Povertà e disuguaglianze

Poveri e povertà nell’Italia al tempo del Covid-19

Un confronto fra i dati nazionali e quelli della Caritas di Reggio Emilia

La narrazione principale che emerge dai media nazionali è quella di un paese in cui, a causa della pandemia, sia esplosa la povertà: “Covid, con la pandemia povertà in aumento”Adncronos; “Covid e crisi, mai così tanta povertà assoluta in Italia: oltre 5 milioni e mezzo di persone”Il Riformista; “Più poveri a causa del Covid, mai così tanti dal 2005”Rai News; solo per citare qualche titolo.

Di seguito analizzerò e confronterò questa narrazione con i dati Istat e soprattutto con il nostro punto di osservazione, quello dei 6780 servizi della rete Caritas sparsi per l’Italia.

 

Se si vuole affrontare seriamente il tema della povertà è necessario allargare lo sguardo e considerare un orizzonte temporale più ampio rispetto al semplice scarto annuale; in Italia dall’inizio della crisi economica del 2007/2008, la povertà assolutaPer povertà assoluta s’intende la condizione in cui vivono persone e famiglie che non riescono ad accedere a beni fondamentali per condurre una vita dignitosa: alimentazione, abitazione, istruzione, svago. Il metro per calcolarla è un paniere minimo di beni stabilito dall’Istat e rivisto periodicamente colpiva una fetta di popolazione abbastanza definita e con caratteristiche stabili nel tempo. Questa rappresentava nel 2007 circa il 3,1% della popolazione in particolare composta da: famiglie con almeno tre figli ed entrambi i genitori esclusi dal mercato del lavoro, anziani, coppie e single. Inoltre, la povertà assoluta era concentrata in modo significativo nelle regioni del Sud Italia. Si tratta di caratteristiche che fanno parlare alcuni studiosi di un “modello italiano di povertà” (Morlicchio, 2012; Gori 2019)Morlicchio E., 2012, Sociologia della povertà, il Mulino, Bologna; Gori C., Verso un nuovo modello italiano di povertà?, in la Rivista delle Politiche Sociali / Italian Journal of Social Policy, 4/2017.. Se guardiamo alla dimensione qualitativa locale le persone che la Caritas a Reggio Emilia accompagnava allora erano persone senza lavoro, anziani soli, stranieri e persone con problemi di dipendenze e disturbi psichiatrici: i cosiddetti “cronici.

 

La crisi finanziaria, scatenata dalla bolla immobiliare esplosa nel 2007/2008 e le politiche di contenimento della spesa che ne sono seguite hanno modificato questo scenario. Si tratta di un cambiamento in primo luogo quantitativo: il numero di persone che vive in povertà assoluta aumenta abbastanza regolarmente di anno in anno dal 2008 al 2018, passando da 1,8 a 5 milioni. Ma il cambiamento non è solo quantitativo, bensì anche qualitativo: con la crisi la povertà si amplia e colpisce in maniera significativa anche al Nord, soprattutto con riferimento a nuclei familiari giovani, con almeno due figli e in cui un genitore lavora.

Questa dinamica procede per 10 anni fino al 2019 dove si inizia a vedere l’effetto delle politiche di reddito minimo e quindi si riscontra una prima inversione di tendenza.

È a questo punto della storia che si inserisce il Covid-19 che fa riprendere la curva di crescita della povertà assoluta: nel 2020, sono in condizione di povertà assoluta poco più di due milioni di famiglie (7,7% del totale dal 6,4% del 2019) e oltre 5,6 milioni di individui (9,4% dal 7,7%). Dopo il miglioramento del 2019, nell’anno della pandemia la povertà assoluta aumenta raggiungendo il livello più elevato dal 2005 (inizio delle serie storiche)Per quanto riguarda la povertà relativa, le famiglie sotto la soglia sono poco più di 2,6 milioni (10,1%, da 11,4% del 2019). Questo è dovuto al differente metodo di calcolo dell’indicatore e può essere collegato al calo dei livelli di consumo nazionali.

Passando anche in questo caso dalla dimensione quantitativa a quella qualitativa notiamo che: la povertà assoluta è aumentata di più al nord ma al sud incide più pesantemente, rispetto al passato preoccupa l’incidenza della povertà minorile (più alta della media nazionale: pari al 13,5% contro il 9,4%), peggiora la situazione delle famiglie mono-genitoriali, aumentano i working poor (lavoratori precari, irregolari…) e coloro che hanno bassi livelli d’istruzione, aumentano gli italiani ma l’incidenza della povertà sugli stranieri è a livelli allarmanti: circa uno su tre è sotto la soglia di povertà assoluta.

A questo punto possiamo ritornare alla narrazione dominante provando a colorarla di qualche elemento in più: è vero che la situazione è la più grave dal 2005 a questa parte, come è anche vero che il Covid-19 ha contribuito ad un peggioramento della situazione che ha annullato gli effetti positivi delle misure di reddito minimo, ma è altrettanto vero come una serie di fragilità e situazioni pre-esistevano alla pandemia.

La pandemia da Covid-19 si è inserita in uno scenario già assai preoccupante. Ha funto da “detonatore”, facendo esplodere una situazione già drammatica, o se si vuole da “faro”, mettendo in luce e portando alla ribalta in modo stabile temi che rientravano nella cronaca o nello spazio della discussione politica solo in occasione della pubblicazione di nuovi dati, rapporti e informazioni statistiche, per poi tornare, immediatamente dopo, nel dimenticatoio. Con quella che ormai abbiamo imparato a conoscere come “la prima ondata”, nella primavera 2020, ci siamo resi conto delle tante cose che già non andavano nel paese. Migliaia di bambine e bambini lasciati indietro, sul versante educativo, perché mancavano degli strumenti o del supporto necessario per la didattica a distanza. Il carico di cura che pesa ancora troppo spesso esclusivamente sulle donne. Un mercato del lavoro frammentato, caratterizzato da enormi differenze tra i “garantiti” e i “non garantiti”. Un sistema sanitario frammentato e fortemente diseguale, per cui l’accesso alle cure dipende dal luogo di residenza. Una pubblica amministrazione spesso inefficientePatrizia Luongo Forum Disuguaglianze Diversità, Italia diseguale, ma non a causa della pandemia..

 

Ma proviamo ora ad arricchire ulteriormente questa fotografia con ulteriori dati provenienti dalle fonti CaritasL’ultimo rapporto povertà di Caritas italiana, uscito il 17 ottobre scorso; in questo report si trova anche la restituzione dei primi 3 monitoraggi trimestrali fatti da Caritas Italiana circa l’azione delle caritas diocesane nel tempo covid; il quarto monitoraggio invece è disponibile online.. In questi mesi di pandemia le Caritas in Italia hanno incontrato circa un milione di persone, se ci soffermiamo sugli ultimi dati disponibili quelli del 4° monitoraggio di Caritas italiana vediamo che: nei 211 giorni che vanno dal 1° settembre 2020 al 31 marzo 2021, le Caritas hanno complessivamente accompagnato 544.775 persone. In media si tratta di 2.582 persone al giorno (2.945 persone per diocesi). Le donne sono la maggioranza: 53,7%, così come sono la maggioranza gli italiani (57,8%). Quasi una persona su quattro (24,4%) è un “nuovo povero”, ossia una persona che non si era mai rivolta in precedenza alla rete Caritas. Si tratta di 132.717 persone in totale, in media 629 nuovi poveri in più al giorno. In questo caso l’incidenza degli italiani è ancora maggiore: il 60,4% dei nuovi poveri è infatti un nostro connazionalecfr 4 monitoraggio Caritas Italiana.

Rispetto alla situazione pre-pandemia, quali mutamenti si registrano nelle situazioni di povertà ed esclusione sociale? Alcuni fenomeni appaiono in diffuso aumento, in quanto segnalati da oltre l’80% delle Caritas diocesane interpellate. È interessante notare come: accanto a situazioni legate ai bisogni fondamentali della persona (il lavoro, la casa…), compaiono bisogni differenti, inerenti la sfera formativa e del disagio psico-sociale, e che colpiscono soprattutto le donne e i giovani:

  • difficoltà legate al precariato lavorativo/occupazione femminile (93,2% delle Caritas);
  • difficoltà legate al precariato lavorativo /occupazione giovanile (92,1%);
  • persone/famiglie con difficoltà abitative (84,2%);
  • povertà educativa (abbandono, ritardo scolastico, difficoltà a seguire le lezioni, ecc.) (80,5%);
  • disagio psico-sociale dei giovani (80,5%)ibidem.

 

Volendo provare a scattare quindi una istantanea colpisce come siano segnalati come preoccupanti dalle Caritas le situazioni di donne e giovani e le problematiche collegate al tema del lavoro ma non solo alla sua mancanza ma alla sue caratteristiche. Il fenomeno dei working poor, cioè di persone che pur lavorando non dispongono di sufficienti risorsi per considerarsi al sicuro dalla povertà, è in netta ascesa.

Inoltre preoccupa anche il tema disagio psichico dei giovani e della povertà educativa, questo dato anche in prospettiva, essendo i giovani il futuro del nostro paese.

 

Se dal livello nazionale ci spostiamo al livello diocesano molte di questi dati trovano una conferma: anche noi (Caritas di Reggio Emilia) abbiamo rilevato un significativo aumento delle persone nuove: quasi il 50% delle persone che si sono rivolte a Caritas lo hanno fatto per la prima volta. L’insorgere della povertà ha colpito anche persone fino a poco tempo prima al riparo da situazioni di deprivazione e per questo meno preparate ad affrontare il loro scivolamento in povertà.

Come a livello nazionale, anche da noi aumenta la povertà delle famiglie come ci dimostra il dato dei destinatari dell’aiuto alimentare della rete Caritas: complessivamente le famiglie ad oggi seguite sono 2.787, un dato che vede, rispetto al periodo precedente a marzo 2020, un aumento del 25%.

Se da un lato aumentano i nuovi poveri, si confermano anche alcune tendenze come quella della multiproblematicità (vengono riscontrati oltre 3 bisogni a persona) e sono in aumento di due punti percentuali, rispetto all’anno precedente, le persone senza fissa dimora che rappresentano il 42,3% del totale. Aumentano anche a Reggio Emilia gli italiani, fra le persone incontrate, salgono nel 2020 quasi al 25%: un dato in sensibile aumento di anno in anno e che, se rapportato con quello di dieci anni fa, vede un raddoppio in ordine percentuale. Il quadro che emerge dai dati Caritas sia nazionali che locali mostra una duplice dinamica: chi era fragile e in bilico si ritrova in povertà mentre si aggrava la condizione di chi era già in difficoltà.

 

Per concludere possiamo dire che la povertà, sicuramente aggravata dalla pandemia, non è un problema solo di oggi. Questo richiederà da un lato un intervento politico strutturale ma contemporaneamente occorrerà rompere la spirale, la trappola della povertà cambiando dinamiche riguardanti il nostro sistema paese nella sua interezza. Questo però deve anche portarci a cambiare il modo in cui guardiamo ai poveri spesso etichettati come colpevoli, fannulloni e parassiti; se la povertà non è una congiuntura le persone che la vivono non sono colpevoli ma vittime e quindi vanno sostenute e non giudicate.

Riconoscerci tutti più fragili ci può portare a guardare all’altro con più empatia come qualcuno simile a me, come qualcuno che forse più che bisogno di risposte istituzionalizzate (che sono indispensabili intendiamoci) ha bisogno di relazioni corte e calde. Dal nostro punto di vista, che potrebbe sembrare retorico, al primo posto bisogna mettere l’attenzione alle persone, che vengono prima degli interessi economici e che devono essere il nostro metro di valutazione. Quindi bisogna cercare di concentrare gli interventi privilegiando quelli volti a ricostruire o rinforzare il tessuto sociale, creando occasioni di relazione e scambio fra i cittadini orientate non solo all’occupazione del tempo libero ma anche alla risposta dei bisogni essenziali, attraverso progetti che, superando la logica del “un noi e un loro”, cioè di qualcuno bisognoso di aiuto e qualcuno che aiuta, cerchino concretamente di costruire un nuovo modello di società basata su un’economia di relazione e prossimità.

 

Noi abbiamo cercato di farlo ripensando i nostri servizi, ad esempio attraverso il progetto delle mense diffuse. Concretamente abbiamo deciso di trasformare la storica mensa di via Adua in un centro di cottura dove vengono preparati i pasti che poi vengono consumati in piccole mense presso le parrocchie (oggi sono 5). Questo cambio di modalità, a cui è sotteso un chiaro cambio di paradigma dal prestazionale al relazionaleCfr Fabio Folgheraiter, La logica sociale dell’aiuto. Fondamenti per una teoria relazionale del welfare., ci ha permesso contemporaneamente di rispondere alle esigenze sanitarie di sicurezza e di contenimento del virus, ma soprattutto di mettere al centro del servizio non il servizio stesso e le sue esigenze gestionali bensì la necessità di creare un luogo propedeutico alla creazione di relazioni e paradigmatico, cioè capace di fare vivere l’idea di aiuto che vogliamo proporre alle comunità cristiane ed essere di stimolo anche alle comunità civili.

Paradossalmente questa crisi ci offre l’opportunità di riscoprirci tutti prossimi gli uni agli altri e quindi tutti ugualmente responsabili della città dell’uomo.

 

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