Politiche e governo del welfare

Per uno sviluppo equo e sostenibile

Si annunciano due tempi per la politica economica del nostro paese. Il primo è scandito dall’emergenza covid: gli interventi sono finalizzati all’attenuazione dei gravi danni sociali ed economici provocati dall’epidemia. Nel secondo tempo, invece, le azioni di politica economica dovrebbero ripristinare un meccanismo di sviluppo equo e sostenibile, inceppatosi non solo per effetto dell’epidemia da alcuni decenni.

 

I provvedimenti emergenziali di questo governo, come del precedente, hanno provocato e provocheranno una forte espansione dell’indebitamento annuale, circa 6 punti in termini di prodotto nel 2020, e della consistenza del debito pubblico, circa 20 punti sempre con riferimento all’anno passato. Gli interventi straordinari a favore di imprese e lavoratori sia autonomi sia dipendenti hanno finora evitato un ulteriore aggravamento della crisi economica: è peraltro evidente che una ripresa soddisfacente dell’attività economica potrà verificarsi solo con il definitivo controllo dell’epidemia. Le stime di una ripresa del pil nel corso del 2021 scontano appunto il blocco dei contagi e, quindi, una riattivazione dei consumi in molti settori.

 

Si può comunque trarre un insegnamento dall’esperienza degli ultimi dodici mesi. Le sofferenze maggiori, e quindi gli affannosi interventi di sostegno finanziario di più vasta portata, sono stati necessari per i comparti sui quali hanno maggiormente inciso le politiche cosiddette riformiste degli anni passati. La precarizzazione del rapporto di lavoro e lo spostamento dei rapporti di lavoro da quello dipendente a quello apparentemente autonomo hanno prodotto fragilità economica in vasti strati della popolazione, cui l’intervento pubblico ha potuto rispondere solo parzialmente. Nello stesso senso le politiche di contenimento della spesa sociale a partire dai primi anni 2000, soprattutto nella sfera sanitaria, hanno inciso non poco sulla drammatica evoluzione della società italiana a seguito del covid. È quindi vero che le manovre di sostegno dei redditi non possono che essere determinate dalla contingenza epidemica, ma è anche vero che una significativa azione di politica sociale è stata di fatto impedita dalle politiche miopi di impostazione neoliberista degli ultimi anni. Queste politiche dovranno necessariamente essere corrette in una logica di crescita di lungo periodo che salvaguardi elementari principi di equità.

 

Direi che un’ulteriore applicazione di politiche potenzialmente perverse è legata al condono fiscale recentemente varato. Il condono nella sua forma attuale appare limitato dal punto di vista delle applicazioni, anche se in una fase di diffuse difficoltà gli effetti che ne possono derivare sul piano della coesione sociale, o dell’accettazione di elementari regole di convivenza civile, non devono essere sottovalutati. Dati gli umori politici prevalenti, l’ambito di riferimento del condono minaccia poi di essere ulteriormente ampliato in sede di conversione del decreto elegge.

Associata agli interventi emergenziali, sulla scia degli accordi europei il governo si propone di perseguire anche una politica di ampio respiro che, come osservato, dovrebbe caratterizzare in senso positivo l’economia e la società italiana nei prossimi decenni. Anche se il next generation eu non ha ancora trovato una definitiva formulazione, non si può non essere d’accordo, sul piano dei principi, nel perseguimento di uno sviluppo equo e sostenibile che faccia leva sulle grandi innovazioni tecnologiche ormai suscettibili di diffuse applicazioni. Qualche osservazione a sfondo problematico di carattere generale non è tuttavia inopportuna.

È stata forse posta eccesiva enfasi sulle dimensioni del piano, non dando forse rilievo al fatto che gli interventi si dovranno comunque collocare su un arco di tempo a priori quinquennale, ma probabilmente più esteso nel tempo. Temporalmente inquadrato, e prescindendo dalla tipologia degli interventi, si può ragionevolmente pensare ad azioni dell’ordine, in un arco quinquennale, di due punti di prodotto interno (circa metà dei quali costituiti da debito, da attivare con cautela per i motivi che vedremo). Si tratta di importi consistenti, che comunque non escludono, anzi impongono, l’attivazione di interventi complementari da parte delle amministrazioni e delle imprese dei singoli paesi, su scala superiore a quella tipica degli ultimi anni.

 

Il secondo punto problematico riguarda l’esigenza di un’evoluzione dell’Unione europea verso un assetto federale effettivamente funzionante. Il tasso di crescita dell’economia europea negli anni passati è stato compromesso da impostazioni restrittive, riassunte nel patto di stabilità al cui interno hanno operato regole autorevolmente definite stupide. Per effetto della crisi il patto di stabilità è stato sospeso, ma sono già sorte voci che segnalano l’esigenza di tornare a politiche di riduzione del debito e dell’indebitamento, una volta posta sotto controllo l’epidemia. Il pericolo che ai paesi maggiormente indebitati si impongano comportamenti negatori di ragionevoli indirizzi di crescita appare evidente. E’ implicito l’invito ad essere cauti nella contrazione di debiti anche se inseriti nel contesto europeo

L’articolazione settoriale dei fondi europei pone ulteriori ed evidenti problemi. L’agitazione dei mesi scorsi da parte di ambienti confindustriali è apparentemente rientrata. Ha riguardato, da quel che ho capito, sia la destinazione, sia la gestione dei fondi. La calma subentrata con la formazione del nuovo governo non si sa se sia stata causata da fiducia cieca in una formazione politica meno pericolosa a giudizio di alcuni gruppi d’interesse o dal fatto che sono state ottenute adeguate garanzie.

A qualche malizioso osservatore potrebbero essere venute in mente significativi episodi della storia d’Italia più o meno recente. Nel 1962 gli indennizzi collegati alla nazionalizzazione dell’energia elettrica furono destinati alle imprese produttrici (e non agli azionisti) nell’assunto che questi fondi avrebbero potuto essere lo strumento di potenziamento di importanti settori dell’economia italiana, in particolare la chimica. Gli effetti non furono certamente quelli attesi.

 

Negli anni ’90 del secolo scorso le privatizzazioni furono motivate anche dalla pretesa necessità di sostituire un’imprenditoria pubblica incapace con una privata che si riteneva dotata di grande capacità e lungimiranza. Anche in questo caso il potenziamento della grande imprenditoria privata non si è verificato, essendo oggi a controllo pubblico le grandi imprese italiane, come Enel e Eni. Prescindendo da alcuni comportamenti discutibili che si sono comunque verificati, la presenza nazionale in importanti settori produttivi è stata praticamente annullata con la cessione di numerose imprese private a operatori stranieri.

A contrariis, si può ricordare che negli anni ’50 imprese pubbliche, dimostrando rilevanti capacità innovative e organizzative, furono le artefici della creazione di due essenziali interventi infrastrutturali, la rete telefonica e quella autostradale. Non è evidentemente corretto ritenere che in futuro si debbano ripetere le esperienze passate, ma una certa cautela di fronte a pretese di centralità da parte dell’imprenditoria privata nella gestione dei fondi europei non è superflua.

 

Un ultimo punto riguarda l’impostazione generale degli interventi nei prossimi anni. Oggi tutti si proclamano keynesiani, anche personaggi che fino a poco tempo fa non avrebbero potuto essere identificati come tali. I keynesiani, soprattutto quelli di recente conversione, si battono per opere pubbliche di varia natura, in un quadro di procedure pericolosamente semplificate sulla base dell’assunto che opere pubbliche sono comunque utili per lo sviluppo del paese e che i vincoli alla realizzazione sono solo di natura burocratica. A questo riguardo, vorrei proporre una distinzione storicamente fondata fra l’impostazione di Liborio Romano e quella autenticamente keynesiana.

Come scrive Candeloro nella sua Storia dell’Italia moderna, Liborio Romano, membro della Luogotenenza di Napoli dopo la caduta dei Borboni, tentò di risolvere i problemi sociali ed economici di Napoli con la distribuzione ai comuni di fondi da destinare ad opere pubbliche. A prescindere dal fatto che i risultati non furono positivi, come temo non lo sarebbero oggi probabilmente in Italia se si desse ampio spazio a opere pubbliche a prescindere dalla loro utilità effettiva, non penso che per tale scelta Liborio Romano possa essere considerato un precursore di Keynes.

Una posizione autenticamente keynesiana è al contrario rappresentata, fra gli altri, da un importante economista, Domar, che nel 1942 scriveva che il termine “spese di investimento” può essere fuorviante. A suo giudizio era troppo strettamente associato a cemento e acciaio. Se i cittadini che godono di una salute migliore sono più produttivi, le spese destinate alla tutela della salute pubblica hanno la natura di spese di investimento. Lo stesso si verifica per le spese per l’educazione e simili.

In altri termini, nell’individuazione della destinazione più opportuna dei fondi non si devono certamente trascurare gli interventi infrastrutturali effettivamente utili, ma il tutto deve essere inquadrato nel più ampio contesto della crescita e della tutela della persona umana, dove le cosiddette spese correnti sono molto spesso più produttive anche sotto il profilo economico di quelle generatrici di profitti privati. Oggi è necessario essere autenticamente keynesiani, piuttosto che inconsapevolmente seguaci di Liborio Romano.

Tutto ciò permetterebbe anche di comprendere le ragioni che hanno portato l’economia italiana lontano dal percorso di sviluppo per quanto accidentato, che aveva portato il reddito pro capite del nostro paese nel 1996 al 95% di quello tedesco e francese, mentre oggi siamo scesi al 75%. Precarizzazione del mercato del lavoro, rifiuto di ogni forma di politica industriale, compressione qualitativa e quantitativa dei servizi sociali, latenza della grande imprenditoria privata sono le cause di fondo del nostro arretramento relativo. Il declino potrà essere fronteggiato parzialmente con i fondi europei, ma soprattutto con un diverso inquadramento di tutte le politiche economiche e sociali.

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