Verso un welfare più forte, ma davvero coeso e comunitario?

A cura dell’Istituto per la Ricerca Sociale

1.2. Povertà mai così alta negli ultimi 15 anni

Lo avevamo già anticipato a marzoA tal proposito si veda l’articolo di Daniela Mesini ed Eleonora Gnan, Impennata della povertà assoluta, pubblicato su Welforum il 7 marzo 2021. analizzando le stime preliminari diffuse dall’ISTAT relative agli effetti della pandemia sulle condizioni di vita delle famiglie italiane, e ora lo possiamo confermare: nel 2020 la povertà assoluta si è impennata raggiungendo il livello più elevato dal 2005. È quanto emerge dalla versione definitiva delle statistiche sulla povertà pubblicata dall’ISTAT lo scorso 16 giugno, contenente peraltro anche i dati inerenti alla povertà relativa assenti nelle stime preliminari.

 

 

Peggiora la situazione delle famiglie con minori, specie al Nord

I dati definitivi dell’ISTAT confermano sostanzialmente le stime provvisorie: nel 2020 sono oltre 2 milioni le famiglie italiane in povertà assoluta, per un totale di 5,6 milioni di individui, ben un milione in più rispetto al 2019, passando da un’incidenza sulla popolazione dal 7,7% al 9,4%. Al contrario, l’intensità della povertà assoluta – ossia quanto la spesa mensile delle famiglie povere sia mediamente al di sotto della linea di povertà – registra una riduzione dal 20,3% del 2019 al 18,7% del 2020 in tutte le ripartizioni geografiche. L’ISTAT sottolinea come tale dinamica sia evidentemente frutto, oltre che di una riduzione della spesa media per consumi delle famiglie e della conseguente riduzione delle soglie di povertà, specie per alcune tipologie familiari, anche delle misure (Reddito di Cittadinanza, Reddito di Emergenza, CIG) messe in campo dal Governo a sostegno del reddito dei cittadini, che hanno consentito a quei nuclei in difficoltà economica di mantenere una spesa per consumi non molto distante dalla soglia di povertà.

L’analisi dell’ISTAT ribadisce inoltre la presenza più elevata di famiglie in povertà assoluta nel Mezzogiorno, pari al 9,4% del totale nel 2020 contro l’8,6% del 2019, mentre la crescita più ampia si registra al Nord, passando dal 5,8% al 7,6%. In particolare, se nel 2019 le famiglie povere erano pressoché equamente distribuite tra Nord (43,4%) e Sud (42,2%), il 2020 vede una maggior concentrazione al Nord di nuclei familiari in situazione di deprivazione rispetto al Mezzogiorno, corrispondenti ad un’incidenza del 47% contro il 38,6%. Le ragioni principali risiedono nel crollo dell’occupazione nell’anno della pandemia, particolarmente significativo nelle Regioni del Nord, specie nel settore privato, e nel più repentino scivolamento in povertà di famiglie di stranieri ivi residenti.

È altresì noto come la povertà familiare presenti un andamento decrescente all’aumentare dell’età della persona di riferimento: generalmente le famiglie giovani hanno minori capacità di spesa poiché dispongono di redditi mediamente più bassi e di minori risparmi accumulati nel tempo. Nell’anno della pandemia la povertà assoluta raggiunge così un’incidenza del 10,3% fra le famiglie con persona di riferimento tra i 18 e i 34 anni (rispetto al 9,1% del 2019), il 10,7% per i nuclei con capofamiglia di età compresa tra i 35 e i 44 anni (contro l’8,3% dell’anno precedente), per poi scendere tra le famiglie la cui persona di riferimento ha tra i 45 e i 54 anni, seppur con un’incidenza decisamente superiore al 2019 (dal 6,9% al 9,9%); infine, permane contenuta, pari al 5,3%, l’incidenza della povertà assoluta per le famiglie con oltre 64 anni, che più di altre in questa fase emergenziale hanno evidentemente potuto godere dei risparmi accantonati.

Oltre all’età della persona di riferimento, gli altri parametri che notoriamente influenzano la povertà riguardano il titolo di studio e il livello occupazionale, nonché il numero di componenti il nucleo familiare. Se la persona di riferimento ha conseguito almeno il diploma di scuola secondaria superiore l’incidenza della povertà assoluta è pari al 4,4%, mentre cresce al 10,9% se dispone al massimo della licenza di scuola elementare. Rispetto al 2019 aumentano anche le famiglie povere con persona di riferimento occupata, i cosiddetti working poor, passando dal 5,5% al 7,3%, e le famiglie con persona di riferimento inquadrata nei livelli più bassi, la cui incidenza passa dal 10,2% al 13,2%; stabile l’incidenza tra i nuclei con persona di riferimento in cerca di occupazione (19,7%) e tra i pensionati (4,4%).

In effetti, tra i lavoratori più colpiti dalla pandemia vi sono i lavoratori con basse qualifiche e bassi salari, caratterizzati anche da un più difficile ricorso allo smart working; in termini contrattuali particolarmente penalizzati, quelli a tempo determinatoSi veda l’articolo di Manuela Samek Lodovici, Covid e disuguaglianze nel mercato del lavoro, pubblicato su Welforum il 9 febbraio 2021., specie se vicini alla scadenza (-394 mila, -12,9% nella media dei primi tre trimestri) ed i lavoratori autonomi (-162 mila, -3%), atipici e stagionali. Si pensi ai piccoli commercianti ed artigiani che si sono trovati costretti a chiudere le loro attività, ai lavoratori occasionali, intermittenti, impiegati ad esempio nel settore turistico o della ristorazione, ma anche alle persone impiegate nel sommerso, che non hanno potuto godere di particolari sussidi o aiuti pubblici.

L’ulteriore discriminante riguarda la numerosità del nucleo familiare e soprattutto la presenza o meno di minori. Si trova in condizioni di povertà assoluta il 20,5% delle famiglie con 5 e più componenti, contro l’8,5% delle famiglie composte da 3 persone. Nel 2019 l’incidenza di queste due tipologie familiari risultava rispettivamente del 16,2% e del 6,1%. La situazione si fa poi particolarmente critica se le famiglie sono monogenitore (dal 8,9% del 2019 all’11,7% del 2020) e se i figli conviventi, specie minori, sono più di uno. L’incidenza della povertà assoluta sale infatti dal 9,3% nelle famiglie con un solo figlio minore al 22,7% in quelle che ne hanno 3 o più, contro rispettivamente il 6,5% e il 20,2% dell’anno precedente.

Nel 2020 i minori colpiti dalla povertà sono 1 milione e 337 mila, ossia il 13,5% del totale dei minori a livello nazionale, corrispondenti a 200 mila bambini e ragazzi in più caduti in povertà rispetto all’anno precedente. Occorre ricordare come la condizione dei minori fosse già particolarmente compromessa da anni: dal 2008 al 2019 l’incidenza della povertà tra le famiglie con bambini è in effetti quasi quadruplicata, passando dal 3,7% all’11,4%. La pandemia ha sicuramente contribuito a peggiorare questo trend. Le condizioni dei minori sono preoccupanti ovunque, ma l’aumento della povertà raggiunge picchi particolarmente elevati soprattutto al Nord (dal 10,7% del 2019 al 14,4% del 2020) e nel Centro (dal 7,2% al 9,5%). I più colpiti dalle conseguenze del Covid-19 risultano essere i preadolescenti (7-13 anni, con un’incidenza della povertà assoluta pari al 14,2%) e gli adolescenti (14-17 anni, 13,9%), come peraltro sottolineano anche altre ricerche non solo in termini di povertà economica, ma anche di povertà educativaA titolo esemplificativo si veda la ricerca condotta da Openpolis, Disuguaglianze digitali, pubblicata a luglio 2020. e di salute psicofisicaSono ormai tante le voci di esperti in ambito pedagogico e clinico che lanciano l’allarme rispetto alle condizioni degli adolescenti durante e dopo la pandemia. Già nel giugno 2020 uno studio dell’Irccs Gaslini di Genova metteva in guardia rispetto alle ricadute emotive e psicologiche su bambini e ragazzi, maggiormente esposti ai disturbi dell’ansia e del sonno. In proposito si veda anche l’indagine condotta dall’Osservatorio Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza del Dipartimento Famiglia e Pari Opportunità, Covid-19 e adolescenza, pubblicata a maggio 2021.. Nel nostro Paese le famiglie con minori in povertà assoluta sono oltre 767 mila, con un’incidenza che sale dal 9,7% del 2019 all’11,9% del 2020, e registrano anche una maggiore intensità della povertà, che si alza al 21%. Oltre ad essere spesso più povere, le famiglie con minori si trovano dunque anche in condizioni di disagio più marcato.

 

 

Impennata della povertà assoluta tra gli stranieri e gli affittuari

Sappiamo che la pandemia, in termini di aumento delle disuguaglianze, ha colpito più di altri alcuni gruppi di popolazione, già notoriamente fragiliPer un approfondimento si veda il Punto di Welforum, L’aumento delle diseguaglianze in tempo di pandemia, curato da Daniela Mesini e pubblicato il 9 febbraio 2021. L’articolo di Eleonora Gnan, La povertà dei cittadini stranieri prima e dopo la prima fase dell’emergenza sanitaria, pubblicato su Welforum il 2 novembre 2020, effettua un confronto tra i dati ufficiali sulla povertà degli stranieri prima del Covid-19 e la situazione post emergenza.. Gli ultimi dati dell’ISTAT confermano che, anche dal punto di vista dell’aumento della povertà, tra questi vi sono i cittadini stranieri.

Nel 2020 si registrano oltre 1 milione e 500 mila cittadini stranieri in povertà assoluta, con un’incidenza del 29,3% contro il 7,5% dei cittadini italiani. Si tratta di un aumento significativo, di quasi 3 punti percentuali rispetto al 2019: in Italia quasi un cittadino straniero su 3 è povero in senso assoluto, poco più di uno su quattro nell’anno precedente. La presenza di minori incide poi ancor più negativamente sulla povertà delle famiglie di soli stranieri: si trovano in povertà assoluta il 28,6% di queste contro l’8,6% dei nuclei con minori composti da soli italiani. La criticità delle famiglie con stranieri è poi più marcata nei Comuni piccoli, fino a 50 mila abitanti, e tra i nuclei con persona di riferimento occupata o in cerca di occupazione.

A livello territoriale, la povertà assoluta nelle famiglie di soli stranieri si mantiene marcata nel Mezzogiorno, con quote di famiglie in povertà quasi quattro volte superiori a quelle composte da soli italiani (31,9% contro 8,4%), ma è al Nord che nel 2020 si registra il maggior peggioramento della povertà tra queste tipologie familiari, soprattutto in considerazione dell’enorme crollo occupazionale.

Anche il titolo di godimento dell’abitazione in cui si vive costituisce un fattore rilevante nel contribuire alla caduta in povertà o meno di un nucleo familiare. Nell’anno della pandemia la situazione risulta particolarmente critica per chi vive in affitto, essenzialmente coppie giovani (frequentemente con figli minori) e stranieri, caratterizzati da una minore capacità reddituale e risparmi più ridotti. Le oltre 866 mila famiglie povere in affitto rilevate dall’ISTAT rappresentano il 43,1% di tutte le famiglie povere, a fronte di una quota di nuclei in affitto pari a meno di un quinto del totale delle famiglie residenti in Italia. Per le famiglie povere la spesa dell’affitto, mediamente pari a 330 euro mensili, pesa per il 35,9% sul totale delle spese familiari, dato che sale al 39% al Nord. Guardando alla composizione del nucleo, le famiglie con minori che vivono in affitto sono povere nel 25,4% dei casi; focalizzando invece l’attenzione sulla cittadinanza, vive in affitto il 70,7% delle famiglie povere con componenti stranieri.

 

 

Cala l’incidenza della povertà relativa: verità o inganno metodologico?

I dati recentemente pubblicati dall’ISTAT contengono un approfondimento anche sulla povertà relativa, assente nelle stime preliminari, che risulta essere in calo generalizzato. Nel 2020 le famiglie in condizioni di povertà relativa in Italia sono poco più di 2 milioni e 600 mila, per un totale di circa 8 milioni di persone. Sia a livello familiare che individuale tale dato registra una riduzione rispetto al 2019, passando, rispettivamente dall’11,4% al 10,1% e dal 14,7% al 13,5%.

Ma come mai, nonostante la crisi e l’evidente e generalizzato aumento dei poveri, le stime non riescono a ‘catturare’ questo fenomeno?

Il segno opposto nella variazione dell’incidenza della povertà relativa rispetto a quella della povertà assoluta, come peraltro già successo dopo la crisi del 2009, non deve stupire. Mentre la povertà assoluta viene misurata sulla base della spesa sostenuta dalle famiglie per l’acquisto di un paniere ‘minimo’ di beni ritenuti essenziali ed è opportunamente parametrata, sia sulla base della composizione familiare che dell’area geografica di riferimento, la povertà relativa è calcolata diversamente. Essa, come noto, viene definita sulla base di una soglia convenzionale minima, misurata in termini di spesa media pro-capite al di sotto della quale una famiglia di due componenti viene definita relativamente povera. Nel 2020 tale soglia è stata calcolata pari a 1.001,86 euro, cioè oltre 93 euro meno della linea del 2019. L’abbassamento dunque della linea di povertà relativa, dovuta ad un consistente e generalizzato calo dei consumi durante la pandemia, quantificato dall’ISTAT pari a -9% rispetto all’anno precedente, spiega come mai una quota di famiglie siano uscite dalla condizione di povertà relativa, non tanto per il mutare della loro condizione di deprivazione quanto per la riduzione della soglia di riferimento. Il trend in diminuzione nell’ultimo anno è dunque frutto di un ‘inganno metodologico’, essenzialmente dipendente da una netta contrazione dei consumi e da stili di vita più parsimoniosi, imposti dalle restrizioni governative durante l’emergenza sanitaria, piuttosto che da una reale contrazione del bisogno. Oltre a questo va considerato il fatto che la povertà relativa, basandosi su un’unica soglia standard, definita a livello nazionale, di fatto non considera i differenziali di costo della vita presenti sul territorio, appiattendo ulteriormente la ricostruzione del disagio economico.

Guardando ai dati, l’incidenza della povertà relativa risulta essere più marcata nel Mezzogiorno (18,3%), rispetto al Nord (6,3%) e al Centro (6,4%). Particolarmente contenuta per le famiglie unipersonali (dal 6,7% al 4,5%), cresce tuttavia per i nuclei con 3 o più figli minori, registrando numeri tre volte superiori rispetto alla media nazionale (31,1% contro 10,1%) a significare la particolare situazione di deprivazione di questa tipologia familiare. Rispetto alle famiglie composte da soli italiani (8,6%), l’incidenza della povertà triplica per quelle con almeno uno straniero (26,5%), specie se residenti nel Mezzogiorno (44,3%).

Sempre restando in tema di povertà relativa, l’anno della pandemia ha reso sicuramente povere, ossia con livelli di spesa mensile equivalente sotto la linea standard di oltre il 20%, il 4,5% delle famiglie italiane (contro il 5,9% del 2019) e appena povere, ossia con livelli di spesa mensile equivalente sotto la linea standard di non oltre il 20%, il 5,6% dei nuclei, con incidenze molto più elevate per entrambe le categorie nel Mezzogiorno (rispettivamente 8,6% e 9,8%). Sono invece quasi povere, ossia con spese superiori alla linea di non oltre il 20%, il 7,3% delle famiglie e sicuramente non povere l’82,6% del totale.

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