Famiglia, infanzia e adolescenza

Playmakers: bambini e adulti co-autori della scena sociale

Un convegno a Milano

Come crescono i bambini e le bambine nella nostra società? Quali spazi occupano nelle istituzioni? E cosa succede quando il mondo degli adulti si affaccia nei loro contesti di vita?

Fermarsi a riflettere sulle caratteristiche dell’incontro tra generazioni e del loro interagire sulla scena sociale è una sfida interessante: osservare l’infanzia e l’agire sociale dei più piccoli permette di aggiungere informazioni importanti per la conoscenza della società e delle sue caratteristiche.

È questa l’idea di base attorno a cui hanno gravitato le tematiche trattate durante un importante convegno svoltosi il 3 maggio 2018 presso l’Università Cattolica di Milano alla presenza di un pubblico vasto ed eterogeneo, accomunato dall’interesse rispetto al tema dell’autoralità infantile e dell’interazione tra bambini e adulti sulla scena sociale.

Il convegno è nato a partire da uno studio condotto da ricercatori del Dipartimento di sociologia e del Centro di cultura per l’iniziativa teatrale dell’università milanese (Colombo e Innocenti Malini, 2017). A partire dall’anno 2012 si è sperimentato un fertile incontro tra campi disciplinari differenti, ma ugualmente interessati a conoscere le modalità con cui, attraverso la sperimentazione dei linguaggi teatrali, i bambini si rendono autori e attori, contribuendo a ridefinire i contesti istituzionali e le reti relazionali che li accolgono e, di conseguenza, a produrre trasformazione in ambito sociale.

Protagonista principale dei lavori della mattinata, William A. Corsaro, sociologo statunitense esperto di culture dell’infanzia, ha descritto e argomentato la capacità dei bambini di prendere parte alla vita sociale grazie alla loro competenza in quella che l’autore definisce riproduzione interpretativa. Agendo nei loro contesti di appartenenza, i più piccoli sono protagonisti di una partecipazione innovativa e creativa, che non si limita all’appropriazione di norme, valori e ruoli, ma è capace di reinterpretare contesti e riferimenti, come pure di produrne di nuovi, in una logica di potere trasformativo, che allarga le cornici di riferimento e contribuisce alla strutturazione della società.

I bambini e le bambine, quindi, sono protagonisti della vita sociale e a questo protagonismo è opportuno dare spazio e attenzione, anche a livello di studio ed analisi, per una piena conoscenza dei fenomeni sociali e per una più efficace capacità di intervento sul piano delle politiche e delle istituzioni.

Su questo punto si sono soffermati gli interventi pomeridiani del convegno che, in cinque sessioni parallele, hanno esplorato i diversi contesti in cui l’autoralità bambina incontra il mondo degli adulti: servizi per l’infanzia, famiglia, territorio, luoghi della cultura, spazi aperti, digitale, sport.

 

Linguaggi teatrali nei servizi per l’infanzia

In particolare, nel Panel dal titolo “I linguaggi performativi nei servizi per l’infanzia, la co-autoralità dei processi educativi”, si è posto l’accento sugli spazi e i tempi di incontro tra le istituzioni che si occupano di infanzia e i soggetti, bambini ed adulti, che in esse agiscono. In un dialogo fruttuoso e coinvolgente, il mondo accademico ha interagito con i rappresentanti dei servizi per l’infanzia milanesi e gli operatori teatrali che, entrando tra le mura di scuole ed asili nido comunali, portano in mezzo ai bambini la voce del territorio e degli adulti che lo abitano.

Viaggio, limite, trasgressione, comunità, ignoranza, meraviglia, entusiasmo, equilibrio, con-tatto, contesto, piacere. Sono queste le parole chiave attorno a cui ha ruotato il confronto tra Manuel Ferreira, Antonio Catalano e Marco Bricco (operatori teatrali che lavorano con bambini, anche molto piccoli, all’interno di scuole e servizi per l’infanzia), Maurizia Pagano, (responsabile dell’Unità di Coordinamento Pedagogico dei servizi all’infanzia del Comune di Milano), Roberta Gandolfi (Università di Parma, esperta di teatro e storia del teatro) e Stefania Sabatinelli (Politecnico di Milano, esperta di politiche familiari, di cura e servizi all’infanzia).

Gli operatori teatrali, con le loro riflessioni, hanno evidenziato come bambini ed adulti, nei servizi all’infanzia, sperimentando i linguaggi teatrali, sono portati ad assumere ruoli inediti. Genitori, educatori e insegnanti possono essere trasformati in bambini, riscoprire il loro compito di giardinieri dell’anima, fare esperienza di incontri tra popoli diversi, capaci di inventare e ricreare, concedersi di lasciar fare ai bambini, dando loro lo spazio per essere protagonisti delle esperienze che vivono nelle scuole e nei nidi.

Nel fare esperienza teatrale, i bambini, come gli attori, sono qualcun altro, non lo diventano. Non possono spiegare quello che stanno facendo, perché rischierebbero di scollegarsi dall’esperienza che stanno definendo. Meglio dunque prendersi la libertà di sperimentare, con il gusto del vivere nel presente e senza l’urgenza di fare qualcosa che servirà al domani, al loro essere futuri adulti.

Partecipare ad un’esperienza teatrale all’interno di un servizio per l’infanzia permette di attraversare le emozioni senza anestetizzarle, di non vincolarsi a determinate categorie definite a priori per incontrare il bambino, di creare un equilibrio tra le persone che si hanno di fronte e l’esperienza personale, mettendo in campo le risorse individuali e del gruppo che, di volta in volta, si rendono necessarie. Essere autori e attori nel contesto dei servizi educativi consente a bambini e adulti di ammalarsi di meraviglia.

Educatori e insegnanti scoprono così che fare teatro assieme ai bambini permette di rimanere legati al loro contesto e alla loro quotidianità, dando loro spazi di libertà in una cornice di benessere. Il teatro permette la creatività, la comunicazione circolare e paritaria, lo sguardo globale e non condizionato sui bambini di cui ci si sta prendendo cura. Consente inoltre di dare spazio alla dimensione del piacere, collocandolo nel cuore dell’apprendimento.

 

Il teatro con i bambini, tra welfare e disuguaglianze

Il teatro parla in modalità molto diverse fra loro, che hanno radici lontane nel tempo. Offre repertori a cui attingere, richiede attitudine alla flessibilità, e capacità di inventarsi dispositivi adatti a rispondere a tempi e spazi istituzionali che sono purtroppo sempre più ristretti, quando invece le pratiche teatrali e, più in generale, educative, richiederebbero cornici di intervento più dilatate. Le esperienze teatrali nei servizi per l’infanzia sono generative nel momento in cui sono proposte con lentezza e organicità. Hanno capacità di transitività rispetto al quotidiano laddove è consentito il raccordo tra il linguaggio prettamente teatrale e il linguaggio del gioco drammaturgico e simbolico, che fa parte della quotidianità del bambino.

È interessante, infine, osservare le esperienze teatrali anche con gli occhi di chi studia il welfare e i servizi, per andare al di là dei numeri e dare sostanza ad una questione cruciale per le politiche sociali: la disuguaglianza. Nel nostro paese, infatti, quasi tutti i bambini frequentano la scuola dell’infanzia, ma solo poco più di un quinto accede al nido, e nella metà dei casi lo fa in una struttura privata (ISTAT 2017). La domanda che sorge, dunque, è come si possa fare in modo che cresca il numero di bambini e bambine esposti alle medesime opportunità offerte a coloro che frequentano nidi e scuole dell’infanzia dove si propongono esperienze significative come quella della sperimentazione del teatro e dei suoi linguaggi. In seconda battuta, pensando al passaggio alla scuola dell’obbligo, ci si chiede come si possa trasferire anche negli altri ordini di scuola strumenti così utili e ancor più necessari laddove il passaggio alla literacy riduce, se non addirittura annulla, gli spazi per la sperimentazione del gioco simbolico e del gioco libero.

I nidi e le scuole dell’infanzia possono essere un grande meccanismo di democrazia, ma sovente, e paradossalmente, a rimanere fuori da queste strutture sono i soggetti che più avrebbero bisogno di frequentarle (si veda il contributo di Arlotti e Pavolini su Welforum). Analogo discorso vale per i progetti attuati nelle scuole, spesso più facilmente offerti da servizi educativi già ricchi di proposte e strumenti. Infine, anche sui singoli progetti e proposte di intervento grava una grossa ipoteca per quanto riguarda il rischio di disuguaglianza: nella maggioranza dei casi, infatti, tali interventi, data la scarsità di risorse a disposizione dei servizi per l’infanzia, sono finanziati da bandi per l’innovazione e la sperimentazione. Tali risorse, pur essendo volano per nuove esperienze, non consentono di capitalizzare competenze e risultati e, a lungo andare, rischiano di divenire esse stesse fonte di disuguaglianze e freno alla democratizzazione dei servizi.

Numeri e contenuti, dunque, vanno tenuti presenti insieme: un buon intervento, con operatori competenti, insegnanti capaci di predisporre contesti e raccordare le esperienze e bambini e bambine autori e protagonisti è sicuramente motore di cambiamento e strumento a disposizione per i processi di riproduzione interpretativa. Ma da solo non basta: è necessario collocarlo all’interno della scena sociale più ampia, renderlo parte di quella cornice in cui le culture dell’infanzia si creano, si trasformano e dialogano tra di loro e con le culture adulte.

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