Politiche europee

Quattro scenari per il futuro dell’Europa dopo la crisi

La rivista on line Social Europe, ha pubblicato il 30 aprile 2020 un interessante articolo firmato da Philippe Pochet, direttore generale dell’Istituto sindacale europeo (ETUI), sul tema del futuro dell’Europa dopo la crisi.

 

Che tipo di Europa prenderà forma dopo la crisi del Coronavirus? Sono possibili quattro scenari molto diversi tra loro per quanto riguarda le conseguenze sociali ed ecologiche.

È ormai chiaro che la pandemia di Covid-19 avrà conseguenze importanti e che si protrarranno a lungo. Nell’Unione Europea, le fondamenta stesse dell’integrazione europea sono messe in discussione.

La UE è fondata su tre pilastri: il mercato unico e la libera circolazione, l’euro e il Patto di Crescita e di Stabilità, la concorrenza e la legge sugli aiuti di Stato. Questi tre pilastri sono scossi dalla pandemia e saranno sicuramente al centro dei dibattiti sul futuro dell’Europa.

 

Confini nazionali

Per quanto riguarda la libera circolazione delle persone, ancora una volta la chiusura delle frontiere nazionali ha assunto un valore altamente simbolico, a dimostrazione che gli ‘altri’ europei siano ancora considerati come stranieri potenzialmente pericolosi e portatori di malattie. Questo pone questioni molto delicate. Quando e a quali condizioni (sanitarie, economiche, politiche) sarà presa in considerazione una riapertura che non generi troppi rischi? E su quale scala – l’area Schengen o gruppi di paesi con livelli di rischio simili (Benelux, Stati baltici, penisola iberica), come sembra suggerire  la Commissione Europea?

In assenza di un approccio comune per la gestione dell’emergenza sanitaria, potrebbe essere plausibile il protrarsi per lungo tempo di misure interne più o meno stringenti.

Per quanto riguarda le frontiere esterne dell’UE, seguendo l’esempio della Cina, sarà probabilmente attivato un isolamento del territorio nazionale dal mondo esterno e, una volta superata la crisi sanitaria interna, questa imposizione diventerà la norma.

 

Nel contesto di un’unione monetaria priva di meccanismi di solidarietà e senza una governance politica sovranazionale, le regole del Patto di Crescita e di Stabilità sono state (temporaneamente) sospese, in netto contrasto con la crisi dell’Eurozona. Ma, anche in questo caso, è necessario domandarsi: cosa succederà dopo? Ci sono diversi modi per finanziare i disavanzi di bilancio e i debiti degli stati, che sono destinati ad esplodere. Le conseguenze di queste scelte apparentemente tecniche avranno un impatto fiscale e sociale molto differente. Sia che si ricorra all’helicopter money (n.d.r., una grande immissione e distribuzione di denaro per stimolare la ripresa economica), ai ‘coronabonds’ o che ci si attenga al Meccanismo Europeo di stabilità, il futuro verrà notevolmente influenzato.

Inoltre, le innovazioni istituzionali che verranno adottate saranno temporanee o a più lungo termine? Ad esempio l’iniziativa SURE (che sostiene la promozione di accordi sulla riduzione dell’orario di lavoro) potrà essere l’inizio di un sistema europeo di assicurazione contro la disoccupazione? Poiché la precedente crisi non ha consentito alcun progresso verso una governance sovranazionale della moneta, questa sarà l’ultima occasione per farlo.

Infine, l’allentamento delle restrizioni sugli aiuti di Stato e il salvataggio delle aziende in difficoltà riconfigureranno ciò che è considerato possibile e legittimo. In gioco c’è la legittimità dello Stato ad intervenire nella vita economica. Gli effetti di questa crisi sull’economia reale dureranno a lungo, il che significa che l’Europa non tornerà presto alla normalità.

Questo a sua volta permette di compiere scelte diverse rispetto a prima. Il ruolo dello Stato nell’economia, sia diretto che indiretto, sarà incentrato sul “salvataggio” dei settori tradizionali (trasporto aereo, produzione di petrolio o di veicoli) o sarà quello di spingere verso una trasformazione ecologica?

 

Costruire su nuove casi

La UE dopo la crisi – ammesso che sopravviva – potrebbe avere fondamenta molto diverse se si continuano a mettere in discussione i tre pilastri. Ma in quale contesto globale avverrà tutto questo? Ci sono quattro possibili scenari.

Il primo (contrariamente a quanto ho scritto in precedenza) è quello di un possibile ritorno all’ortodossia neoliberale – un po’ come è avvenuto dopo la precedente crisi (2008-13), quando l’Europa è tornata in modo ancora più radicale ai suoi fondamenti neoliberali dopo una ripresa più o meno verde nel 2009. Questo è ciò che eminenti ricercatori hanno definito la strana non-morte del neoliberismo . Questo scenario è improbabile questa volta, ma non è da escludere del tutto.

È vero, è difficile pensare che possa venire introdotta nel settore pubblico una politica di austerità per uno o due anni. Eppure le reazioni di alcune organizzazioni datoriali nazionali, le crescenti tensioni all’interno di alcuni stati (e il conflitto negli Stati Uniti tra governatori e presidente) e i salvataggi di settori industriali e dei servizi che non rispondono ad adeguate condizioni sociali o ambientali puntano in questa direzione.

 

Il secondo scenario è quello cinese, che fa muovere verso uno Stato più autoritario che controlla la popolazione di un paese attraverso nuovi strumenti basati sull’intelligenza artificiale, con restrizioni imposte su libertà talvolta fondamentali in cambio di un sentimento di protezione (presumibilmente del territorio nazionale). Il fatto che questa crisi sanitaria possa essere ricorrente apre la possibilità a governi più autoritari, come quelli di Ungheria e in Polonia, di affermarsi come garanti della sicurezza e dell’incolumità dei propri cittadini.

Questo scenario va di pari passo con la frammentazione globale e una più o meno radicale “deglobalizzazione”. Anche in questo caso, l’esempio degli Stati Uniti di Donald Trump, soprattutto con la possibilità di un suo secondo mandato, è eloquente. L’unità di riferimento diventa il territorio nazionale – con un rafforzamento del controllo sociale grazie allo sviluppo delle reti 5G.

 

Crescita a qualsiasi prezzo

Il terzo scenario è un ritorno alla crescita a tutti i costi, con un recupero dei consumi al di fuori di qualunque considerazione per l’ambiente. Ricordando la Belle Époque, questa sarebbe niente di meno che una festa di fine del mondo. Se da un lato avrebbe un impatto positivo sugli indicatori economici convenzionali (come il prodotto interno lordo) e ridurrebbe i fallimenti e la disoccupazione a breve e medio termine, dall’altro avrebbe importanti conseguenze a lungo termine.

Gli appelli di alcuni Governi, come quello della Repubblica Ceca, e di figure importanti di settori eocnomici, a dimenticare il Green Deal europeo sottolineano la forza di questo scenario. E se i consumi non dovessero riprendere a crescere, gli appelli alla ripresa darebbero nuovo slancio alle richieste di tenere meno conto delle preoccupazioni ambientali e di una maggiore “flessibilità” del mercato del lavoro a scapito dei lavoratori. Visto in questo modo, il terzo scenario potrebbe assomigliare molto al primo.

 

Lo scenario finale prevede di accelerare la transizione ecologica e di ripensare rapidamente il nostro modello di crescita, con un ritorno ai servizi pubblici, ai beni comuni e con la solidarietà al centro dell’economia e delle politiche sociali. Ne stiamo vedendo i semi, con diversi governi e attori della società civile che sostengono il Green Deal e alcune città, come Parigi e Bruxelles, che indicano la strada per una transizione più rapida, anche se molto difficile da portare a termine in un periodo di alta disoccupazione e di crisi economica.

Due fattori sono destinati ad avere un’influenza decisiva. Il primo è la parziale delocalizzazione delle filiere produttive e un certo protezionismo ambientale, che in extremis potrebbe avere molto in comune con il secondo scenario nazionalistico. La questione chiave in questo caso è se il protezionismo cooperativo (finalizzato al raggiungimento di un comune obiettivo) riuscirà ad avere la meglio sul protezionismo antagonista (vincere contro gli altri).

Il secondo fattore fondamentale è la riduzione dell’orario di lavoro. Esso costituisce una linea di demarcazione tra la restaurazione neoliberale e questo scenario di ripresa a tutti i costi e rappresenta un elemento strategico di ribaltamento della prospettiva: questo è l’aspetto strategicamente più importante nella strutturazione del dibattito nel prossimo futuro.

Questi scenari non si escludono a vicenda e possono essere combinati e sviluppati in parallelo in diverse regioni del mondo, a seconda dei rispettivi equilibri di potere. Potrebbe bastare poco per passare dall’uno all’altro. Le strategie messe in atto dagli attori collettivi avranno quindi un ruolo chiave – con conseguenze sul modo in cui i pilastri architettonici dell’UE si trasformeranno.

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