Politiche europee

Povertà e disuguaglianza: una proposta provocatoria

Social Europe, un sito che ha caratteristiche analoghe a welforum.it, molto noto a livello europeo per la qualità dei contributi che pubblica quotidianamente relativamente all’evoluzione delle politiche economiche e sociali nei paesi europei, ha pubblicato il 15 gennaio un pezzo stimolante e senz’altro provocatorio sul tema del contrasto alla povertà e all’ineguaglianza in Europa. L’articolo è a firma di Michael Dauderstädt un esperto tedesco che è stato per anni direttore della divisione di Economic and Social Policy della Fondazione Friedrich-EbertUna rinomata istituzione culturale fondata nel 1925 in memoria del primo presidente tedesco eletto democraticamente.

 

Il tema trattato è tradizionale, ovvero come affrontare la povertà e la disuguaglianza in Europa, ma la proposta che l’autore formula è senz’altro spiazzante. Dauderstädt parte dai dati recentemente pubblicati da Eurostat sulla povertà relativa e la disuguaglianza in Europa. Le cifre Eurostat per l’UE nel suo insieme, come è noto, sono calcolate in base alle medie dei tassi nazionali di povertà pesate per la popolazione dei relativi paesi. Secondo l’autore questo modo di calcolare il tasso di povertà è metodologicamente errato perché sottovaluta in maniera massiccia la portata reale della povertà e della disuguaglianza, e perché trascura le vaste differenze di reddito tra gli Stati membri. Queste differenze risultano particolarmente elevate se i redditi vengono confrontati utilizzando i tassi di cambio di mercato, mentre sono sostanzialmente inferiori se vengono confrontati usando come valore di riferimento quello della parità di potere d’acquisto (PPP), che riconosce il differenziale nel potere di acquisto di uno stesso importo tra paesi più ricchi e paesi più poveri.

 

L’autore pubblica da qualche anno stime più realistiche della disuguaglianza in Europa, che tengono conto delle differenze di reddito sia all’interno di ciascun paese che tra paesi. Ha quindi integrato questa analisi con una stima del tasso di povertà paneuropeo che utilizza essenzialmente lo stesso metodo. I valori calcolati utilizzando questo metodo sono significativamente più alti rispetto alle cifre Eurostat. E’ evidentemente obiettabile e può essere considerato inappropriato classificare persone che sono relativamente benestanti nel proprio paese come appartenenti ai poveri d’Europa. Ma una misurazione della povertà al solo livello nazionale sottovaluta la dimensione europea del fenomeno della povertà e l’impatto che ha una differenza importante in tale misurazione sulle dinamiche migratorie interne ed esterne e nel complesso sulla coesione sociale del continente.

I tassi di povertà ‘nazionale’ nell’UE variano tra oltre il 25% in Romania e meno del 10% nella Repubblica Ceca. Per la Germania, la cifra per il 2016 è del 16,5%. La cifra ufficiale di Eurostat per l’UE nel suo insieme è del 17,3%, il che pone il tasso di povertà nella UE solo leggermente al di sopra del livello registrato in Germania. Il quadro cambia drasticamente se si va ad analizzare il tasso di povertà paneuropeo. Se si stima la soglia del rischio di povertà per l’UE nel suo insieme (al 60 per cento del reddito medio UE) si ottiene un valore di circa € 9.760 (se si considera il tasso di cambio di mercato o di € 9.780, se si lo considera in PPP. La maggior parte delle famiglie povere (con un reddito al di sotto di tale soglia) si vanno naturalmente a collocare negli stati membri più poveri, principalmente in Bulgaria e in Romania, che non solo hanno il reddito pro capite più basso ma anche i più alti tassi di povertà. Praticamente tutte le famiglie residenti in questi paesi si troverebbero quindi al di sotto della soglia di povertà paneuropea. Nei paesi scandinavi al contrario nessun quintile di reddito si troverebbe collocato al di sotto della soglia. La mappa sottostante offre una panoramica della situazione che si verrebbe a creare: evidenzia quanti quintili di reddito si troverebbero sotto la soglia di povertà con, in grigio scuro, nessuno quintile e in rosso scuro tutti i quintili. L’Italia si trova con un solo quintile al di sotto di tale soglia. In particolare i quintili calcolati per il nostro paese sono i seguenti (in PPP) 1Q – 5.754, 2Q – 11.717, 3 Q – 16.314, 4Q – 21.474, 5 Q 36.075. L’autore in questo caso evidenzia quanto sia ampio il gap tra il quintile più basso e i quintili più ricchi.

 

 

Fonte: M.Dauderstädt, “Addressing poverty and inequality in Europe”, Social Europe 15/1/2019

 

Secondo questa stima utilizzando i tassi di cambio di mercato, il tasso di povertà a livello europeo salirebbe al 28,2% (equivalente a circa 142 milioni su una popolazione totale dell’UE di circa 500 milioni). Utilizzano il valore in PPP la cifra scende al 23,2 per cento, equivalente a circa 117 milioni contro gli 87 milioni di persone stimati ufficialmente da Eurostat, stima che lascia quindi potenzialmente tra i 30 e i 55 milioni di persone al di sotto della soglia di rischio di povertà (e quindi sebbene non povera nei propri paesi, disponibile a spostarsi per migliroare la propria condizione) . La disuguaglianza che ancora oggi è fortemente presente nei paesi UE e tra i paesi UE è uno dei fattori chiave della crescita dell’immigrazione, che a sua volta alimenta sentimenti di ansia e insicurezza e l’aumento del populismo. L’immigrazione è stato uno dei fattori chiave che hanno portato alla “Brexit” ed è il “grido di battaglia” dei partiti populisti in tutta Europa, tra cui i paesi scandinavi, Francia, Paesi Bassi, Germania, Italia, ma anche i paesi dell’Europa centrale e orientale. Le forti differenze di reddito tra i paesi con stretti legami economici contribuiscono anche all’esternalizzazione di fasi di produzione ad alta intensità di lavoro, cosa che minaccia salari e occupazione in regioni che in precedenza avevano goduto di una maggiore prosperità economica come sede di industrie manifatturiere poco qualificate.

 

Secondo Dauderstädt queste valutazioni portano alla necessità in Europa di porre maggiormente l’accento sulla riduzione della disuguaglianza ipotizzando due possibili percorsi in tal senso: a) riducendo la disuguaglianza all’interno del paese o (b) riducendo la disuguaglianza tra paesi.

 

  • La disuguaglianza interna nei paesi UE è cresciuta, secondo la sua analisi, in seguito ai tagli al welfare, alla deregolamentazione del mercato del lavoro, ai cambiamenti tecnologici e alla globalizzazione, tutti fattori da affrontare con specifiche politiche governative. Ad esempio in Germania l’introduzione del salario minimo ha fermato l’aumento delle disuguaglianze osservabili dal 1995. Nell’UE, una direttiva più severa sui ‘posted workers’ (i lavoratori distaccati in altri paesi) potrebbe frenare la concorrenza sui salari. Tuttavia le scelte politica economica prese dalla UE e le direttive imposte ai paesi indebitati hanno invece portato ad un aumento della disuguaglianza.
  • La disuguaglianza tra paesi è radicata in complesse cause storiche legate a fattori sociali, politici ed economici. Diversi paesi sono comunque riusciti a colmare il divario storico con altri paesi, attraverso politiche di crescita efficaci. Degno di nota particolare nell’UE è l’Irlanda, che è passata dall’essere uno dei membri più poveri dell’UE-15 ad essere il secondo più ricco in termini di reddito pro capite, sebbene ciò sia stato ottenuto introducendo misure anche opinabili (concorrenza fiscale, ecc ) e comunque non facilmente generalizzabili. Ma anche alcuni paesi dell’Europa meridionale e centro-orientale hanno goduto di una crescita più sostenuta rispetto ai paesi più ricchi dell’UE. Sebbene l’UE abbia sostenuto questa crescita attraverso la sua politica regionale, l’ha poi minata attraverso la politica di austerità volta ad affrontare il problema dei debiti sovrani.

 

Secondo l’autore nel suo nuovo piano finanziario 2021-27, l’UE dovrebbe dare alta priorità alla promozione della crescita, dell’occupazione e della sicurezza sociale negli Stati membri più poveri e periferici e adottare politiche fiscali adeguate, come un bilancio della zona euro e un ministro delle finanze europeo. Dovrebbe sostenere l’attività di investimento, stabilizzare le banche in tutti i paesi, introducendo un’assicurazione sui depositi a livello europeo, e proteggere i debiti sovrani dal panico generato dai mercati.

Il recente calo dei tassi di povertà e disuguaglianza in Europa può essere consideratao una gradita “pausa” dalla stagnazione degli anni precedenti. Ma, data la vastità del problema, che è sottovalutato nelle cifre ufficiali, rappresenta un passo troppo piccolo nella giusta direzione. Progressi più forti e politiche più decisive saranno necessari se si vuole prevenire la disintegrazione dell’Europa.

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