Emergenza Coronavirus

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Politiche e governo del welfare

Nessuno si salva da solo: un monito dalle Aziende sociali lombarde

I punti salienti del manifesto promosso da NeASS - Network delle Aziende speciali sociali lombarde

L’articolo è apparso anche su LombardiaSociale.it

La rete delle Aziende sociali lombarde (NeASSL’associazione NeASS è attiva da oltre un decennio e ne aggrega 36, enti strumentali di 511 Comuni che coprono complessivamente un bacino di utenza di oltre un terzo della popolazione regionale), una delle realtà più significative di gestione associata in Lombardia, ha rilasciato da poco un documento pubblico per richiamare l’attenzione sulle ricadute della straordinaria emergenza sanitaria sul sistema dei servizi e degli interventi sociali. Un monito, e insieme una proposta, per affrontare sin da ora i principali rischi a cui il settore è esposto.

 

I motivi del “manifesto”

L’origine del documento è innanzitutto la forte preoccupazione per il “collasso” del sistema e il rischio che il welfare sociale lombardo, in tutte le sue parti, non regga l’impatto dell’emergenza e, ancor meno, quello delle nuove sfide che si porranno domani.

Gli attori che si occupano di servizi alla persona già oggi sono in grande sofferenza considerato che, nella situazione attuale, sono pressoché fermi “con tutti i problemi che una interruzione della produzione così lunga comporta”, primo tra tutti il crollo del reddito per gli operatori, particolarmente gravoso per quella parte di loro meno strutturata.

Ma il documento non tralascia di nominare soprattutto le gravi conseguenze a cui questo crollo rischia di portare, ovvero la “perdita di capacità di risposta del welfare locale”.

Nella sostanza enti erogatori non più nelle condizioni di intervenire sul territorio in tempi rapidi nel garantire l’assistenza alle persone in difficoltà. Un rischio grande se si pensa all’imminente “fase 2”, che certamente porterà con sé le conseguenze sociali di questa emergenza e richiederà un grandissimo sforzo organizzativo per fronteggiare nuove sfide: supportare nuove fragilità sociali direttamente derivanti dalla crisi economica e che si stanno già manifestando; i nuclei famigliari colpiti da decessi a causa del Covid; un sistema sanitario provato, potenziando la cura e l’assistenza al domicilio…

Tutti rischi da cui le stesse Aziende non sono esenti, tutt’altro. Nel documento si richiama il ruolo di “entità intermedia” delle Aziende sociali, che operano sì in qualità di gestore di servizi ma come enti strumentali dei Comuni e dunque responsabili della organizzazione territoriale (governance tecnica) dei sistemi di welfare locale. È in questa veste che si pongono in posizione intermedia, appunto, tra il livello centrale (Stato o Regione) e quello territoriale (Comuni, Terzo settore, organismi intermedi). Si dice nel documento “si tratta di una posizione che già in tempi di normalità presenta particolari complessità, legate alla necessità di continue azioni di aggiustamenti e di equilibrio, in ultima istanza, di composizione di interessi […]. Una posizione di centralità territoriale che, nel quadro attuale, dai contorni così marcati e drammatici, risulta alquanto” scomoda”, al limite della schizofrenia, per la necessità di guardare agli interessi di tutti; una situazione che, però, rischia di “stritolare” le aziende stesse, fino a pregiudicarne la sopravvivenza, al prezzo della grave perdita di un soggetto “responsabile”, per conto dei Comuni soci, dell’attuale organizzazione del sistema di welfare locale, mettendone di conseguenza a rischio la tenuta stessa”.

La proposta: un “patto di comunità”

I motivi di questa esposizione non si fermano alla denuncia, ma puntano a rilanciare una proposta: la sottoscrizione di un patto tra tutti i soggetti attori e protagonisti del welfare nei territori, una sorta di “solidarietà di filiera” per garantire il mantenimento dei sistemi di welfare integrati presenti sul territorio. Questo nella consapevolezza che ricostruire un welfare locale richiede tempi molto lunghi, che in una situazione di emergenza sociale e assistenziale è l’ultima cosa da rischiare.

 

Nel concreto, i punti che dovrebbero contraddistinguere questo patto sono diversi.

Innanzitutto assicurare da parte dei diversi attori la volontà comune di riconoscere il quadro dei pagamenti previsti, rimodulandoli sulla scorta delle effettive situazione di sofferenza dei diversi soggetti gestori. E su questo specifico punto il documento esprime davvero un monito molto chiaro: “è importante che, in questa fase, nessuno dei soggetti in campo ceda alla tentazione di percorrere la via di un immediato sollievo alle proprie difficoltà finanziarie, come pensare di poter ricavare oggi risparmi economici dal completo mancato riconoscimento di quanto concordato con gli enti gestori per servizi non svolti a causa del distanziamento sociale, poiché a fronte di qualche risparmio o guadagno nel breve periodo, si rischierebbe di distruggere parti decisive di un sistema di welfare locale già in sofferenza, proprio prima di chiamarlo a uno sforzo imponente di ripresa”.

Al contempo garantire da parte degli enti affidatari lo sforzo “a non rimanere ancorati alle rigidità dei contratti di somministrazione previsti, per pensare un supporto alla collettività che aiuti la ripresa, in coerenza con quanto l’art. 48 prevede”. Anche in questo caso, un monito a dare spazio alla capacità di innovazione e alle necessarie trasformazioni che i soggetti del welfare dovranno saper mettere in campo, poiché domani, anche nel sociale, nulla sarà più come prima.

 

Operativamente si propongono alcune strade:

flessibilità massima nell’impiego delle risorse disponibili. Un messaggio innanzitutto per i livelli centrali, Stato e Regione. Alla Regione, in particolare, si chiede che le risorse messe in campo possano essere impiegate senza alcun vincolo predefinito ma “in una continua interazione con i soggetti chiamati a gestire le politiche di welfare a livello locale”;

semplificazione nelle relazioni, prevedendo norme amministrative che, rispettando la garanzia di legalità, riconoscano l’eccezionalità del momento e consentano velocità di azione;

soluzioni per assicurare la copertura economica dei servizi nell’emergenza. Su questo, oltre al tema già nominato di garanzia del pagamento di quanto pattuito, si richiama anche la necessità di poter consentire la cumulabilità tra la cassa integrazione, o Fondo di Integrazione salariale per alcune Aziende, con la quota compensativa dei Comuni, oggi invece considerate per lo più come alternative.

 

Cosa possono fare le Aziende

Il documento esplicita il contributo che le stesse Aziende possono offrire nella costruzione e attuazione di questo patto.

A partire dal ruolo abituale di aggregazione territoriale e di organizzatore del sistema di welfare in senso ampio, le Aziende possono oggi svolgere una funzione di regia nell’attuazione di tale patto, sia per la tenuta del sistema, che per la crescita nelle risposte alla ripresa; essere punto di riferimento per i diversi attori (stato, regioni, comuni, terzo settore) corresponsabili nel mantenimento dei sistemi di welfare integrati presenti sui territori e in particolare riferimento per i Comuni, nell’integrazione delle azioni con il sistema sociosanitario e sanitario.

Si evidenziano, in questa direzione, alcune linee di lavoro:

  • supportare il sistema di welfare nel passaggio dalla attuale emergenza sanitaria e di protezione civile a una maggiore rilevanza delle dimensioni dell’emergenza sociale e della protezione sociale delle vecchie e nuove fragilità che si determineranno nel nuovo scenario;
  • contribuire ad individuare, anche grazie allo sguardo sul territorio che già contraddistingue la vita delle aziende, quali potranno essere i nuovi bisogni che sortiranno da questa emergenza nei prossimi mesi, andando ad identificarli e proponendo innovazioni e ricerca su nuove soluzioni che inevitabilmente si imporranno.

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