Terzo settore

Le istituzioni non profit: la fotografia dell’Istat

Il 15 ottobre l’Istat ha rilasciato di dati sulla “Struttura e profili del settore non profit” aggiornati al 31 dicembre 2019 (vedi le tavole statistiche); tali dati sono stati presentati lo stesso giorno presso le Giornate di Bertinoro (vedi le slide di Massimo Lori e quelle di Sabrina Stoppiello).

 

In premessa è opportuno richiamare l’attenzione sul fatto che i dati sono riferiti ad un periodo precedente all’emergenza Covid-19 e non tengono conto, pertanto, delle conseguenze che la pandemia ha avuto sulle istituzioni non profit, aspetto su cui comunque l’Istat ha iniziato a lavorare offrendo alcune prime e provvisorie elaborazioni. Inoltre, va ricordato che l’universo censito da Istat è solo in parte sovrapponibile con quello del Terzo settore, rispetto al quale avremo dati più precisi non appena sarà operativo il Registro unico; l’Istat ipotizza che circa un terzo delle istituzioni non profit si collochi all’interno del perimetro del Terzo settore, ma si tratta di una stima molto approssimativa dal momento che, come lo stesso Istat ricorda, non vi sono dati precisi sul numero di enti affiliati a organizzazioni nazionali di Terzo settore (es. i circoli ARCI o ACLI). Infine, va segnalato che l’Istat propone nelle proprie elaborazioni come “indicatore dimensionale” del non profit, oltre al numero di Enti, il numero di dipendenti; questo è senz’altro un elemento pregnante per quanto riguarda il non profit avente forma di impresa, mentre risulta discutibile laddove si voglia desumere l’entità di organizzazioni basate sul volontariato, dove le figure retribuite hanno necessariamente un ruolo marginale; l’Istat stesso evidenzia a questo proposito che l’85% delle istituzioni non profit non ha al proprio interno lavoratori dipendenti.

 

Le principali tendenze

Ciò premesso, se si guardano i dati relativi all’insieme delle istituzioni non profit, nel 2019 è proseguito l’aumento sia del numero di dipendenti (862.000, 8.500 in più rispetto al 2018), sia del numero di enti (oltre 362.000, circa 3.000 in più rispetto all’anno precedente).

2011 2015 2016 2017 2018 2019
Istituzioni non profit 301.191 336.275 343.432 350.492 359.574 362.634
Dipendenti delle istituzioni non profit 680.811 788.126 812.706 844.775 853.476 861.919

Fonte: Istat

 

Tale aumento, d’altra parte, appare avere ritmi più contenuti rispetto agli anni immediatamente precedenti: si tratta di aumenti intorno all’1% sia per quanto riguarda il numero di enti che per i dipendenti.

 

Fonte: Istat

 

Se si considerano le ripartizioni territoriali, emergono al tempo stesso conferme e novità. Emerge un notevole dinamismo nella costituzione di nuove organizzazioni nel Mezzogiorno – aumentate del 12.7% dal 2015 -, tanto è vero che proprio al sud vi è la maggior quota, oltre il 25%, di enti costituiti dal 2015 in poi.

Ciò non toglie che, se si guarda al dimensionamento complessivo, sia in termini assoluti, sia in rapporto alla popolazione, il nord ovest si conferma la parte del paese che ospita un maggior numero di istituzioni non profit, con 63 enti e 183 dipendenti ogni 100 mila abitanti.

 

Fonte: Istat.

 

Si noti che i dati del Mezzogiorno, che malgrado la crescita rimane lontano da questi numeri, sono distanti soprattutto per quanto riguarda i dipendenti (77 ogni 100 mila abitanti), segno che le organizzazioni non profit, oltre ad essere di meno, sono sensibilmente più piccole rispetto al centro nord.

Queste differenze territoriali non devono tuttavia far dimenticare che per l’intero periodo considerato e in tutte le aree geografiche, le istituzioni non profit continuano a crescere, con l’eccezione di un lievissimo ridimensionamento dei dipendenti nelle isole.

 

Fonte: Istat

 

Un’altra analisi di un certo interesse riguarda le forme giuridiche, dove si accentuano tendenze già visibili negli anni precedenti. In sostanza nelle cooperative sociali, ove opera la maggior parte dei lavoratori – 457 mila, oltre il 53% del totale – se si esaminano i dati del 2019 in rapporto a quelli dell’anno precedente, si assiste allo stesso tempo 1) ad una diminuzione del numero di enti (-262 unità, circa l’1.7%) e 2) ad un aumento dei lavoratori (circa 5 mila unità): in sostanza ad un fenomeno di concentrazione.

Benché Istat ipotizzi che ciò sia legato a fenomeni di fusione tra imprese, si tratta di dinamiche che richiederebbero un approfondimento e che potrebbero essere originate da fenomeni diversi.

 

Le istituzioni non profit nel welfare

L’Istat propone tradizionalmente alcune statistiche basate sui “settori di attività prevalenti” di ciascun ente; oltre alla definizione non sempre del tutto felice delle categorie Istat, va tenuto conto che il criterio della “prevalenza” rende difficile utilizzare questi dati per stimare la rilevanza settoriale delle istituzioni non profit, dal momento che non sono considerate le attività “non prevalenti” (ma magari rilevanti) di ciascuna di esse.

Ciò premesso, erano secondo Istat attive nel 2019 nel settore “Assistenza sociale e protezione civile” 34.380 istituzioni non profit (pari al +9.5% del totale, con una crescita del 2.4% rispetto al 2018) con la presenza di 324.192 dipendenti; è forse utile inoltre evidenziare come nel settore “sanità” erano invece presenti nel 2019 13.298 istituzioni non profit (+3.7% del totale, con una crescita del 6.1% rispetto al 2018) per un totale di 188.506 dipendenti.

È possibile disaggregare questi dati per forma giuridica, anche se per le fondazioni e le istituzioni con forme giuridiche diverse i dati della categoria “assistenza sociale e protezione civile” sono aggregati a quelli della categoria “sanità” e pertanto si è riportato, a fini di confronto, il dato aggregato di queste due categorie.

 

Categorie “assistenza sociale e protezione civile” + “sanità” Enti Dipendenti
Associazioni riconosciute e non

35709 – 75%

(di cui 24480 “assistenza sociale e protezione civile”)

54287 – 11%

(di cui 25700 “assistenza sociale e protezione civile”)

Cooperative sociali

8312 – 17%

(di cui 7105 “assistenza sociale e protezione civile”)

332690 – 65%

(di cui 259024 “assistenza sociale e protezione civile”)

Fondazioni 2382 – 5% 74516 – 15%
Altra forma giuridica 1275 – 3% 51205 – 10%
Totale 47678 512698

Fonte: nostre elaborazioni su dati Istat

 

In sostanza, tre quarti degli enti non profit che operano nel welfare e nella sanità sono associazioni, in cui però lavorano solo l’11% degli addetti degli enti non profit che operano prevalentemente in tali settori; il 17% sono cooperative sociali, in cui lavorano i due terzi degli addetti degli enti non profit che operano prevalentemente nella sanità e nell’assistenza.

 

L’impatto della pandemia

Tra i dati esposti da Istat durante le Giornate di Bertinoro vi è un primo tentativo di stimare l’impatto della pandemia. In sostanza viene evidenziata la variazione delle ore lavorate all’interno di Istituzioni non profit nei mesi dei primi due lockdown rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Si tratta di dati istantanei, che poco ci dicono circa le conseguenze di medio periodo, leggibili solo nei prossimi mesi. A primo commento di questi dati si può però evidenziare come l’impatto, per quanto forte, non sia stato pervasivo nella vita delle organizzazioni: anche nei mesi più duri del lockdown, quando moltissime attività degli enti non profit venivano chiuse per le misure di prevenzione del contagio, i tre quarti delle ore sono state regolarmente lavorate. Non sappiamo se ciò sia avvenuto grazie alla riconversione degli operatori su altri compiti o con una totale attribuzione della spesa all’ente non profit stesso, che potrebbe per questo incontrare perdite tali da metterne in luce la continuità; per ora sappiamo che il colpo vi è stato, è stato durissimo, ma non ha bloccato del tutto il non profit italiano.

 

L’esplorazione del community building

Infine, si segnala che, accanto alle statistiche consolidate, l’Istat propone alcune elaborazioni sulle istituzioni non profit che svolgono attività di “community building”; in sostanza si tratta di individuare, sulla base delle attività svolte, le istituzioni non profit che operano un ruolo di “potenziamento della comunità e costruiscono relazioni di prossimità”. Ad esempio, per quanto riguarda l’ambito welfare, sono state inserite in questa categoria le istituzioni non profit che svolgono:

  • attività finalizzate all’inclusione sociale di categorie con disagio o vulnerabili
  • centri/sportelli di accoglienza
  • orientamento e/o ascolto tematico
  • interventi per l’integrazione sociale dei soggetti deboli o a rischio
  • accoglienza temporanea di minori stranieri non accompagnati
  • sostegno socioeducativo scolastico, territoriale e domiciliare
  • mediazione e integrazione interculturale
  • segretariato sociale

 

Nella consapevolezza che queste categorizzazioni hanno margini di opinabilità, “è stato individuato un sottoinsieme di 135 mila istituzioni non profit (pari al 40% del totale), che possiamo definire orientato a una dimensione di community building. Tali istituzioni impiegano 402 mila dipendenti (51% del totale), 106 lavoratori esterni (36%) e 3 milioni di volontari (55%). I volontari e gli esterni sono in larga misura presenti nelle associazioni (90,2% e 75,2%). I due terzi dei dipendenti sono invece occupati nelle cooperative sociali.”

Commenti

Mi chiedo perchè, ancora una volta, e non mi riferisco tanto a questo contributo, si omette di specificare (sia da parte di Istat che del terzo settore) cosa è per ISTAT “Istituzione non profit”, ovvero che sono ricompresi (“giustamente” rispetto ai criteri che Istat usa) anche partiti, sindacati, patronati, associazioni di categorie, enti religiosi, società sportive…quindi entità (PD, Forza Italia, Lega…CGIL, CISL, UIL….INCA, INAS…… Confindustria, Confartigianato…squadre di calcio e basket..strutture gestite da enti religiosi…) che nell’immaginario del lettore medio nulla centrano con l’ambito del non profit identificato il più delle volte con il volontariato, l’associazionismo, la coop.sociale e altro in area sociale, sanitaria, cuturale, ambientale, di protezione civile.
Tutto questo non fa che alimentare a mio avviso l’equazione mediatica e culturale che va per la maggiore: non profit=terzo settore=volontariato=sociale …che i dati non avvallano.

Questa la definizione che ne da ISTAT, sottolineando che dal 2016, la seconda parte della definizione è sparita dalle note che corredano il rapporto.
“Unità giuridico-economica dotata o meno di personalità giuridica, di natura privata, che produce beni e servizi destinabili o non destinabili alla vendita e che, in base alle leggi vigenti o a proprie norme statutarie, non ha facoltà di distribuire, anche indirettamente, profitti o altri guadagni diversi dalla remunerazione del lavoro prestato ai soggetti che la hanno istituita o ai soci.
Secondo tale definizione, costituiscono esempi di istituzione non profit: le associazioni, riconosciute e non riconosciute, le fondazioni, le cooperative sociali, i comitati. Rientrano tra le istituzioni non profit anche le organizzazioni non governative, le organizzazioni di volontariato, le organizzazioni non lucrative di utilità sociale (Onlus), i partiti politici, i sindacati, le associazioni di categoria, gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti”.

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