bacino scolastico di residenza. Per alcuni la libertà di scelta era il modo per combattere la ghettizzazione nelle periferie, consentendo a chi vive in quei territori di correre verso le scuole del centro. Sono tuttavia innumerevoli gli studi internazionali che mostrano come il diritto di scelta sia esercitato in modo selettivo: sono i più ricchi, quelli con maggiore istruzione e capitale sociale, a sapere e voler scegliere; mentre i figli delle classi sociali più povere e meno istruite finiscono per “non scegliere” la scuola più vicina. Se la libertà di scelta ha scatenato una corsa verso la “scuola migliore”, essa tuttavia ha interessato solo i ricchi e la classe media, consentendo a questi di sottrarsi alle scuole di periferia, alle scuole a forte componente etnica, alle scuole inevitabilmente miste, per involarsi verso le scuole “dei migliori”, che spesso sono però anche quelle dei privilegiati.

 

C’è però un secondo colpevole: il modo in cui è stata disegnata l’autonomia scolastica.  Dagli anni novanta le scuole hanno guadagnato una certa autonomia manageriale, che convive tuttavia con una totale dipendenza finanziaria dal centro. I margini di autonomia delle scuole sono scarsi, soprattutto in anni in cui il finanziamento alle scuole è drasticamente diminuito. Essa si gioca in gran parte nella capacità di attrarre più studenti. Più studenti significa più classi, più insegnanti, spazi migliori, più programmi e più finanziamenti opzionali. Alla libertà di scelta fa così da contraltare, da parte delle scuole, la ricerca dell’attrattività a tutti i costi. Talvolta per crescere, o anche solo per sopravvivere. E chi si attrae? Si possono attrarre, infatti, solo le popolazioni “mobili”, ovvero quelle categorie sociali di classe media e superiore che praticano la libertà di scelta, e che quindi selezionano, sulla base di un qualche elemento di comparazione, tra scuole alternative. Nella difficoltà di poter valutare la qualità degli insegnanti o dei metodi scolastici, ci si affida a criteri approssimativi, quali la qualità dell’edificio o delle attrezzature (la palestra…), oppure, più frequentemente, la composizione sociale ed etnica della popolazione scolastica. Nella difficoltà di reperire informazioni utili, si osserva con grande attenzione chi sono i futuri compagni di scuola del proprio figlio, consapevoli che questo aspetto conta non solo per la qualità delle relazioni sociali, ma anche sulla sua riuscita scolastica, e dunque sul suo futuro.

 

Insomma, la segregazione scolastica è il frutto di una regolazione pubblica che ha gradualmente interpretato il dettato costituzionale della “scuola aperta a tutti” come se esso significasse trasformare i meccanismi di accesso alla scuola in un mercato, in cui una massa di liberi consumatori possono confrontare le diverse offerte disponibili ed indirizzarsi verso quella migliore. Per alcuni, il mercato e la competizione tra scuole sarebbe la migliore ricetta per promuovere, tramite meccanismi emulativi, la qualità e l’efficienza. Come mostriamo in questo PUNTO, il “mercato scolastico” finisce invece più spesso per premiare i consumatori più attivi e per discriminare quelli con minori risorse economiche e culturali.

Quali sono gli effetti più visibili di questa situazione? La conseguenza più evidente è emersa negli ultimi anni quando, a fronte di una notevole contrazione della popolazione scolastica di origine italiana dovuta alla caduta dei tassi di natalità, è aumentata notevolmente la componente straniera, spinta dai flussi migratori degli ultimi venti anni e dalla maggiore fertilità delle donne straniere residenti in Italia. Ne è conseguita una forte etnicizzazione della popolazione scolastica. A Milano, ad esempio, la quota di bambini stranieri iscritti alla scuola dell’obbligo raggiunge oggi il 20%. La scuola è ovviamente aperta a questi bambini, ma gli accessi sono notevolmente differenziati. Mentre in alcune scuole la quota di stranieri è inferiore al 5%, in altre rasenta e supera il 50%. L’esito del combinato disposto “competizione tra scuole ed esercizio del diritto di scelta” è così un rischio aumentato di avere scuole ghetto, cui accedono solo (o quasi) stranieri, oppure solo (o quasi) italiani. Un risultato che limita molto, come abbiamo detto, la valenza del dettato costituzionale dell’articolo 34. E che è in gran parte l’esito della fuga, da parte delle famiglie italiane di ceto medio, dalle scuole multietniche.

 

Se la scuola è il presidio territoriale più diffuso e capillare del nostro sistema di welfare, il problema della segregazione scolastica dovrebbe interrogare tutti quanti. Perché la strategia di risposta passa certamente attraverso le scuole, ma non solo. Non si tratta esclusivamente di garantire qualità formativa anche alle scuole a maggiore concentrazione di studenti svantaggiati o a rischio di discriminazione, ma anche di prevenire il fatto attraverso vere e proprie politiche di de-segregazione. Queste ultime sono necessarie perché le scuole e gli insegnanti, lasciati da soli, non sono in grado di contrastare un fenomeno che ha profonde origini sociali ed economiche, oltre che dettate dal disegno istituzionale delle procedure di accesso. Si tratta dunque di costruire una politica scolastica di tipo territoriale, finalizzata ad indirizzare le scelte delle famiglie e la competizione tra le scuole verso l’obiettivo di una più equa ed equilibrata distribuzione degli accessi. In questo Punto di Welforum ospitiamo diversi interventi che provano a ragionare su queste strategie. Volte a ricostruire le condizioni per una scuola effettivamente, e non solo retoricamente, “aperta a tutti”.

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