Migrazioni

Un volto nascosto dell’immigrazione

La partecipazione delle donne alle attività indipendenti

Il dibattito sull’immigrazione è spesso appiattito sulle dimensioni più drammatiche e anche patologiche, quando non su voci enfatiche e persino false. Basti pensare alla confusione tra immigrati e rifugiati, all’equazione tra sbarcati e richiedenti asilo, alla sbrigativa spiegazione dell’immigrazione in termini di fuga dalla povertà.

L’immigrazione è invece un fenomeno articolato e sempre più differenziato, in cui non mancano gli aspetti inattesi. Intendo qui approfondirne uno: quello delle donne nate all’estero e titolari di attività in Italia.

 

Un rapporto dell’IDOS recentemente pubblicato aiuta a collocare questo fenomeno nel panorama complessivo dello sviluppo dell’imprenditoria straniera in Italia: un apporto all’economia del nostro paese cresciuto nel tempo, anche durante la lunga recessione del nostro paese. Oggi oltre 570.000 persone nate all’estero sono titolari d’impresa in Italia.

A livello internazionale, Baycan-Levent ha identificato un cambiamento nell’orientamento dei progetti imprenditoriali delle donne immigrate. Mentre nel passato il loro auto-impiego faceva parte di una “strategia familiare”, con gli anni è emersa una diversa visione, definibile come “strategia dell’indipendenza”: la principale motivazione di molte donne immigrate verso il lavoro in proprio è la ricerca di indipendenza e autonomia. I risultati dell’analisi di Baycan-Levent mostrano che le donne immigrate rappresentano uno dei gruppi di proprietari d’impresa a crescita più rapida, e in particolare con ritmi di crescita più sostenuti delle loro controparti, ossia le donne autoctone e gli uomini immigrati. In secondo luogo, tendono a fuoriuscire dalle nicchie etniche, dirigendo i loro progetti imprenditoriali verso prodotti e servizi non etnici. Terzo, cercano altresì di superare i confini delle tipiche attività femminili, perseguendo un orientamento verso ambiti economici esterni alle tradizionali occupazioni “etniche” e “femminili”. Quarto, sono un motore di nuova crescita economica. In modo particolare, sviluppano attività transnazionali ed espandono i loro legami economici non solo verso i paesi di origine, ma anche verso altre destinazioni.

 

Venendo al caso italiano, per avere un quadro statistico del lavoro autonomo delle donne immigrate è necessario rifarsi a una fonte statistica non recentissima, un rapporto Unioncamere (2016) sull’imprenditorialità femminile, i cui dati si fermano al 2014 e sono aggiornati solo in parte dalle statistiche raccolte nel Rapporto Idos. Secondo questa fonte le imprese gestite da uomini immigrati erano 403.277 e incidevano per l’8,5% sull’auto-impiego maschile complessivo. Le imprese condotte da donne immigrate erano un po’ meno di un quarto: 121.397, pari al 23,1% del complesso delle attività autonome immigrate. Nel 2016, ossia nell’arco di due anni, il fenomeno è cresciuto di circa il 10%. Si contano 134.667 imprese condotte da donne immigrate, pari al 23,6%. Rispetto all’universo delle imprese a guida femminile in Italia la loro incidenza era del 9,3%. Raggiungeva però un picco del 27,2% nel settore tessile-abbigliamento, dove si contavano quasi 10.000 imprese guidate da donne straniere. In termini assoluti il settore più affollato è però il commercio (oltre 40.000): dunque, più di una su tre. Seguono ristorazione e servizi alberghieri, con quasi 15.000 casi.

Il fenomeno inoltre ricalca le consuete differenze di sviluppo economico-territoriale, denotando una marcata concentrazione nelle regioni centro-settentrionali, dove avevano sede più di 90.000 attività a guida femminile nel 2014 e quasi 97mila nel 2016: in altri termini, tre su quattro. In testa alla classifica delle regioni figura la Lombardia (20.182 nel 2014 e 22.972 nel 2016, dunque una su sei) e un’incidenza dell’11,7% sull’auto-impiego femminile complessivo nel 2014. Segue il Lazio (quasi 15mila imprese femminili immigrate nel 2014 e oltre 16mila due anni dopo), e al terzo posto la Toscana (quasi 13mila e oltre 14mila), che precede il Veneto (10mila e 11mila) l’Emilia-Romagna, di poco al di sotto. Nel Mezzogiorno vanno segnalati i buoni risultati della Campania, con 8.500 attività guidate da donne straniere nel 2014 e 9.700 nel 2016, e la Sicilia, con oltre 7.000: fanno pensare che anche in territori difficili sotto vari aspetti le donne immigrate mostrino capacità d’iniziativa. La Toscana si segnala come la regione in cui è più elevata l’incidenza delle donne immigrate sul lavoro in proprio femminile: 13,7% (2014). Prato è d’altronde la provincia italiana in cui il fenomeno raggiunge i valori più alti: circa 3.000 imprese nel 2014, pari al 38,1% dell’imprenditoria femminile complessiva, con la nota specializzazione nel tessile-abbigliamento. Firenze a sua volta si colloca al secondo posto, con circa 4.000 imprese, pari al 18% dell’imprenditoria femminile sul territorio. Trieste e Milano occupano rispettivamente il terzo e quarto posto in graduatoria (intorno al 16%), mentre Teramo e Rimini si collocano nelle posizioni immediatamente successive.

Non desta sorpresa il fatto che la componente immigrata più attiva sotto il profilo imprenditoriale sia quella cinese, con 21.526 immigrate titolari di ditte individuali nel 2014. Molto significativa risulta la presenza nel settore tessile-abbigliamento, con oltre 7.000 titolari, anche se in assoluto il settore più importante è quello del commercio (8.600 casi). Meno scontato è invece il fatto che al secondo posto, sebbene a una certa distanza, si trovi la componente romena, con 9.717 titolari d’impresa e al terzo posto il gruppo marocchino, con 7.411 titolari, di cui oltre 5.000 gestiscono attività commerciali: una smentita della passività e dipendenza delle donne originarie da paesi a dominante mussulmana, in linea con la rassegna della letteratura internazionale prima riportata.

 

Concludendo, anche in Italia il fenomeno della partecipazione delle donne immigrate alle attività indipendenti ha assunto dimensioni significative. Se alcuni aspetti sono abbastanza noti, almeno in termini generali, come il protagonismo delle donne di origine cinese nel commercio e nell’industria delle confezioni, altri restano pressoché sconosciuti, come la partecipazione delle donne rumene e marocchine alle attività indipendenti. E’ uno stimolo a porsi nuove domande e a cercare di andare più a fondo nell’esplorazione di fenomeni che incideranno notevolmente sulla società italiana dei prossimi anni.

 

Tavola 1 – Italia. Imprese immigrate femminili per regione, valori assoluti e percentuali (2016)
Provincia Registrate % % F su totale imprese immigrate
Piemonte             9.569 7,1 23,1
Valle d’Aosta                 176 0,1 26,1
Liguria             3.727 2,8 18,8
Lombardia           22.972 17,1 20,8
Nord Ovest          36.444 27,1 21,2
Trentino Alto Adige             1.656 1,2 22,3
Veneto           11.193 8,3 23,5
Friuli Venezia Giulia             2.995 2,2 25,7
Emilia Romagna           11.171 8,3 22,2
Nord Est          27.015 20,1 23,1
Toscana           14.272 10,6 26,6
Umbria             2.307 1,7 27,9
Viterbo                 614 0,5 24,6
Lazio           16.213 12,0 21,9
Centro          33.406 24,8 22,1
Abruzzo             4.267 3,2 31,4
Molise                 747 0,6 35,6
Campania             9.747 7,2 23,5
Puglia             4.911 3,6 26,1
Basilicata                 720 0,5 34,7
Calabria             3.701 2,7 25,8
Sud          19.826 14,7 21,5
Sicilia             7.689 5,7 27,6
Sardegna             2.404 1,8 23,0
Isole          10.093 7,5 26,3
TOTALE         134.677 100,0 23,6

Fonte: Centro Studi e Ricerche IDOS. Elaborazioni su dati Unioncamere – InfoCamere

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