Povertà e disuguaglianze

Un bilancio sulla sperimentazione della MIA in Friuli Venezia Giulia

La Misura attiva di sostegno al reddito (MIA) è la misura di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale del Friuli Venezia Giulia, orientata alla promozione della graduale e autonoma uscita del nucleo famigliare dalla condizione di indigenza, attraverso l’erogazione di un contributo economico condizionato al rispetto di obiettivi di attivazione ed inclusionePer approfondimenti sulla configurazione e le principali caratteristiche della MIA si veda l’articolo di Gnan E., Guglielmi M. e Visentini E., Le misure regionali di sostegno al reddito in Friuli Venezia Giulia, pubblicato su welforum.it il 15.07.2019.. La misura, applicata in via sperimentale per un periodo di tre anni, ha avuto avvio il 22 ottobre 2015 e ha trovato conclusione il 22 ottobre 2018. Vediamo di seguito i principali risultati relativi alla sperimentazione della misuraLa presente analisi è tratta dalla Sintesi del monitoraggio del triennio di sperimentazione MIA 2015-2018 curata dalla Regione Friuli Venezia Giulia e pubblicata nella primavera 2019..

 

 

Domande accolte e nuclei beneficiari: numeri e caratteristiche

I dati riportati nella Relazione di monitoraggio della Regione Friuli Venezia Giulia relativa al periodo 2015-2018 evidenziano come i nuclei famigliari beneficiari di MIA nel triennio di sperimentazione siano più di 20,5 mila. Di questi, circa il 76% ha avuto il primo ingresso alla misura tra il 2015 e il 2016, il 17% nel corso del 2017 e il restante 7% nel corso del 2018. L’incidenza dei nuclei beneficiari di MIA sul totale delle famiglie residenti in Regione è pari al 3,7% e registra un significativo impatto nei territori del Triestino e del Friuli Centrale (Udine), che raccolgono quasi il 48% del totale dei nuclei beneficiari. La distribuzione dei percettori di MIA tra contesti urbani e periferici è disomogenea e legata ad una maggiore concentrazione delle situazioni di povertà nelle aree urbane, interessate anche da una maggiore presenza di cittadini stranieri.

Con riferimento alle domande presentate nel corso del triennio, la MIA ha raggiunto in totale 54 mila individui, con un numero medio di 2,6 componenti per nucleo. Un terzo dei beneficiari è costituito da soggetti minorenni, che registrano, sul totale dei minori residenti, un’incidenza del 10%. Il 22% dei beneficiari di MIA è poi composto da giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni, poco più del 40% da adulti tra i 35 e i 65 anni e il restante 4% da anziani ultra 65enni. La distribuzione dei componenti dei nuclei beneficiari di MIA per classe di età risulta coerente con quella della povertà, che vede – sia a livello nazionale sia a livello regionale – una progressiva riduzione all’aumentare dell’età e una maggior incidenza tra le famiglie, specie se giovani, con figli minori.

Complessivamente nel triennio più della metà dei nuclei beneficiari (57,5%) presenta un ISEE compreso tra gli 0 e i 3.000 euro, mentre il restante 42,5% si concentra nella fascia compresa tra i 3.000 e i 6.000 euro. Se si guarda invece solo all’ultimo anno di sperimentazioneSi veda a tal proposito la Relazione di monitoraggio sulla Misura attiva di sostegno al reddito relativa al 2018 curata dalla Regione Friuli Venezia Giulia e pubblicata nella primavera 2019., il valore ISEE di accesso è mediamente di 3.499 euro e risulta più elevato rispetto agli anni precedenti. La maggior parte dei nuclei famigliari beneficiari (66%) si colloca nella fascia ISEE compresa tra i 3.000 e i 6.000 euro e il restante 34% nella fascia compresa tra gli 0 e i 3.000 euro.

Qual è la composizione delle famiglie beneficiarie? Relativamente al triennio di riferimento, viene rilevata una netta prevalenza di nuclei con figli, specie se minori, che rappresentano più della metà del totale (56,5%) dei nuclei beneficiari. Tra i nuclei con figli, circa 1 famiglia beneficiaria su 6 è monogenitore (17%). Poco più di un terzo delle famiglie beneficiarie (34%) è invece composto da una sola persona e il restante 9% è costituito da famiglie non unipersonali senza figli. Per quanto riguarda la cittadinanza, i nuclei beneficiari di MIA risultano per la maggior parte (58,5%) costituiti da famiglie italiane, il 29,5% da famiglie composte da soli cittadini stranieri e il restante 12% da famiglie miste con al proprio interno almeno un cittadino straniero. Coerentemente con la struttura anagrafica della popolazione straniera residente in Regione, i nuclei famigliari beneficiari composti da cittadini non italiani sono mediamente più giovani, maggiormente numerosi e con un numero di figli più elevato rispetto a quelli con cittadinanza italiana. Tra i percettori di MIA prevalgono dunque le famiglie numerose con figli minori e le famiglie straniere, ossia le due tipologie famigliari più colpite dalla povertà, anche a livello nazionale.

Se si analizzano i dati relativi alle domande di MIA presentate nel periodo 2015-2018 per condizione occupazionale dei soli componenti in età da lavoro, si evidenzia come il 38% dei beneficiari di MIA sia disoccupata e il 32% occupata. Tra i disoccupati, più della metà si colloca nella fascia ISEE compresa tra gli 0 e i 3.000 euro. Le casalinghe sono quasi il 13%, gli studenti il 7% e i pensionati il 3%. Se si guarda invece al 2018, emerge una tendenza inversa: quasi il 36% – più di una persona su tre – risulta occupata, prevalentemente con contratti di lavoro a tempo indeterminato, mentre i disoccupati rappresentano il 32%. Rispetto ai precedenti monitoraggi, i dati relativi al 2018 evidenziano dunque un incremento degli occupati rispetto alla presenza di disoccupati. Tale dato è particolarmente significativo in quanto sottolinea come sempre più spesso la sola occupazione non sia in grado di consentire al nucleo di disporre di un reddito sufficiente ad uscire dalla condizione di povertà, facendo rientrare sempre più lavoratori nella categoria dei cosiddetti working poor.

 

 

Quale presa in carico?

La MIA sin dal suo avvio, anticipando i contenuti del REI e poi del Reddito di Cittadinanza, ha previsto l’attivazione e l’adesione da parte di tutti i componenti maggiorenni del nucleo beneficiario ad un patto di inclusione per poterne beneficiare. Tale patto, formulato in seguito ad una valutazione multidimensionale del bisogno e sottoscritto dalla famiglia, contiene impegni e obiettivi di inclusione sociale, occupabilità e riduzione del rischio di marginalità.

Ad oggi i patti di inclusione sono stati attivati per l’82% dei nuclei beneficiari di MIA e il numero di nuclei beneficiari con patto di inclusione attivo risulta sensibilmente aumentato nel corso del triennio di sperimentazione. Tale tendenza è connessa, in parte, al minor afflusso che ha favorito un lavoro più celere e puntuale sotto il profilo della registrazione dei dati a sistema e, in parte, al progressivo consolidamento metodologico e affinamento degli strumenti di valutazione e progettazione personalizzata.

Dall’analisi effettuata dalla Regione Friuli Venezia Giulia sui patti di inclusione attivati, emerge come la maggior parte dei nuclei beneficiari presentino bisogni sociali, siano essi semplici o complessi. In particolare, il 38% delle famiglie beneficiarie di MIA persegue obiettivi esclusivamente di tipo sociale e il 36% è impegnato in obiettivi riferiti all’area lavoro e/o formativa e di orientamento, oltre che in obiettivi relativi all’area sociale. Solo il 7% dei nuclei beneficiari presenta invece bisogni esclusivamente lavoristici, caratterizzati in particolare da obiettivi di promozione dell’occupabilità, di ottenimento/mantenimento di un lavoro conciliabile con i tempi famigliari di cura o di attivazione di un percorso formativo. La progettazione dei nuclei assume caratteristiche diverse sul territorio, passando quindi da una progettazione maggiormente integrata ad una progettazione prevalentemente sociale. Le differenti caratteristiche del target di riferimento, le diverse modalità di integrazione e collaborazione – più o meno consolidate e formalizzate – tra servizi, la maggiore o minore presenza di opportunità lavorative e formative sono tra le principali responsabili di tali disomogeneità. Dall’analisi svolta dalla Regione Friuli Venezia Giulia emerge inoltre l’avvio di un importante lavoro di integrazione tra i diversi servizi deputati alla presa in carico del nucleo beneficiario di MIA, in particolare di quelli del lavoro, che tuttavia non sempre trova riscontro in una formalizzazione e registrazione a sistema del raccordo. Tra i soggetti attuatori dei patti di inclusione, il servizio sociale comunale gioca dunque un ruolo preponderante. In pochi casi vengono infatti indicati tra i soggetti attuatori servizi diversi da questi ultimi.

Vediamo ora quali sono gli obiettivi specifici di tipo sociale più diffusi tra i patti di inclusione attivati nel triennio di sperimentazione della misuraSi tenga conto del fatto che in ciascun patto di inclusione possono essere contenuti più aree e obiettivi specifici. Sono stimati circa 2,5 obiettivi per patto.. L’area abitativa è sicuramente quella che registra il maggior numero di interventi: nell’80% dei patti infatti sono stati indicati obiettivi di sostegno all’abitare, orientati in prevalenza a evitare insolvenze per utenze e affitti, e in misura più marginale a sanare/evitare l’aggravarsi di situazioni debitorie o a trovare un alloggio/alloggio adeguato. Seconda per rilevanza risulta l’area socio-relazionale e dell’autonomia personale, che riguarda il 37% dei patti sottoscritti, con obiettivi specifici volti soprattutto a garantire il soddisfacimento delle esigenze primarie della vita quotidiana e il recupero/mantenimento di un buono stato di salute. Quasi un quarto dei patti (23%) contiene obiettivi relativi all’area della cura genitoriale e parentale, volti per lo più a potenziare il ruolo educativo e di cura, e a garantire ai minori la frequenza scolastica e ad attività extrascolastiche. Maggiormente residuali i patti di inclusione contenenti obiettivi in area di esigibilità dei diritti previdenziali e assistenziali (5%) e in area socio-riabilitativa (3%).

Per circa 4,5 mila nuclei beneficiari di MIA sono già disponibili gli esiti relativi alle verifiche dei progetti di presa in carico. Da questi primi esiti emerge come il 71% dei nuclei monitorati abbia raggiunto tutti gli obiettivi previsti dai patti, il 25% solo alcuni di questi e quasi il 4% nessuno. Le maggiori percentuali di successo si registrano nell’area delle cure genitoriali, in quella socio-relazionale e dell’autonomia personale e in quella abitativa. Percentuali soddisfacenti di successo si rilevano anche nell’area lavoristica, che si concentra soprattutto nella realizzazione di azioni propedeutiche alla ricerca di lavoro e di promozione dell’occupabilità.

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