L’impatto della crisi Covid-19 sui giovani


La European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions (Eurifound), l’Agenzia di ricerca europea che lavora sullo sviluppo delle conoscenze volte a contribuire allo sviluppo di migliori politiche sociali, occupazionali e del lavoro, ha analizzato l’impatto della crisi Covid-19 sulle condizioni di vita e di lavoro dei cittadini europei, ponendo particolare attenzione ai giovani.

 

Se da un lato si è compreso che il Covid-19 non colpisce solo le persone anziane, e si è osservato che, fin dalle prime settimane della pandemia, i giovani sono generalmente apparsi più resilienti degli anziani alla malattia, ci si chiede se essi siano anche più resilienti ai suoi impatti sociali ed economici. I dati relativi a quanto è avvenuto nel corso dell’ultima recessione suggerirebbero di no. La crisi del 2008 ha rivelato come i giovani siano i maggiormente vulnerabili: la disoccupazione tra i giovani allora era cresciuta arrivando a superare il 40% in molti paesi dell’Unione europea, e la percentuale dei giovani europei di età compresa tra 15 e 29 anni non occupati e al di fuori dei circuiti di istruzione e formazione (NEET) aveva raggiunto un picco massimo storico del 16%. In Italia la situazione era stata ancora peggiore: nel 2014 il paese ha registrato la più alta percentuale di NEET in Europa con il 26,2%, di tutti i giovani di età compresa tra 15 e 29 anni al di fuori del mercato del lavoro e dell’istruzione. Ciò ha avuto importanti conseguenze sociali sulla vita dei giovani e non solo. Si è infatti stimato che, a livello europeo, una coorte così ampia di giovani al di fuori del mercato del lavoro e dell’istruzione abbia comportato una perdita economica annuale superiore ai 153 miliardi di euro. Anche in questo caso l’Italia è stata la nazione colpita maggiormente, con una stima annua di perdita economica dovuta all’incapacità di reintegrare i giovani NEET nel mercato del lavoro di oltre 25 miliardi di euro1.

 

La storia si ripeterà anche questa volta? I giovani lavoratori saranno le prossime vittime della crisi economica derivante dal Covid-19? E, più in generale, in che modo la pandemia colpisce specificamente la vita dei giovani?

Per rispondere a queste domande, ad aprile Eurofound ha raccolto le esperienze di oltre 85.000 cittadini in tutti i paesi dell’UE, utilizzando un breve questionario online, ponderando le loro risposte in modo da riflettere la struttura della popolazione Europea. I risultati mostrano come i giovani in Europa stiano affrontando la crisi con fatica, tanto che i dati segnalano un peggior livello di benessere psicologico e una maggiore solitudine rispetto ad altre fasce di età, derivante da una importante perdita di posti di lavoro e da una drammatica riduzione dell’orario di lavoro insieme ad una insicurezza generale sul futuro professionale e finanziario.

 

Covid-19 ha inoltre causato importanti stravolgimenti nella vita delle famiglie. Per cercare di controllare la pandemia, i governi europei hanno messo in atto una serie di misure restrittive, tra cui il lockdown, il distanziamento sociale e la chiusura delle scuole, tutte e tre con un impatto particolarmente forte su giovani, che infatti, in molti Stati membri, hanno riportato livelli più bassi di benessere rispetto ad altri gruppi di età, invertendo la situazione pre-crisi. Gli intervistati di età compresa tra 18 e 34 anni, su una scala da 1 a 10, hanno valutato la loro soddisfazione di vita in media 6,2, un valore un po’ più basso rispetto a quello degli over 50 (6,4). Tuttavia, prima della crisi, l’indagine europea sulla qualità della vita (EQLS) del 2016 aveva rilevato che i giovani avevano una soddisfazione di vita media molto più elevata, pari a 7,4, rispetto ad una media complessiva, anch’essa più elevata, pari a 7,1. Interessante è il raffronto con la situazione italiana: la rilevazione dell’aprile 2020 ha fatto registrare in Italia un livello di soddisfazione di vita dei giovani appena più basso rispetto a quello medio europeo (6,0) e appena inferiore rispetto a quello delle altre coorti di età (6,1). È tuttavia da notare che nel sondaggio europeo del 2016 i giovani avevano segnalato un livello di soddisfazione molto più elevato rispetto a quello medio (7,1 contro 6,6).

 

Sorprendente è il dato relativo alla solitudine e alla depressione: il 20% dei giovani europei intervistati ha dichiarato di sentirsi solo “tutto o quasi tutto il tempo”, rispetto al 15% delle coorti più anziane, e con una maggiore evidenza tra i giovani maschi rispetto alle giovani donne (21 contro il 18%). Ancora una volta, questo segna un cambiamento: nell’EQLS solo il 4% dei giovani aveva dichiarato di sentirsi così, rispetto al 6% degli altri target. Inoltre, i giovani intervistati presentano maggiori probabilità di sentirsi depressi (16%) rispetto ai gruppi più anziani (12%). Ancora una volta, nel 2016 EQLS meno del 5% dei giovani si sentiva depresso, contro il 7% delle altre fasce d’età.

Anche in Italia i giovani si sentono più depressi e soli rispetto al resto della popolazione: il 19,6% dei giovani italiani intervistati ha detto di sentirsi solo contro il 17,6% della popolazione generale, mentre il 15,4% dei giovani ha detto di sentirsi depresso contro il 13% della popolazione generale.

L’esperienza della recessione precedente indica che i giovani, in particolare quelli appena usciti dal percorso scolastico, potrebbero essere particolarmente colpiti dalle conseguenze economiche del Covid-19. I giovani tendono a lavorare più frequentemente in quei settori, come la vendita al dettaglio e l’ospitalità (compresi quelli legati al turismo), maggiormente colpiti dalle misure di contenimento del virus come il lock-down e il divieto di viaggiare. I giovani hanno spesso contratti temporanei o lavori precari e in nero, e quindi hanno maggiori probabilità di essere licenziati per primi o di subire riduzioni dell’orario di lavoro. Inoltre, all’aumentare della disoccupazione, i giovani si trovano a competere nel mercato del lavoro con lavoratori più anziani e con più esperienza, che possono contare su contratti più stabili. I giovani si trovano dunque a dover affrontare un ingresso molto difficile nel mercato del lavoro e ad essere più a rischio di disoccupazione di lunga durata.

 

La storia si ripeterà e i giovani lavoratori saranno di nuovo le principali vittime della crisi? Il rischio è molto elevato e i primi segnali non sono molto incoraggianti. I dati Eurostat di marzo 2020 rivelano che mentre la disoccupazione per la popolazione generale è aumentata di 0,1 punti percentuali, dal 6,5 al 6,6 per cento, la disoccupazione giovanile è aumentata di 0,4 punti, dal 14,8 al 15,2 per cento. Tuttavia questi numeri possono essere solo la punta dell’iceberg, perché l’indagine Covid-19 di Eurofound ha mostrato che nella fase iniziale della crisi (quindi a marzo) i giovani sono stati colpiti solo leggermente più del resto della popolazione in termini di partecipazione al mercato del lavoro. A livello europeo infatti il 6% dei giovani intervistati ha dichiarato di aver perso il lavoro in modo permanente, contro il 5% delle altre fasce di età. In Bulgaria, Ungheria e Portogallo, oltre il 10% dei giovani lavoratori ha dichiarato di aver perso il lavoro in via permanente. In Italia il 5,5% dei giovani ha affermato di aver perso il lavoro in modo permanente e il 30% temporaneamente, valori solo leggermente più elevati rispetto alla popolazione generale, rispettivamente pari al 4,7% e al 29%. In media in Europa il 16% dei giovani intervistati ha dichiarato inoltre di temere di perdere il lavoro nei prossimi tre mesi, con un valore leggermente superiore in Italia, con una percentuale pari al 18,1% della popolazione giovanile.

Quasi la metà (49 %) dei giovani lavoratori europei ha affermato di aver subito una riduzione dell’orario di lavoro dall’inizio della crisi, un dato in linea con le altre fasce d’età, anche se molti più giovani rispetto alle coorti più anziane (43 contro 34 %) hanno iniziato a lavorare in smart working durante l’epidemia. In Italia i giovani sembrano molto più vulnerabili in termini di partecipazione al mercato del lavoro: il 64% ha ridotto l’orario di lavoro nell’aprile 2020 contro il 57% delle coorti più anziane. Inoltre, solo il 30% dei giovani lavoratori italiani ha affermato di aver iniziato il telelavoro, una percentuale molto inferiore alla media UE e alla popolazione italiana generale, pari al 41%.

 

Nonostante questi primi effetti negativi della crisi sul benessere e sulla partecipazione dei giovani al mercato del lavoro, i giovani rimangono più ottimisti sul loro futuro rispetto alle altre fasce d’età (il 53% contro il 42%). In Italia tuttavia il livello di ottimismo è tra i più bassi dell’Unione Europea: solo il 36% degli italiani è ottimista sul proprio futuro, e sebbene la percentuale sia più elevata tra i giovani (al 43%) rimane pur sempre di 10 punti percentuali inferiore rispetto al livello di ottimismo registrato tra i giovani in Europa (53%). Questo maggiore ottimismo dei giovani potrebbe sostenere una loro maggiore fiducia nelle istituzioni, rispetto alle altre coorti, in particolare per quanto riguarda la fiducia nell’Unione europea.

A livello europeo, a differenza di altre fasce di età, i giovani continuano a fidarsi dell’UE (voto 5.2 su 10) più del loro governo nazionale (5.1). Gli studenti in particolare manifestano una fiducia anche maggiore sia nell’UE (5.8) che nel loro governo (5.6). E sebbene i giovani disoccupati tradiscano una minore fiducia in entrambi (rispettivamente 4.4 e 4.1), si tratta di punteggi comunque più elevati rispetto ai disoccupati più anziani. In Italia, tuttavia, emerge un quadro diverso e la fiducia nell’Unione europea è piuttosto bassa anche tra i giovani, con giovani italiani che si fidano molto di più del governo nazionale (5,4), rispetto all’Unione europea (4,7).

La fiducia che i giovani hanno nelle loro istituzioni è una risorsa importante che non dovrebbe essere sprecata: poiché l’Italia è un membro fondatore dell’Unione, la disaffezione dei giovani italiani dal progetto dell’Unione europea dovrebbe essere fonte di grandi preoccupazioni per i policymakers  europei. L’Europa e i governi nazionali dovrebbero proteggere questa importante risorsa mettendo in atto misure atte ad impedire, come conseguenza della pandemia, una nuova esplosione della disoccupazione giovanile.

L’iniziativa SURE per il sostegno all’occupazione e il rafforzamento della Garanzia giovani vanno nella giusta direzione per aiutare i giovani a mantenere il proprio lavoro o a reintegrarsi rapidamente nel mercato del lavoro. Ciò è particolarmente importante in Italia, dove i giovani sono tradizionalmente vulnerabili in termini di partecipazione al mercato del lavoro: sarebbe importante fornire loro un sostegno tempestivo e forte al fine di evitare che la disoccupazione giovanile e il tasso di NEET possano esplodere di nuovo come è successo durante la recessione a seguito della crisi iniziata nel 2008.

  1. Eurofound (2012), NEETs – Young people not in employment, education or training: Characteristics,costs and policy responses in Europe, Publications Office of the European Union, Luxembourg