Migrazioni

Tutori volontari e MSNA. Una relazione cruciale

Intervista a Michela Semprebon

Pubblichiamo in due puntate una conversazione con Michela Semprebon sulla sua esperienza come tutrice legale volontaria di minori stranieri non accompagnati. Michela Semprebon è sociologa, attualmente docente e ricercatrice presso l’Università di Parma. Da circa vent’anni si occupa di migrazioni sia attraverso la sua attività di ricerca, sia come attivista.

 

Come e perché hai deciso di intraprendere questo percorso?

Mi occupo di immigrazione da una ventina di anni, come ricercatrice ma anche come attivista. Come parte del mio percorso, questi due ruoli sono sempre stati collegati. Tutta la ricerca che ho condotto ha sempre avuto un focus applicato. Occupandomi principalmente di politiche, per me è sempre stato importante impegnarmi per contribuire al loro miglioramento, sia come ricercatrice, sia come attivista. Nella mia attività di ricerca, questo impegno è anche connesso alla cosiddetta terza missione dell’università e quindi a favorire il dialogo e il confronto con tutti gli attori che sul territorio si occupano di una determinata tematica.

L’idea di diventare tutrice volontaria l’ho maturata nel 2016, per un motivo particolare: dal 2016 al 2019 ho collaborato come volontaria al progetto “Antenne Migranti”, coordinato dalla Fondazione Langer di Bolzano, in attività di supporto alle persone migranti in transito lunga la rotta del Brennero verso Austria e Germania. Sono stata impegnata soprattutto presso la stazione di Verona, ma anche a Trento e Bolzano. Ho fornito informazioni finalizzate all’orientamento delle persone rispetto ai servizi sul territorio, per esempio per trovare un alloggio, soprattutto nei mesi invernali.

Un’attenzione particolare l’abbiamo dedicata ai giovani minorenni, perché sono emerse varie criticità rispetto alla loro tutela, oltre che violazioni dei loro diritti – in primis in termini di mancato accesso ai servizi. Come volontaria, però, non sono sempre riuscita ad aprire un dialogo con le istituzioni, perché il mio ruolo non era riconosciuto istituzionalmente. Quindi non era facile portare istanze alle questure, alle prefetture, ai Comuni. Allo stesso tempo, avendo creato delle relazioni con vari attori sul territorio di Verona, mi è stato segnalato il corso per tutori volontari e sono stata incoraggiata a partecipare. Quindi la scelta è legata in primis alla possibilità di ricoprire un ruolo che, per quanto volontario, è a tutti gli effetti riconosciuto istituzionalmente. La nomina è data, infatti, dal Tribunale dei minorenni e per essere tutori bisogna essere iscritti in un elenco gestito dal Garante Regionale dell’Adolescenza e dell’Infanzia. Chi interloquisce con i tutori e le tutrici, nel loro ruolo di tutela, non può ignorarne le istanze.

 

In cosa consiste il ruolo del tutore volontario?

È complesso da spiegare. Da un certo punto di vista è quasi più facile dire cosa non è il tutore volontario. Il tutore/la tutrice ha la responsabilità di tutelare persone che hanno meno di 18 anni e che non possono contare su una figura genitoriale. Nel caso dei minori stranieri non accompagnati (MSNA), con cui ho maturato la mia esperienza finora, non significa che i genitori siano morti o che abbiano perso la patria potestà. Può essere che non siano presenti perché sono nel Paese di origine.

Come parte della tutela, tutori e tutrici sono chiamati a collaborare con un’equipe che comprende numerose figure: assistente sociale, avvocati e operatori legali (non sempre presenti), mediatori linguistico-culturali, educatori, operatori dell’accoglienza, figure sociosanitarie, istituzioni responsabili per il percorso di regolarizzazione, ecc.

Tutori e tutrici hanno un ruolo diverso da ciascuna di queste figure, sono una “figura terza”, ma collaborano con ciascuna di esse. In sostanza, il tutore è il rappresentante legale della persona minorenne. Mentre in altri paesi europei il tutore legale è una figura istituzionale (giudice, assistente sociale, ministero), in Italia è un/a cittadino/a. Inoltre, in Italia è stata sottolineata sempre più l’importanza non solo di garantire l’accesso ai diritti, ma anche la promozione del benessere del minore, al fine di favorire un percorso di inclusione che tenga conto delle sue capacità e delle sue aspirazioni.

Va aggiunto che il tutore, per quanto abbia un ruolo istituzionale, resta indipendente dalle figure istituzionali con cui collabora e la sua responsabilità primaria resta la tutela della persona minorenne. In generale le decisioni relative ai minori richiedono il consenso e la firma del tutore. Il tutore firma il permesso di soggiorno, firma la pagella scolastica, firma per acconsentire allo svolgimento di visite mediche e interventi chirurgici. Ci sono situazioni in cui il tutore può non essere d’accordo con le opinioni di una o più figure dell’equipe con cui collabora. Questo può riguardare questioni molto serie, come per esempio l’opportunità di presentare domanda d’asilo o meno, o di autorizzare un’interruzione volontaria di gravidanza. Ci sono anche situazioni molto difficili e complesse. È quindi sua responsabilità dialogare apertamente con tutti e raggiungere, insieme al minore, una decisione il più possibile rispondente al suo interesse.

 

Ci sono dei requisiti per diventare tutori?

Innanzitutto per diventare tutori si deve seguire un percorso formativo, come previsto dalla Legge Zampa del 2017, relativa ai minori stranieri non accompagnati, ma in realtà era previsto anche precedentemente per i minori in generale. Con la Legge Zampa è stato creato un albo presso gli uffici dei Garanti Regionali per l’Adolescenza e l’Infanzia. La formazione è obbligatoria, è organizzata dai Garanti e permette, al termine del percorso, laddove viene valutata l’idoneità del tutore/della tutrice, in seguito a colloqui con l’assistente sociale e la psicologa, l’inserimento nell’albo regionale. I contenuti possono variare da regione a regione. Per quanto riguarda la Regione Veneto, dove ho seguito io la formazione, si è trattato di una decina di incontri per un totale di 20 ore circa. La formazione è abbastanza lunga e approfondita ma, dal mio punto di vista, non è sufficiente per lo svolgimento del ruolo e d’altronde non è nemmeno questo l’obiettivo.

Per definizione, la formazione può dare solo alcuni strumenti di base sulla figura del tutore: le basi normative principali del ruolo e dei diritti dei minori, la relazione con le varie figure che si occupano dei minori e l’importanza di lavorare in equipe. Tutti i passaggi del percorso con il minore vanno, infatti, discussi insieme al minore e a tutte queste figure, ognuna con la sua specifica competenza. Si ragiona, infine, sul rapporto con la persona tutelata. Dal mio punto di vista, tuttavia, questa parte dovrebbe essere maggiormente approfondita. Oltre alla formazione, per diventare tutori bisogna avere la cittadinanza italiana o regolare permesso di soggiorno, regolare residenza, 25 anni di età (minimo), godere dei diritti civili e politici e non avere condanne penali.

 

Quali sono i diversi soggetti coinvolti nel percorso del minore con cui il tutore si relaziona?

Le figure coinvolte sono tante e ognuna è importante. È fondamentale prima di tutto la figura dell’assistente sociale perché segue il minore lungo tutto il suo percorso da quando viene “preso in carico”, come si dice in gergo burocratico, fino al compimento dei 18 anni e, in alcuni casi, anche successivamente, laddove viene intrapreso un percorso di prosieguo amministrativo, ossia la continuazione della tutela oltre la maggiore età. L’assistente sociale è anche la figura che normalmente “tiene le fila” tra le varie figure coinvolte nella tutela del minore. Concretamente, nel momento in cui inizia la presa in carico, l’assistente sociale organizza il primo incontro per introdurre il minore e la comunità al tutore. Ed è l’assistente sociale che organizza, più o meno frequentemente, incontri con il minore, la comunità, il tutore ed eventuali altre figure specialistiche, per monitorare il percorso del minore e accompagnarlo.

È poi importante il ruolo di educatori e operatori che assistono i minori nelle comunità di accoglienza, perché instaurano un rapporto educativo quotidiano e quindi maggiormente esposto con il minore. Ci sono infine tutta una serie di istituzioni, come le questure per gli aspetti di regolarizzazione, le prefetture (talvolta) per l’accoglienza, le commissioni territoriali per l’eventuale domanda di asilo, le figure sociosanitarie che sono fondamentali per gli aspetti di salute fisica e mentale, la figura dell’avvocato o dell’operatore socio-legale per l’orientamento legale, la regolarizzazione e l’eventuale accompagnamento in commissione territoriale e non va dimenticata la figura del mediatore-linguistico culturale, di fondamentale importanza per quanto riguarda il diritto all’ascolto.

In una tutela che ho seguito era coinvolto anche l’ente anti-tratta, in quanto la persona minorenne era stata vittima di tratta e sfruttamento. Il tutore è chiamato a collaborare con tutti. La mia esperienza è stata positiva in questo senso, generalmente molto collaborativa, anche se non tutti conoscono la figura del tutore (me ne sono resa conto con alcuni dirigenti della questura e con operatori sociosanitari).

In alcuni casi ho dovuto insistere per portare avanti le istanze insieme al minore ed è stato fondamentale avere il supporto di un avvocato competente. Questa triangolazione della relazione ha anche aspetti di criticità. Poichè molte figure sono coinvolte nella tutela del minore, molte decisioni vanno prese insieme. Questo significa anche, per esempio, che se il minore vuole uscire dalla comunità per un fine settimana, la decisione va presa in equipe. Il minore è spesso esasperato dal fatto di dover attendere la risposta di più persone a quella che percepisce come una domanda semplice e una richiesta legittima.

Infine, non vanno scordati i ruoli delle figure non istituzionali. Mi riferisco ai ragazzi minorenni che vivono nelle stesse comunità del minore che un tutore segue, ma anche ai genitori, ai familiari che, per quanto riguarda i MSNA, sono generalmente nel Paese di origine, ma non per questo sono irrilevanti, anzi: spesso hanno un ruolo fondamentale nelle scelte dei minori e vanno quindi considerati.

 

Come funziona l’assegnazione dei casi? Quanti casi si seguono e con quale durata?

Per quanto riguarda l’assegnazione dei minori c’è – almeno per la Regione Veneto, ma credo sia così anche nelle altre regioni – una figura dei servizi sociali, definita “referente territoriale”, che è in stretto contatto con il Garante Regionale e che riceve le richieste di nomina. Il/la referente territoriale contatta uno o più tutori del territorio e presenta brevemente, perché spesso non ci sono tantissime informazioni, il caso del minore per il quale è richiesta la tutela. Sulla base della disponibilità viene proposta la nomina al Tribunale dei minorenni. Ove possibile, il/la referente territoriale valutano anche le competenze specifiche dei tutori e delle tutrici. Nel mio caso, per esempio, mi è stato chiesto una volta di accettare la tutela di una ragazza vittima di tratta perché avevo una competenza pregressa su questo tema. Spesso, tuttavia, soprattutto in coincidenza con l’arrivo sul territorio di un numero più elevato di minori, i referenti possono far fatica a trovare un tutore disponibile.

Rispetto al numero di casi assegnati, la Legge Zampa, per quanto riguarda i MSNA, prevede che un tutore segua un minore (o più minori laddove ci siano fratelli o sorelle), con l’obiettivo di garantire un’attenta tutela a ciascuno, non solo per quanto riguarda gli aspetti burocratici e legali, ma anche la costruzione della relazione. Dopodiché, non sempre i referenti territoriali trovano tutori disponibili, soprattutto, ma non solo, nei periodi in cui arriva un numero più alto di minori sul territorio. Oggettivamente, possono trovarsi a gestire situazioni complesse. Talvolta possono chiedere allo stesso tutore se è disponibile ad accettare più tutele.

Nel mio caso ho scelto, ad eccezione di un caso, di seguirne uno alla volta. Sconsiglio fortemente di accettare più tutele. Nel caso in cui ho accettato due tutele contemporaneamente, si è trattato di due ragazzi della stessa nazionalità, apparentemente arrivati insieme sul territorio, a pochi mesi dal compimento della maggiore età, ospitati presso la stessa comunità e con bisogni simili, associati prevalentemente alla regolarizzazione.

Dal punto di vista della durata della tutela, i casi sono variabili. Per quanto riguarda i MSNA tendenzialmente si parla di adolescenti: i più giovani possono essere di 15 o 16 anni, spesso sono di 17 anni e quindi si avvicinano alla maggiore età. Questo significa che le tutele possono essere di uno, due o tre anni, o meno di un anno o pochi mesi. Una ragazza che ho seguito è arrivata in Italia molto giovane, all’età di 16 anni e l’ho seguita quindi per due anni e dunque è stata abbastanza lunga, rispetto alla media. E di fatto la sto ancora seguendo – anche se non sono più la sua tutrice, avendo lei nel frattempo compiuto 18 anni, e dunque non partecipando agli incontri con l’assistente sociale e le educatrici – perché il nostro rapporto nel tempo si è consolidato. Quando i tempi sono brevi, è più difficile intraprendere un percorso di inclusione con il minore. È più difficile anche procedere con il percorso di regolarizzazione, anche se il tutore ha sempre la possibilità di impugnare decisioni e procedure contrarie alla tutela del minore (in primis per l’assenza del tutore stesso, se non era stato ancora nominato o se era assente l’educatore della comunità che spesso è nominato come tutore pro-tempore in attesa della nomina del tutore).

 

Come si costruisce la relazione con il minore?

Per me la relazione col minore è il punto di partenza. La normativa italiana, ma anche la normativa europea – penso per esempio alla Carta europea dei diritti fondamentali, penso alla Convenzione internazionale dei diritti del fanciullo – sono norme bellissime, molto importanti e assolutamente tutelanti. L’implementazione però è un’altra cosa e ci sono ancora passi avanti da fare. Tutte queste norme, in vari articoli, parlano nello specifico del diritto del minore di essere ascoltato e di esprimere liberamente le proprie opinioni, come principio fondamentale della tutela. Nella pratica questo diritto non viene sempre garantito e tutelato.

Nella formazione che ho fatto io in Veneto il tema è stato trattato poco, dal mio punto di vista. In parte, forse, anche perché si tratta di un tema complesso che richiederebbe, da solo, un corso intero. Resta però il fatto che si lascia molto al tutore/tutrice e alle altre figure che si occupano della tutela valutare di volta in volta le condizioni specifiche del minore e le modalità di relazione che consentano di garantire il diritto all’ascolto.

Certamente ogni minore è una persona unica, non c’è un manuale che può spiegare come relazionarsi, ma non vengono date nemmeno indicazioni “più operative” rispetto a questioni apparentemente semplici come la frequenza con cui è bene per un tutore vedere un minore, cosa significhi costruire una relazione e come si può fare. Sono domande che si pongono, tanto più che le figure che ruotano attorno al minore sono tantissime.

Il minore già di per sé parte da una situazione in cui è in confusione totale rispetto a chi fa cosa. È molto difficile far capire al minore che il tutore comunque è indipendente, per esempio, perché, vedendolo collaborare con il Comune e altri enti, lo associa alle istituzioni stesse. È quindi importante, dal mio punto di vista, costruire una relazione il più possibile regolare col minore per aiutarlo a capire il ruolo del tutore. Non vuol dire necessariamente vederlo una volta a settimana, anche perché il minore vede gli educatori quotidianamente e si rischierebbe di confondere il ruolo educativo con quello di tutela.

Le valutazioni vanno fatte in equipe, ma sicuramente mi sento di dire, a partire dalla mia esperienza, che mantenere un contatto regolare è importante. La mia scelta è stata quella di non vedere i minori che ho seguito tutte le settimane, ma di fare almeno una telefonata con questa frequenza, per chieder loro come stanno e far capire che mi interessa sapere se stanno bene. Il tema del benessere va al di là della regolarizzazione, dell’accesso alla casa e al lavoro. Quando chiediamo al minore “come stai?” gli facciamo capire che ci interessa di lui/di lei, punto. È importante per costruire un rapporto di fiducia. Per fiducia intendo una cosa molto specifica, nel senso di “mi fido che quello che dici è vero ed è nel mio interesse”, punto. Non significa “mi fido di te come persona”.

Se ci pensiamo, per chiunque di noi ci vuole tempo per fidarsi davvero di una persona. E questo passa necessariamente attraverso riscontri positivi, ci vuole tempo. Richiede, appunto, una presenza costante, moltissimo ascolto e una particolare delicatezza. Bisogna ricordare sempre che i MSNA hanno spesso delle situazioni molto drammatiche alle spalle e quindi fare domande rispetto alla famiglia o al loro viaggio va bene, è doveroso farlo perché sono persone umane e come tali vanno trattati, ma dobbiamo prestare sempre molta attenzione.

Allo stesso tempo non dobbiamo dare mai per scontato cosa sia meglio per loro. Possiamo chiedere, molto semplicemente, e lasciar loro la possibilità di rispondere o meno e di rispondere anche no, se vogliono. Questo, dal mio punto di vista, vuol dire ascoltarli davvero. Anche perché stiamo parlando di giovani che sono vicini alla maggiore età, quindi di fatto sono quasi adulti, non sono bambini. Faccio un esempio concreto che per me è stato illuminante: con una ragazza di cui sono stata tutrice, siamo state in tribunale, per il mio giuramento come tutrice, a seguito della nomina. Per l’ennesima volta, la ragazza si è sentita chiedere, in questo caso dal giudice, di raccontare la propria storia, il suo arrivo il Italia e, nel suo caso specifico, la sua storia di sfruttamento. Tutti aspetti drammatici e molto dolorosi. Quando siamo uscite dal tribunale, la ragazza mi ha chiesto: “Perché tu non mi hai mai chiesto della mia storia?”. È vero, non le avevo mai chiesto, sapendo che la sua era una storia dolorosa e immaginando che non volesse parlarne, tanto più che aveva dovuto parlarne già più volte. Quando le ho spiegato il motivo mi ha detto: “Potevi chiedermelo e lasciare che scegliessi di non raccontartela”. Quindi, anche avendo davvero tutte le migliori intenzioni, non dobbiamo mai dimenticarci di comunicare col minore, di ascoltarlo e permettergli di esprimere liberamente le proprie opinioni e le proprie scelte.

 

Parliamo dell’asimmetria nella relazione e delle aspettative che si possono aprire nel minore.

Partiamo dalla premessa che i ruoli sono evidentemente assolutamente asimmetrici. È importante prenderne atto ed esserne consapevoli. Ci sono comunque, a mio modo di vedere, degli spazi per tenere in considerazione questa asimmetria e cercare di gestirla. Resta chiaramente insuperabile, ma può rappresentare un elemento favorevole nella relazione. Nel momento in cui riesci a far passare al minore il messaggio che ti interessa veramente di lui o di lei, che ti interessa il suo benessere, a quel punto è più probabile che nell’accompagnamento il minore ascolti maggiormente, che maturi la fiducia che il tutore sta cercando di mettere in campo tutte le risorse possibili per la sua tutela e che non ha nessun interesse a comportarsi in modi contrari contro al suo interesse.

C’è un’altra cosa da considerare: come tutore sai tante cose del minore e lo sa anche il minore stesso che l’assistente sociale ti racconta della sua storia ancora prima di incontrarlo per la prima volta. Per questo, la prima cosa che io faccio con i minori che seguo, quando si apre la tutela, è chiedere loro se hanno delle domande da fare a me, su di me, sulla mia famiglia, la mia storia. Di solito mi chiedono se sono sposata, se ho figli, che lavoro faccio. Per me è un’occasione per stabilire un dialogo un po’ più alla pari, quanto meno per permettere che le domande siano fatte in duplice direzione.

Ricordo che nel corso di formazione ci era stato suggerito di non portare a casa il minore perché c’è il rischio di dare false aspettative. È un suggerimento sicuramente sensato, ma anche questo va valutato di volta in volta, anche per non creare situazioni incomprensibili per il minore stesso. Dal momento che io come tutore vengo sempre nella tua comunità, nei tuoi spazi quotidiani, perché ti impedisco di entrare nei miei spazi, chiaramente d’accordo con l’equipe e ragionando sulla scelta? Mi è successo una volta di partecipare ad un incontro con l’assistente sociale, l’educatrice e la ragazza di cui ero tutrice.

Al termine dell’incontro ho chiesto di riaccompagnare io la ragazza a casa per trascorrere un po’ di tempo con lei. Mi sono resa conto di aver lasciato le chiavi dell’auto a casa e le ho detto che avrei fatto in un attimo. Lei mi ha chiesto “non mi fai salire?”. Ho avuto un momento di difficoltà perché durante la formazione il suggerimento era di non portare mai i minori in casa. Poi il buon senso è prevalso ed ho pensato che l’importante era parlare in modo trasparente e spiegare, se me l’avesse chiesto, che non poteva vivere con me. Non me l’ha mai chiesto, non sono mai emerse incomprensioni in questo senso. Quindi delle volte ci poniamo domande su questioni delicate, che vanno considerate come tali, ma che non sono necessariamente complesse da gestire e che richiedono solo chiarezza e trasparenza.

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.