Famiglia, infanzia e adolescenza

La violenza giovanile: crescono le violenze di gruppo, ma non parliamo di baby gang

Le cronache degli ultimi mesi sono tornate a parlare con insistenza di gang giovanili e delle loro poco commendevoli gesta. Si direbbe che, con l’allentamento delle misure anti-Covid, pulsioni represse e aggressività mal gestita stiano debordando dai margini più inquieti del mondo giovanile. Di qui una serie di allarmi sulla sicurezza delle nostre città, delle periferie, dei luoghi del divertimento e della vita notturna.

 

Un rapporto recentemente pubblicato del centro Transcrime dell’Università Cattolica, diretto da Ernesto Ugo Savona, offre qualche elemento di maggiore chiarezza su un fenomeno molto discusso, ma poco compreso e ancor meno approfondito.

Anzitutto, le statistiche giudiziarie non pongono in rilievo un aumento della criminalità minorile negli ultimi anni, al netto dell’effetto pandemia, né del numero di minorenni entrati nel circuito penale. Sono in crescita invece i reati commessi in gruppo. È il gruppo dei pari, non da oggi in realtà, la matrice e il contesto in cui si formano le condotte devianti dei più giovani. Queste più che in passato si caratterizzano per la violenza gratuita, l’efferatezza, l’apparente insensatezza, come nota Gemma Tuccillo, capo del Dipartimento Giustizia Minorile. Alcuni esperti parlano di “analfabetismo delle emozioni” per cercare una spiegazione alla mancanza di empatia e all’estremizzazione dell’aggressività.

Dunque non sono cresciuti i numeri, ma la risonanza di reati con caratteri così riprovevoli: crescono i reati commessi in gruppo, particolarmente inquietanti e odiosi, non la criminalità minorile nel suo complesso. Ed è certamente cresciuta l’attenzione mediatica: da gennaio ad aprile 2022 sono stati pubblicati in Italia 1909 articoli contenenti riferimenti a “gang giovanili” o “baby gang” su giornali o agenzie di stampa, superando nettamente il numero di articoli sull’argomento pubblicati in tutto il 2021 (1249) e più che doppiando il numero del 2020 (741), anno peraltro segnato dal confinamento da Covid-19.

 

Dal punto di vista metodologico, il rapporto Transcrime si è basato su questionari somministrati ai Comandi Provinciali dell’Arma dei Carabinieri, alle Questure e agli Uffici di Servizio Sociale per Minorenni (USSM). Questi dati sono stati integrati tramite l’analisi sistematica di articoli relativi a gang giovanili apparsi su giornali nazionali e locali o agenzie stampa.

Il fatto che le aggressioni o altri reati siano commessi in gruppo non giustifica tuttavia l’appellativo di gang giovanili. A parte il caso minoritario e specifico di forme di criminalità organizzata, i gruppi coinvolti in attività devianti si contraddistinguono per un basso numero di membri (meno di dieci, in prevalenza maschi, di età compresa tra i 15 e i 17 anni), scarsa strutturazione interna, fluidità dei confini e delle modalità di partecipazione. Non di rado, si tratta di atti compiuti nell’immediato, senza una preparazione, un’organizzazione, una definizione precisa di obiettivi. Non abbiamo quindi a che fare in genere con bande organizzate, composte di capi, sottocapi, sottoposti con compiti assegnati. Raramente infatti è stato contestato e accertato il reato di associazione per delinquere. Semplificando e generalizzando, nei discorsi sulle gang giovanili si tende invece a comprendere comportamenti e gruppi molto diversi fra loro. In altri termini, o i reati non sono commessi da minori (“baby”) e neppure magari da giovani, oppure non assumono quelle modalità organizzative strutturate che giustificherebbero l’etichetta di “gang”.

Anche l’origine dei partecipanti si discosta da certi stereotipi in circolazione: i componenti dei gruppi coinvolti in azioni devianti sono prevalentemente italiani e non stranieri. Semmai si può aggiungere: i confini tra le due popolazioni tendono a confondersi, a causa della crescita delle unioni miste e dei pur lenti e faticosi processi di naturalizzazione. La distinzione stessa perde perciò progressivamente di significato. Sono le periferie del disagio, economico, familiare, scolastico, il maggiore crogiolo della devianza giovanile, anche se i ricercatori di Transcrime non mancano di notare che non è sempre così: a volte la devianza minorile esplode in ambienti non particolarmente deprivati, almeno all’apparenza.

È confermata invece l’influenza dei social network: servono a rafforzare l’identità di gruppo, e i protagonisti, postando immagini o racconti delle azioni compiute scatenano processi emulativi e narrative auto-assolutorie. Le rappresentazioni della violenza, soprattutto in rete, non sono l’unica causa, ma possono ispirare forme di imitazione.

 

I gruppi devianti però non sono tutti uguali. Transcrime distingue quattro tipi di aggregazioni a rischio. Il primo e più numeroso è formato da gruppi privi di una struttura precisa, presenti in tutte le aree del paese, coinvolti specialmente in reati violenti.

Il secondo tipo è invece rappresentato da gruppi giovanili che hanno legami con la criminalità organizzata italiana: sono presenti soprattutto nel Mezzogiorno e sono composti quasi esclusivamente da ragazzi italiani.

Il terzo tipo, per contro, s’ispira a modelli stranieri e raccoglie in prevalenza giovani immigrati di prima o di seconda generazione, richiamando la mitologia delle cosiddette “bande” di matrice latino-americana o di altra provenienza.

Il quarto e ultimo tipo assembla gruppi con una struttura definita, ma senza legami con altre organizzazioni, composti prevalentemente da giovani italiani, diffusi in tutte le aree del paese, e attivi in reati specifici, soprattutto furti e rapine, ma anche in azioni violente.

 

Dobbiamo a questo punto domandarci come rispondere al problema della devianza giovanile di gruppo. Secondo Transcrime e gli operatori intervistati, la repressione è necessaria, ma certamente insufficiente. Invocare la corresponsabilità e la collaborazione tra le diverse agenzie educative, dalle famiglie alle scuole, è giusto ma un po’ scontato.

Pensando al PNRR, o a ciò che ne seguirà, l’enfasi posta sul superamento dei divari tra generazioni e territori offre una linea direttrice, che richiede però di essere tradotta in azioni mirate. Ne vorrei richiamare alcune.

Anzitutto, una ripresa degli investimenti, drasticamente ridotti se non abbandonati da una decina d’anni, a seguito dei tagli alla spesa pubblica, sulle iniziative di aggregazione giovanile e sull’educativa di strada nelle periferie popolari: più educatori e centri di aggregazione significano meno giovani allo sbando e attratti verso la devianza.

In secondo luogo, il rafforzamento dell’educazione extra-scolastica e della collaborazione tra scuola, extra-scuola e famiglie: più centri di sostegno scolastico, possibilmente accompagnati da attività di gioco e socializzazione, significano meno fallimenti e frustrazioni nei rapporti con la scuola dei ragazzi che sperimentano difficoltà di vario genere. Qui le associazioni, i circoli, gli oratori e il volontariato educativo che si organizza presso di essi possono senz’altro potenziare la loro funzione sociale di presidio delle periferie disagiate.

Riempire meglio il tempo dei ragazzi significa anche offrire loro più opportunità di gioco e di sport accessibile. Anziché cancellare i campi da calcio delle periferie per trasformarli in campi di padel a pagamento, bisognerebbe andare nella direzione opposta. Oltre ai campi da gioco, abbiamo bisogno di allenatori-educatori, che per fortuna esistono già in tante realtà di base che andrebbero estese e rafforzate (come per esempio il Progetto Scholè).

Riscoprire e valorizzare la formazione professionale, con rapporti virtuosi tra la dimensione educativa, la dimensione professionalizzante e la dimensione operativa, in luoghi di lavoro veri ma sicuri e capaci di accompagnamento dei tirocinanti, sarebbe un altro antidoto contro l’abbandono scolastico e il rischio devianza.

Per i neo-maggiorenni, infine, progetti di servizio civile orientati a raggiungere e coinvolgere anche i ragazzi che vivono esperienze di disagio rappresenterebbero una scuola di cittadinanza attiva e responsabile di cui avvertiamo sempre più l’esigenza. Una cittadinanza di cui i giovani in difficoltà non siano soltanto i beneficiari, ma gli autentici protagonisti.

Commenti

Condivido il punto di vista sulla necessità di favorire l’incontro tra risoluzione del disagio vissuto dai giovani e la presenza dei fondi disponibili a realizzare questo “match”.
Più che cementificare spendendo soldi in luoghi dove ci sarà solo un’affluenza “elitaria”, è più opportuno realizzare luoghi strategici e virtuosi per coloro che, da soli, non avrebbero altre alternative di crescita personale, professionale, esistenziale in generale.

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