Persone con disabilità

La falsa verità del punto di vista

Una riflessione sulla disponibilità di dati relativi al collocamento mirato

Il punto di vista è l’occhio dell’essere sul mondo; indica il luogo da cui parte l’osservazione e l’identità dell’osservatore, ossia di colui che dà contenuto e significato a quello che osserva, costruendosi una propria opinione. Ne consegue che ogni cosa frutto dell’osservazione prende significato dall’interpretazione dell’osservatore e dalla sua distanza. “Se in un bosco si recassero un poeta e un falegname, i due non vedrebbero la stessa cosa osservando gli alberi, perché il falegname vedrebbe già dei mobili”Umberto Galimberti (2009), I miti del nostro tempo, Feltrinelli..

 

Non esistono osservatori privi di soggettività, quindi chi osserva trasforma l’oggetto della sua attenzione in una verità interpretata, precondivisa o post condivisa da una parte della comunità. Lo stesso avviene rispetto alla distanza psicologica o fisica fra soggetto osservante e oggetto osservato. Un euro posto su un piano può essere contemporaneamente un insieme di atomi, una moneta, un tondino di metallo, una piccola macchia tondeggiante, o niente perché non visibile. Lo stato emotivo che ne consegue varia secondo l’interpretazione causata dalla lontananza fra soggetto e oggetto. Così l’osservatore vede, osserva, e comprende secondo pregiudizi, opinioni precostituite dalla propria storia personale, dal proprio modo di interpretare, quindi dal suo punto di vista.

 

L’osservazione struttura sempre un’opinione coerente con il sé. Il punto di vista è sempre condizionato dalle esperienze, personalità, convinzioni, professionalità, dell’osservatore. Per un militare la vista di un uomo rappresenta un potenziale nemico, per un politico un elettore, per un  commerciante un cliente. È ciò che condiziona l’incontro con l’altro che lo rende amico o nemico, complice o avversario. L’osservazione scaturisce sempre da una volontà di potenza, da un bisogno di possesso; è sempre intenzionale, perché suscitata da un bisogno personale. È una conoscenza funzionale di scopo. Ciò che è osservato viene interpretato dall’osservatore, e come tale da lui preso in considerazione e utilizzato. Il punto di vista è comunque un concetto dinamico, pluralista, e in quanto tale democratico. Questo vale anche per la post-verità, e le fake news: anche loro sono il prodotto dell’interpretazione della realtà secondo il punto di vista dell’osservatore. Ognuno ha un proprio punto di vista. Tutti cercano, di avere conoscenze e conferme di se e delle proprie convinzioni, attraverso l’osservazione diretta o indiretta della realtà.

 

Sul mercato del lavoro debole e sul collocamento mirato convergono tre soggetti interessati: la persona con disabilità, il collocatore, e l’imprenditore; ognuno con un proprio punto di vista rispetto al bisogno di lavoro/occupazione. La persona con disabilità ritiene che sia compito del Collocamento Disabili trovargli un lavoro adeguato; mentre l’azienda considera il Collocamento Disabili un soggetto pubblico che invade il suo spazio privato; Il Collocamento Disabili dal canto suo si ritiene depositario del mandato di gestire l’applicazione della legge. Ne consegue che la persona disabile considera il collocamento un cattivo servizio nel momento in cui questo non gli trova un’occupazione; per il datore di lavoro il servizio è un cattivo soggetto da evitare o da contenerne l’invasività; mentre il Collocamento Disabili si ritiene un buon servizio nel momento in cui è attento alle procedure, ai capitoli di spesa e riesce a evitare conflittualità. Ne consegue che la persona disabile rivendica un suo diritto al lavoro, l’azienda la propria autonomia, e il Collocamento Disabili esercita imperterrito un potere giurisdizionale. Il disabile e l’imprenditore si dichiarano insoddisfatti e lamentano uno stato di frustrazione in quanto non vengono rispettati i loro bisogni, mentre Il Collocamento Disabili, nella sua autoreferenzialità, continua a rivendicare la propria legittimazione attraverso dati raccolti e interpretati secondo il proprio punto di vista.

 

Concludendo si può dire che tutti sono nella ragione secondo il loro punto di vista, infatti: il disabile  valuta l’efficacia, l’imprenditore la flessibilità, il collocamento l’efficienza. Ovviamente prevale quello che ha più forza impositiva; infatti il punto di vista si afferma socialmente in rapporto al potere detenuto dall’osservatore. Se poi, per imporsi, deve essere condiviso, e diventare pensiero dominante, indipendente dal rapporto vero/falso, giusto/ingiusto, questo dipenderà dalle capacità diffusive dell’osservatore detentore del suo bisogno.

Focus sulle persone con disabilità

Anche la persona con disabilità è vissuto secondo i punti di vista: vive se stessa come cittadino/a con un bisogno e un diritto occupazionale: il collocatore lo/la vede come utente disoccupato da collocare, e l’imprenditore lo considera un lavoratore non ideale da assumere. Ognuno con un proprio punto di vista che scaturisce da soggetti con bisogni non corrispondenti né condivisi; obbligati ad una relazione forzata, imposta dalla legge 68/1999, collante del loro rapporto.

Ne consegue che, ogni difficoltà, insuccesso, fallimento, venga attribuito alla legge e non al cattivo uso che ne fanno gli addetti ai lavori. Non è certo al pennello che si riconosce il merito dell’opera d’arte.

 

Il legislatore era fortemente convinto che la legge 68 avrebbe messo positivamente in relazione soggetti con interessi diversi. Purtroppo a distanza di vent’anni non si può dire che siano stati raggiunti gli obiettivi sperati, anche se nelle occasioni pubbliche si continua a sostenere due  verità contrapposte: i soggetti pubblici competenti ostentano, malgrado tutto, la positività dei risultati, mentre chi rappresenta i disabili e il mondo delle imprese, forti della lettura degli stessi dati sostiene il fallimento della legge.

Del resto, quando le cattive statistiche diventano di dominio pubblico, si prestano alle libere interpretazioni dell’utilizzatore. I numeri riportati nelle cattive rilevazioni rappresentano sempre realtà e una verità reinterpretate; il loro valore dipende  da chi le usa e le piega ai propri fini. Anche le statistiche, create da fonti credibili, diventano dubbie nel momento in cui vengono riportate dai mezzi di comunicazione e utilizzate da personaggi pubblici; e chi le produce, chi le utilizza sa che solo pochi avranno il tempo e la capacità di valutarne la veridicità.

Le indagini statistiche sono richieste, interpretate, e utilizzate da élite economiche e gruppi sociali  che se ne avvalgono per sostenere le loro tesi. La comunicazione ha acquisito un ruolo determinante nella società moderna, al punto di modificare antropologicamente l’uomo contemporaneo.

In passato si diceva: “Le parole mentono, i fatti no!” Ora, nell’era della post-verità, le parole e il modo come vengono riportate sono l’unica verità vera. Le statistiche sono la base su cui si fonda ogni azione sociale. La loro conoscenza, interpretazione ed uso condizionano la vita quotidiana di ogni cittadino. Pertanto, pur avendo una chiara e diffusa percezione che l’attuale sistema di collocamento disabili non funziona, si continuerà a criticare una legge considerata all’avanguardia in tutta Europa.

 

Nel 2019, per la prima volta, si è verificato un divorzio fra il Prodotto Interno Lordo (Pil) e l’occupazione: nel mese di novembre l’IstatComunicazione mensile Istat, 9 gennaio 2020 ha rilevato un incremento dell’occupazione di 41 mila unità rispetto al mese precedente (+0,2%) e la diminuzione degli inattivi, a fronte della crescita bloccata del Pil; è quindi ipotizzabile che pur aumentando il numero dei lavoratori impegnati sia diminuita la quantità di ore lavorate. Ma di fronte ad una contraddizione così importante non sono stati raccolti dati adeguati per valutarne le cause, le conseguenze e i vissuti dei soggetti sociali interessati.

La stessa situazione vale anche per i dati relativi alla disabilità/lavoro. Le statistiche disponibili non consentono di comprendere realmente l’operato del sistema del collocamento disabili, né sono utili per una programmazione, e tanto meno per una sua eventuale riforma. Non è infatti possibile sapere esattamente: quanti sono gli iscritti, a che categoria di disabilità appartengono; quanti sono stati inseriti dal Collocamento Disabili, e quanti dagli enti accreditati al lavoro e non, oppure  computati in costanza di rapporto di lavoro, né dove sono stati collocati.

 

Statistiche sfuocate

Nel rapporto disabilità/lavoro nessuno può avvalersi di dati certi. Pur essendo nell’era dei computer, dell’informatica, di internet, non disponiamo di dati aggiornati relativi al sistema del collocamento delle persone con disabilità. Non ci sono riscontri statistici utili sui singoli provvedimenti normativi (ottemperanze, esoneri, evasioni, sanzioni, ecc.), sugli iscritti (chi sono, a che categoria di disabilità appartengono, ecc.) e sul loro rapporto lavorativo (collocati part-time, tempo determinato, in somministrazione, ecc.). I servizi provinciali interpellati, a volte rispondono improvvisando i dati richiesti o distorcendoli a proprio vantaggio, giustificandosi con la carenza di sistemi informatici e di personale. Tutto ciò non deve sorprendere, considerato che non è mai stata creata una banca dati nazionale e che, pur disponendo di istituti competenti e professionalità in grado di realizzare qualsiasi tipo di indagine, non ci sono statistiche aggiornate e credibili. Su nulla. Anche i dati presentati con la Relazione al ParlamentoCfr. l’articolo di Nicola Orlando “Politiche per l’integrazione lavorativa: il punto della situazione e le prospettive in Italia”, pubblicato su questo sito. sullo stato di attuazione della legge 68/1999 per il diritto al lavoro delle persone disabili, sono più che obsoleti. Nemmeno i dati Istat consentono di valutare lo stato del collocamento disabili e di programmare strategie, azioni, procedure e servizi utili per far uscire i servizi dalle secche in cui si trovano da oltre un decennio.

Questo dimostra che i sostenitori e i detrattori della legge 68 e del Collocamento Disabili parlano e agiscono avvalendosi di dati parziali e inadeguati per qualsiasi seria valutazione. Qualsiasi riflessione, azione, protesta, proposta, nascono da un percepito che non rappresenta in alcun modo la verità di fatto, e si lasciano alla forza comunicativa e impositiva le scelte future. Purtroppo anche il mondo delle associazioni (delle persone con disabilità e degli imprenditori) non sono spesso in grado di decodificare e interpretare correttamente i dati statistici. Le associazioni si sono dis-abituate a chiedersi sull’attendibilità della fonti, come sono stati raccolti i dati, quali domande sono state poste, e soprattutto, quali sottaciute.

Ad esempio: un servizio per il Collocamento Disabili segnala di avere fatto 3 avviamenti al lavoro in una cooperativa sociale, utilizzando una convenzione di cui all’articolo 14 del D.Lgs. n. 276/2003. Il dato è vero, ma a fronte di una attenta verifica si scoprirebbe che i primi due lavoratori si sono immediatamente dimessi, e riscritti al Collocamento Disabili (quindi conteggiati come nuove iscrizioni), mentre il terzo viene assunto a tempo determinato, part-time. Nelle rendicontazioni e nei report statistici risulteranno 3 nuovi assunti e 2 nuovi iscritti. Il personaggio politico di turno o il dirigente locale, presentando i dati, vanterà così  l’incremento dei servizi erogati. Purtroppo non ci sono più i bambini delle favole che vedono il Re nudo. Oggi i Re indossano le vesti che lo spettatore vuole vedere. Quindi ogni tesi è vincente nel momento in cui riesce ad imporsi. L’importante è influenzare l’altro, condizionarlo affinché agisca e si adegui alla volontà dell’influencer di turno. Non è necessario educare, far comprendere; serve unicamente contaminare e condizionare una fascia sempre più amplia di ascoltatori. Già Napoleone sosteneva “Non è la verità che conta ma quello che la gente ritiene vero”, o che le si fa credere vero.

Cosa fare?

Nell’attesa, non breve, che le cose cambino, i soggetti sociali interessati dovrebbero richiedere, almeno a livello locale, la pubblicazione di dati trasparenti, chiari, facilmente decodificabili,  e utili per rappresentare una fotografia aggiornata e concreta. A loro spetta anche il compito di imparare a leggerli, utilizzarli e, se necessario, a confutarli. Il silenzio sociale facilita chi detiene il potere  e utilizza le indagini statistiche come fonte di legittimazione, lasciando le persone con disabilità in una realtà del Collocamento Disabili con servizi che inseriscono meno del 5% degli iscritti, con oltre il 60% degli iscritti a non aver mai avuto una proposta di lavoro, con più del 50% delle aziende ad aver attivato forme di evasione o di elusione. Ulteriore evidenza è portata dalle aziende ottemperanti che, nella quasi totalità, sono state costrette a provvedere autonomamente rivolgendosi a consulenti e agenzie private.

La politica e le istituzioni sono poco interessate a capire quello che avviene quotidianamente nei servizi provinciali per il Collocamento Disabili. Non vogliono riscontrare che nulla è suffragato da regole certe, che le procedure per le iscrizioni, le convenzioni, gli esoneri, le compensazioni, cambiano nel momento in cui si passa il confine del territorio di competenza. Ma tutto questo continuerà fino a quando i servizi per il Collocamento Disabili non saranno sottoposti ad un adeguato sistema di coordinamento e controllo. Nel frattempo continuerà ad essere un mondo avvolto nella lattiginosa nebbia del sentito dire e delle verità incontestabili, con un intreccio di interessi che funge da collante e che garantisce la continuità del sistema e di chi opera con scarsa formazione e competenza. Tutto questo alimenta un sistema di collocamento costoso, inefficace, in difficoltà, in affanno, che arranca in una perenne quotidianità priva di prospettive. Un sistema che si avvita sulle proprie contraddizioni, incapace di qualsiasi innovazione. Un sistema autoreferenziale che si auto legittima e si auto gratifica, alla ricerca di nemici esterni su cui rovesciare la responsabilità dei propri fallimenti. Si potrebbe concludere utilizzando una delle frasi oggi tanto in uso: “da un’analisi costi/benefici non si giustifica il mantenimento dell’attuale sistema pubblico di collocamento delle persone con disabili”. Ma forse, in fondo, a tutti fa comodo lasciare le cose come stanno.

Commenti

Grazie per aver descritto la realtà in questo ambito con parole che denotano la comprensione profonda della situazione.
La gestione della disabilità è diventata un grande business, la disabilità è rimasta un pozzo senza fondo di sofferenza esistenziale.

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