Politiche europee

Perché questa disparità tra i tassi di disoccupazione in Europa?

La rivista on line Social Europe, ha pubblicato il 27 luglio un articolo molto interessante firmato da Denis MacShane (Ministro degli affari europei del precedente governo labourista in Gran Bretagna), sul tema della disparità tra i tassi di disoccupazione, soprattutto di quella giovanile, in Europa. L’articolo, che qui riprendiamo ampiamente, non offre risposte ma una serie di interessanti riflessioni che proponiamo alla discussione.

 

L’articolo commenta i dati pubblicati a fine luglio 2018 da Eurostat sulla disoccupazione in Europa. Nel complesso si evidenzia in tutti i paesi un progressivo miglioramento della situazione occupazionale sebbene la disoccupazione giovanile rimanga alta in tutto il continente.
Le statistiche non spiegano perché alcuni paesi abbiano tassi di disoccupazione molto più alti di altri, con la Grecia che registra un tasso di disoccupazione dieci volte superiore a quello della Repubblica Ceca e della Spagna, che ha le stesse dimensioni della Polonia ma quasi cinque volte in più di disoccupati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: Eurostat ([une_rt_m] Seasonally adjusted data – per la Turchia i dati si riferiscono al dicembre 2017)

 

Particolarmente rilevante è il dato relativo al tasso di disoccupazione giovanile, pari in media al 15,2% sulla popolazione attiva di età inferiore ai 25 anni, con il minimo a Malta pari al 5,3% e con Germania, Estonia e Olanda sotto il 7%. Il valore massimo si registra di nuovo in Grecia, col 42,2%, seguita anche in questo caso dalla Spagna e dall’Italia, che registra il 32,2%. Tra le righe è interessante notare come il tasso in Turchia sia notevolmente più basso rispetto all’Italia, pur essendo il paese che oggi ospita il flusso di immigrati che l’Europa ha deciso di non far entrare attraverso la rotta Balcanica…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: Eurostat ([une_rt_m] Seasonally adjusted data – per Belgio, Croazia, Cipro, Romania, Slovenia e Turchia i dati si riferiscono al dicembre 2017)

 

Uno degli aspetti più curiosi evidenziati dall’autore è il tasso estremamente basso di disoccupazione registrato dai paesi dell’ex blocco sovietico. La transizione verso un’economia di mercato è stata un percorso complesso e senz’altro difficile per questi paesi, ma oggi la Cecoslovacchia, l’Ungheria e la Polonia registrano tassi di disoccupazione inferiori a quelli della Germania (per quanto riguarda la Repubblica Ceca, e comunque dei paesi nordici). Romania, Bulgaria ed Estonia hanno una disoccupazione inferiore a quella dei tre paesi nordici membri dell’UE – Danimarca, Svezia e Finlandia – i paesi considerati da sempre i modelli di mercato del lavoro da seguire ed emulare.

 

Quando dieci anni fa scoppiò la crisi finanziaria gli economisti scrissero che i cosiddetti paesi PIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna), erano in bancarotta e avrebbero probabilmente dovuto uscire dall’euro per sopravvivere. Alcuni addirittura sostenevano che avrebbero forse anche dovuto lasciare la UE. In pochi anni la situazione di alcuni di questi paesi è radicalmente mutata: la disoccupazione irlandese si attesta al 5,4% (ben al di sotto media UE) e quella del Portogallo al 7,2%, con Lisbona che fa appello ai portoghesi residenti in Gran Bretagna perché tornino a lavorare nel loro paese perché inizia ad affacciarsi il problema della carenza di manodopera, in particolare di personale infermieristico.

Perché allora l’Italia e la Grecia non sono state in grado di tagliare i loro tassi di disoccupazione come hanno fatto il Portogallo e l’Irlanda? In questi paesi, secondo l’autore dell’articolo, si tende sempre ad addossare la responsabilità alle politiche di austerità promosse da Bruxelles, e, nel caso della Grecia a Berlino e alla durezza delle scelte operate da Angela Merkel. Eppure, continua MacShane, le stesse politiche dell’UE e della zona euro sono state applicate altrove e hanno favorito un forte calo nei tassi di disoccupazione.

Anche il colore del governo non sembra avere alcuna correlazione con i trend: la Spagna è stata governata dai socialisti fino al 2012 e poi da un governo di centro-destra, ma il tasso di disoccupazione è rimasto invariabilmente alto. Anche la Grecia è passata dal governo conservatore della Nuova Democrazia nel 2015, al governo più a sinistra in Europa di Tsipras, ma non è stata in grado di affrontare seriamente la disoccupazione (era il 22,1 per cento un anno fa contro il 20,2% di oggi).

Nel dibattito politico il tema della disoccupazione viene spesso collegato alla crescita e diffusione in Europa dei governi populisti di destra, xenofobi e nazionalisti, come anche al voto per la Brexit, con l’ipotesi che coloro che non hanno un lavoro o un reddito e che si sentono dimenticati nelle politiche nazionali ed europee  “si vendicano” votando i governi anti-immigrati di destra. Eppure, andando a guardare, ancora una volta sono gli Stati membri dell’UE con i record positivi in terni di riduzione della disoccupazione e con la più elevata capacità di creazione di posti di lavoro – Ungheria, Polonia, Austria, Slovacchia e Repubblica Ceca – che hanno portato per primi al governo i partiti più xenofobi e anti europei.

Neppure la rilevanza del ruolo dei sindacati sembra rappresentare una valida spiegazione al livello di disoccupazione nel paese. La Francia ad esempio ha il numero più basso di lavoratori associati ai sindacati (pari a solo l’8% della forza lavoro) ma ha il doppio del tasso di disoccupazione dell’Ungheria e della Polonia, dove i sindacati affiliano il 12 per cento della forza lavoro (secondo le cifre dell’Istituto sindacale europeo).

 

L’autore conclude che forse qualche riflessione approfondita sul ruolo dell’euro nelle dinamiche del mercato del lavoro andrebbe comunque fatta, visto che ad aprile 2018 tra i 3,4 milioni di giovani disoccupati nell’UE28, due terzi – 2,4 milioni erano nell’area dell’euro. I dati mostrano un progressivo miglioramento grazie alla ripresa complessiva nell’economia dell’UE (con l’eccezione della Gran Bretagna): rispetto a maggio 2017 infatti la disoccupazione giovanile è diminuita di 519.000 nell’UE28 e di 353.000 nell’area dell’euro. Nel maggio 2018 il tasso di disoccupazione giovanile è stato del 15,2% nella UE28 e del 16,8% nell’area dell’euro, rispetto al 17,2% e al 19,3%, rispettivamente, un anno prima. Ciononostante, come abbiamo visto i più alti livelli di disoccupazione giovanile sono ancora concentrati nei paesi membri dell’Euro: Grecia, Spagna e Italia (31,9%). Perché? L’articolo non offre una risposta ma sollecita la necessità di avviare una seria riflessione sul tema, fondamentale per poter continuare a tenere l’Europa unita.

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